Lettera ai Sessantottini, da un ventenne ai padri … ai nonni…

Risponde Michele Serra (in Venerdì di Repubblica, 17 maggio 2013): “La nuova generazione dimentichi il Sessantotto e trovi la sua strada”.

Gentile Serra, la mia ragazza è del 1990. In scuole fatiscenti e università decadenti abbiamo studiato il 1968 e gli anni Settanta, siamo nati e cresciuti quando il mondo delle ideologie era tramontato. Ci avete insegnato, voi ex sessantottini che sarebbe diventato un mondo migliore.

Mi ritrovo a scrivere e vivere con vent’anni di Berlusconi sulle spalle, io che ho solo ventisei anni: per la prima volta, le colpe dei padri ricadranno sui figli, il mondo che ci lasce­rete sarà un posto peggiore di quello che voi avete provato a cambiare, dopo averci in­gannato con il ricordo della vostra musica e delle vostre libertà.

Certamente è enorme il patrimonio uma­no e culturale che ci avete lasciato in eredi­tà, ma vane sono state le vostre promesse di cambiamento, non ci avete condotti per mano ma ci avete abbandonati a noi stessi, in quelle scuole e università svuotate di ogni dignità; crogiolandovi nel frattempo con il retaggìo delle vostre imprese, delle vo­stre conquiste. Vi sarete anche divertiti in gioventù, ma da padri non vi siete assunti le vostre responsabilità. Che fine avete fatto voi intellettuali? Restate arroccati in uffici ricoImi di libri a sentenziare dietro le scriva­nie? Pasolìnl, Moravia, Calvino, Sciascia, Scalfari avevano un atteggiamento critico nei confronti del sistema, ma costruttivo e produttivo; alcuni di loro vennero eletti co­me indipendenti di sinistra, spesso restan­do delusi. Io ho letto tutti i vostri appelli, ho apposto tutte le firme ai documenti presen­tati da Saviano, da lei, da Barbara Spinelli o chi per voi; vi stimo per quello che scrivete e se sono un uomo decente, con uno spiccato senso civico, lo devo a voi e vi ringrazio, ma nella vita reale vi sento assenti e lontani.

Ma basta questo per sentirvi vivi? La se­ra, tornati a casa, riuscite a dormire tran­quillamente?

Luca Federico

 

Accidenti, Luca. Non so da che parte cominciare. Forse dalla tua frase «non ci avete condotti per mano», che mi fa sentire padre snaturato ma ti raffigura – pensaci -come un bambino smarrito. Hai ventisei anni. Sull’assenza dei padri ­(questione ben più densa e vasta del «tradimento degli intellettuali») sono stati scritti molti libri. Ma sono stati scritti dai padri, e questo è il problema. Vi toccherà, prima o poi, scrivere i vostri, cioè scrivere i libri dei figli.

E quando deciderete di farlo, non ti illudere, nessuno vi terrà per mano. La grande differenza tra la tua e la mi, generazione è proprio questa: che noi i nostri libri, li abbiamo scritti quando eravamo ancora figli, la nostra musica, i nostri giornali, il nostro linguaggio. Perfino il nostro abbigliamento ce li siamo conquistati, modellati in contrasto con un mondo adulto al qual­e non solo non chiedevamo consiglio; ma dal quale cercavamo a tutti i costi di distinguerci.

Eravamo più intelligenti? Ma per carità non sai di quanti imbecilli e di quanti vanitosi era popolato il mitico «Sessantotto» i cui reduci, per altro, non tutti ma parecchi, hanno ingrossato i ranghi del potere italiano. Eravamo – questo sì – più fortunati, perché ci toccò crescere in un mondo di potentissime contrapposizioni, comunismo contro capitalismo, operai contro borghesi, libertà sessuale contro monogamia, disobbedienza contro obbedienza, eccetera eccetera. E questo tumulto era molto formativo, costringeva a schierarsi, come una guerra costringe a crescere in fretta. A vent’anni ero già fuori di casa e lavoravo in un giornale (ho cominciato come stenografo, non ero per niente «ehoosy» ).

Mi è difficile immaginare come ci vedete voi ragazzi, che cosa possiamo fare per voi, che cosa non abbiamo fatto per voi. Non dubito che vi saremmo stati più utili se vi avessimo imposto un ordine (da rinnegare) e un’autorità (da spezzare). Allora, sì, che ci avreste odiato e­ – finalmente – sareste cresciuti. Ma vedi, Luca: ordine e autorità non si possono simulare. Per mio padre era naturale essere, in questo senso, Padre. Per me, e credo di parlare a nome di molti, lo è assai meno, perché non ho ordini di nuovo conio da proporre. Come «intellettuale» posso consegnarvi, al massimo, una buona manciata di dubbi, e con i dubbi, a vent’anni, non è che ci si faccia molto.

La mia speranza (come padre e come intellettuale») è che l’amore per la vita e per la libertà, quello sì, sia riuscito a esprimerlo, anche senza intenzione, magari condividendo una risata e un viaggio, non necessariamente un’idea, men che meno una ideologia. Da darti, ragazzo Luca, ho solo questo, un contagioso amore per la vita, e sono certo che vale più di qualunque appello, di qualunque articolo. Ama la tua vita, cazzo! Svegliati Luca! Che ti importa di noi vecchi babbioni (“cacallbretti», così mia nonna chiamava gli intellettuali), parti per il tuo viaggio, non avere paura di niente. Poi ti capiterà, un giorno, di ritrovare tuo padre nei posti e nei modi più imprevisti. Quando avrai smesso di pensarlo. Solo quando avrai smesso di pensarlo. Salutami la tua ragazza.

 

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