Germania – Italia tanto a zero, di don Aldo Antonelli

Da più parti ci si domanda come sia stato possibile che un grande Paese come l’Italia, là dove è nato lo “ius” occidentale, il paese delle municipalità e del Risorgimento, abbia potuto consegnarsi ad un cantastorie millantatore, ad un corrotto-corruttore, ad un ladro recidivo e ricattatore e ad un circonventore di minorenni di siffatta specie.

 

 

 

 

 

 

 

In Germania Uli Hoeness, presidente del Bayern Monaco, condannato a tre anni e mezzo senza condizionale, per aver sottratto all’erario la “misera” somma di 27,5 milioni di euro, chiede scusa, si dimette e rinuncia al ricorso scegliendo la galera.

In Italia Silvio Berlusconi, condannato a quattro anni in via definitiva per aver evaso il fisco per un ammontare di ben 270 milioni di euro, denuncia la persecuzione, accusa lo Stato e i giudici e pretende di presentarsi come candidato alle prossime elezioni europee.

Hoeness, il “Pelé tedesco” con 269 partite, 86 reti, 3 scudetti e 18 anni da numero uno del Bayern, non solo non ricorre in appello, ma non viene nemmeno difeso dai suoi fans se, come recitano le cronache, fuori del tribunale di Monaco appena una sparuta minoranza si è presentata per protestare.

Berlusconi, presidente del Consiglio per ben quattro legislature, padrone di un impero imprenditoriale-mediatico ed economico che in Italia non ha eguali, froda lo Stato, defrauda i suoi azionisti e viene ostentato sull’altare del martirio come vittima di un sistema persecutorio.

Due persone diametralmente opposte nella sensibilità democratica e nel rapporto di correttezza.

Due paesi geograficamente vicini ma culturalmente lontani anni luce.

In Germania i meriti e le alte relazioni non pagano.

In Italia è riciclabile anche la più bassa nefandezza.

In questo confronto, si badi bene, è in gioco non solo il discorso morale, là dove la differenza di comportamento segna i confini tra il lecito e l’illecito. Qui siamo di fronte ad un discorso culturale, là dove un ben diverso sentire costituisce il tratto di una differenziazione antropologica oltre che politica. Qualcuno, come il sociologo Piero Ignazi, parla addirittura di “trasmutazione antropologica”…; e non è un eufemismo.

Da più parti ci si domanda come sia stato possibile che un grande Paese come l’Italia, là dove è nato lo “ius” occidentale, il paese delle municipalità e del Risorgimento, abbia potuto consegnarsi ad un cantastorie millantatore, ad un corrotto-corruttore, ad un ladro recidivo e ricattatore e ad un circonventore di minorenni di siffatta specie.

Delusi da una politica autoreferenziale e a circuito chiuso, abbandonati da una Chiesa coriacea e arroccata attorno a se stessa, disaffezionati ai partiti diventati macchine pubblicitarie e allettati dalla ricchezza facile e spendacciona, già dalla fine degli anni settanta gli italiani erano in cerca di una tavola di salvataggio, quasi in attesa di un Messia.

Il merito del Delinquente (mi permetta signor Brunetta, ma un condannato in via definitiva non so come altrimenti chiamarlo…) è stato quello di aver saputo intercettare questo vuoto ed indirizzare i figli degli “ex”, tramite i suoi tentacoli televisivi, verso la sua icona di “Salvatore della Patria”.

Giunto al comando, ha, per prima cosa, trasformato il Parlamento in un bivacco di manipoli e le istituzioni in materia deformabile. Nella sua concezione padronale dello Stato ha ridotto ministri e politici in “servitori”, semplici esecutori dei voleri del capo.

Nel contempo ha vellicato gli istinti più bassi del popolo, violentandone la coscienza, fino a trasformare i vizi in virtù, mutando la democrazia in sultanato e, nuovo re Mida invertito, degradando il Bel Paese in suburra.

Filippo Ceccarelli, su La Repubblica del 22.3.2006 elenca in maniera puntuale e impietosa gli effetti di questa oscena gestione del potere e di conduzione della politica: «La decadenza di un intero popolo e della sua creatività, l’omologazione in basso dei costumi e delle credenze, gli ostacoli messi sistematicamente tre la gambe di chi ha meno di 30anni, lo scempio della moralità e delle regole, lo svilimento della costituzione, l’assassinio del bello, il servilismo appagato e appagante, lo “squadrismo culturale”, “l’immbecillità del nuovo ceto politico…”.

Oggi, dopo vent’anni di berlusconismo, si guarda all’Italia come si guardano i fuochi maleodoranti nelle terre di discarica della mafia. Con l’aggravante che questi, seppur inquinanti, riscaldano; quelli fanne venire i brividi.

E se nei tempi addietro il problema che si poneva era di come “Resistere”, oggi il problema grave ed urgente che si pone è il come “Ricostruire”.

 

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