Se i movimenti indipendentisti diventano agenzie di senso, di Nicolò Migheli

La scienza della politica ha definito la Prima Repubblica come luogo caratterizzato dalle agenzie di senso. I partiti, i sindacati non si limitavano a proporre una buona amministrazione, l’adesione ad essi comportava  abbracciare una visione del mondo in contrasto con le altre.

Uno scontro che aveva in sè un processo di costruzione sociale, figlio della Rivoluzione Francese, quella di Ottobre, delle concezioni del solidarismo cattolico, a sinistra. A destra invece, si confrontavano un’idea liberale ed una autoritaria di stampo fascista.

Visioni del mondo in perenne conflitto tra loro. Ecco perché per molti anni in Italia, ma anche in Francia, si parlò di voto ingessato, non superabile dalla divisone del mondo in due blocchi, dove l’allargamento ai comunisti restava un tabù non superabile. Con la caduta del Muro e la fine del comunismo, si è parlato di fine della storia, di fine delle ideologie. L’unica rimasta, quella neoliberista, ha finito per contaminare anche la sinistra, che non ripudiava solo il comunismo ma, alla fine, anche quelle socialdemocratiche.

Posizione che non solo ha inficiato la sua storia ma che l’ha progressivamente privata della sua base sociale, passata dalla saldezza dell’impiego fisso alla precarietà. In questo panorama, in tutta l’Europa occidentale hanno ripreso forma e consenso i partiti di raccolta e quelli indipendentisti. Se durante la guerra fredda per alcuni l’unica possibilità che concepivano era quella della lotta armata – si pensi ai baschi, irlandesi e corsi- dopo l’Ottantanove tutto cambia.

Gli stati nazionali ottocenteschi perdevano sovranità verso le organizzazioni internazionali, spesso non elette. Le contraddizioni tra territori assumevano una valenza pari a quelle che, una volta, si definivano di classe. L’atomizzazione del lavoro rendeva impossibile qualsiasi internazionalismo. Anzi, gli scontri tra territori, con le delocalizzazioni e la crisi, portavano con sé una rivalità tra forze produttive sconosciuta; che partiti e sindacati non riuscivano più a ricondurre a sintesi unitaria. Questo quadro, fatto di precarietà economica e sociale, non veniva sufficientemente compreso dalla sinistra tradizionale.

In Italia, poi, il bisogno di legittimazione comportava un dialogo costante con i cosiddetti poteri forti, in posizione di minorità, vasi di coccio tra i proverbiali vasi di ferro.  Uno spazio insperato per le aspirazioni delle nazioni senza stato. Un luogo dove dal tradizionale interclassismo dei partiti di raccolta si passa a movimenti di sinistra che si proclamano indipendentisti. Il fenomeno più interessante in Catalogna e nei Paesi Baschi, dove i partiti spagnoli perdono costantemente consenso.

In termini di potenzialità la Sardegna non è diversa. I partiti nazionali (intesi come italiani), dovendo mediare tra diverse istanze territoriali in periodi di scarsità di finanziamenti pubblici, non riescono più a fare sintesi. I bacini di voto più numerosi hanno la loro preponderanza. Cosa contano 1.600.000 sardi, contro il resto d’Italia?

Se si deve campare con quanto producono i territori e le solidarietà “nazionali” sempre più deboli, si pone subito le domande: “Cosa ci serve rimanere in Italia?” “Quali vantaggi ci dà?” Se in una graduatoria degli insegnanti, i sardi restano disoccupati, mentre nelle nostre scuole insegneranno laureati provenienti dall’Italia, che impatto avrà su di un ceto per ora poco sensibile alle rivendicazioni indipendentiste?

Siamo davanti ad un momento storico interessante. I movimenti indipendentisti possono diventare agenzie di senso. Accanto alle classiche rivendicazioni sulla statualità compaiono quelle sociali. È il caso del BILDU basco, un partito di sinistra che alla rivendicazione nazionale ha sommato quelle dei ceti poveri, della cultura e dell’ambiente.

L’adesione ad un partito indipendentista è far parte di una agenzia di senso. Indica un prospettiva che può essere realizzata con azioni di prossimità. La creazione, ad esempio, di un welfare locale, di una società più giusta, dove la distanza tra chi ha molto e chi nulla non sia stratosferica.

L’indipendenza verrà se saranno i sardi a volerla, ma se una ricerca delle università di Cagliari e di Edimburgo, rivela che il quarantuno per cento dei sardi si dichiara favorevole, vuol dire che vi è un sentimento latente che attende di manifestarsi.

I movimenti indipendentisti, fino ad ora, non sono riusciti a capitalizzarlo in consenso elettorale.

Però è solo questione di tempo. I partiti tradizionali ne prendano atto.

 

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