FRATELLASTRI D’ITALIA, di Michela Deriu

Diario di una sarda in visita a Palermo.

FRATELLASTRI  D’ITALIA

 

Il sito del Comune di Palermo sembra fabbricato da uno svizzero, da uno svizzero della svizzera tedesca; preciso e puntuale.

Provare per credere!

Vai su Home, scendi col mouse in fondo a destra e clicchi sulla voce: “Informazioni turistiche” ancora quinta riga “itinerari”, ricliccare:

Ora scopri che lo svizzero tedesco ha assoldato un ottimo tour operator per vendere la città.

Otto brochure indicano otto ghiottissimi percorsi per il potenziale turista.

“Palermo, culla del Mediterraneo e luogo di incontro di diverse culture che si sono susseguite nei secoli della storia, offre ai turisti una grande varietà di monumenti palazzi, chiese, teatri, musei, mercati storici e tutto ciò che riguarda le tradizioni popolari.”


E’ un richiamo praticamente irresistibile questo scenario di cultura e di storia. In ciascun opuscolo, sono indicate, inoltre, le emergenze artistiche, i servizi e i tempi di percorrenza a piedi. Da un punto di vista pratico la brochure è assolutamente perfetta.

Ogni dépliant contiene la mappa, le indicazioni dei luoghi, notizie varie e foto.

Lo stereotipo è la visione semplificata e largamente condivisa su un luogo, un oggetto, un avvenimento.

In arte e letteratura gli stereotipi sono rappresentati da situazioni o personaggi prevedibili. Nell’immaginario di un viaggiatore lo stereotipo è l’anticipazione del mondo che visivamente ed emotivamente troverà e che già pensa di conoscere.

Dopo una breve sintesi dei dépliant, sei pronto per il viaggio, pronto per un giro di valzer col principe di Salina, pronto per visitare le trecento stanze della dimora estiva di Tomasi di Lampedusa, pronto per immergerti in un mondo di stucchi, ori e cristalli a te sconosciuti.

Un mondo di lusso e sfarzo, lontano come Marte da questa Sardegna dove si sa anche i ricchi erano poveri, poveri e tristi come i loro stretti palazzi di Castello.

Si può partire in jeans tanto è certo che con i fantastici suggerimenti del siculo-svizzero-tedesco si potrà velocemente  recuperare, all’occorrenza, un meraviglioso abito da sera.

Le immagini dei dépliant si sovrappongono al film di Visconti e tu sei pronto a viverti il tuo irripetibile, personalissimo, Gattopardo.

L’aereo è quella cosa che , soprattutto in Sardegna , ti fa riflettere sul concetto di spazio e di tempo.

E’ inutile che ci si interroghi sul perché si faccia prima ad arrivare da Cagliari a Madrid che arrivare in treno da Cagliari ad Oristano, è tempo perso.

Ed è altrettanto inutile pensare ad una realistica soluzione dei nostri trasporti interni, meglio godersi le nuvole e dopo solo 50 minuti di volo, tempo con il quale non  saresti neppure arrivato a Marrubiu, sei già in Sicilia.

Il tempo è mite quasi caldo, il pullman ci porterà a Palermo in poco tempo.

L’autista ha un pesante accento palermitano.

Lo stereotipo è un concetto che si coniuga perfettamente col pregiudizio, sostanza di cui nessuno è immune, nessuno a parte gli ipocriti.

Da tempo vorrei conoscere il mago dei ricordi, vorrei conoscere quel tale che senza un’apparente ragione ti mostra, come un vecchio film, i trailers della vita dissolti dal tempo.

E’ già buio e il panorama non mi può distrarre, è la voce dell’autista evoca il ricordo.

Di colpo mi trovo a Cagliari, Hotel Mediterraneo, in una di quelle noiosissime conferenze a cui segue un ancor più noiosissimo party. Per evitare il suicidio, in queste circostanze, parlo a rotta di collo, così il suono della mia voce mi tiene sveglia. In un gruppo accanto a me stava uno dei relatori , occhiali scuri, volto amimico, illustre luminare di nonmiricordo cosa. Con molta abilità si inserì nel discorso, fino a quel momento riconosco che aveva venduto molto bene l’immagine “International”dell’uomo di mondo che è a casa sua nella City come in via Condotti, l’accento natio poteva essere solo un vezzo.

Ma le radici genetiche sono molto più forti della cultura acquisita e prima o poi si rischia di scivolare sulla famosa buccia di banana o su qualcosa che gli somigli.

Insomma dopo alcuni scambi di vedute l’esimio professore, forse distratto da altro, si tolse gli occhiali scuri e con sguardo allampanato mi chiese ”come potessi essere così intelligente per essere una donna” gli avrei potuto rispondere che dopo il Concilio di Trento anche a noi donne è stato riconosciuto d’avere un’anima ma sarebbe stato troppo faticoso, se avessi ascoltato la voce del cuore un sintetico “vaffanculo” sarebbe stato perfetto ma forse un po’ scortese per cui sorrisi e mi dileguai.

Ora non capisco l’assonanza.

Deve essere il potere del luogo.

La ragazza del bed and breakfast è molto giovane, molto carina, molto vestita stile via Montenapoleone. Mi informa subito che ha studiato a Milano e che fa la giornalista, della serie “se pensavi di trovare una sicula con i baffi e con il burka hai sbagliato strada”. Capisco il problema, anche io mi ero seccata moltissimo quando la madre di un amico di Udine aveva chiesto se la mia elegantissima mamma vestisse il costume sardo.

Penso però che questa ragazza abbia preso troppo alla lettera la milanesità.

Sono stanca e quasi sfatta, poggio i bagagli, la ragazza mi raggiunge in camera con in mano  una cartina  di Palermo, la  cartina svolazzante viene  piazzata sul tavolo e così comincia un monologo irrefrenabile sulle attrattive palermitane. L’albergatrice-giornalista ha ben confezionato una serie di itinerari il cui piatto forte è la movida. Inutilmente la supplico di farmi fare una doccia, tento di commuoverla dicendo che ho l’ansia e ho bisogno di una camomilla; il fluire di vocaboli non può essere arrestato, l’esortazione alla vita notturna continua, tengo per me che vado a letto alle dieci:

non vorrei mandarla in crisi esistenziale

Il soliloquio procede, incurante del mio disagio, fino all’ultima sillaba. Vinta da tanta tenacia mi rassegno e la guardo sconfortata fino allo spegnersi dell’ultimo vocabolo. Lei, l’aspirante Mirandolina-Fallaci, e’ visibilmente soddisfatta “Missione compiuta”. In fondo è solo un problema di tecnica, funziona a Milano come a Palermo; mutatis mutandis.

Dorma il sonno dei vinti con la certezza che mi attende una Palermo principesca.

Mi sveglio per tempo e faccio colazione.

La camera è molto bella “ariosa e luminosa”, come da descrizione su internet, il pavimento liberty luccica, dalla persiana filtrano i raggi del sole.

Cerco di recuperare tra la carta lasciata in dotazione dalla  locandiera e la reminescenza del suo sproloquio vespertino, un minimo di indicazioni che mi possano tornare utili per arrivare alla Cattedrale e al Palazzo Reale. L’albergo è in una posizione strategica. Cerco di  memorizzare le indicazioni: scendere per via Vittorio Emanuele, attraversare via Maqueda, proseguire fiduciosa fino alla cattedrale che si troverà sulla destra.

Scendo per strada con passo sicuro ed incalzante.

Tutte le città hanno un’anima, questo è quasi un’ovvia banalità, ma quello che cerco oltre ad affreschi e torrioni, come Battisti, sono….. emozioni.

Cammino e sento, e vedo, e odoro ma qualcosa di ignoto stride. Ho visto ancora troppo poco ricaccio con forza le precipitose impressioni che sconfinano nel giudizio.

E’ vero  la strada non è lunga in compenso è molto sporca, il chiasso insopportabile, gli odori, per chi ama la cucina, provocano una sorta di piacevole stordimento.

Una miriade di viuzze si snodano dalla strada principale, tantissime hanno nomi arabi.

Sulla sinistra in uno slargo compare un antico palazzo, una costruzione enorme  in perfetto stile gattopardesco, ma i fasti principeschi sono aimè molto lontani, tutto è tristemente in uno stato di avanzato degrado. L’epitaffio sul portone sotto lo stemma nobiliare dice con evidente compiacimento che qui dimorò Garibaldi nel suo soggiorno a Palermo

Ho fatto pochi passi ma mi pare che questa città, tra strade, monumenti ed epitaffi alla memoria, se la siano spartiti equamente, gli arabi e Garibaldi.

La Cattedrale è stata costruita sull’antica basilica, i saraceni ne fecero una moschea, dopo la dominazione araba tornò ad essere un tempio cristiano, ricorda  la Cattedrale di Siviglia ma non ha il suo fascino. Tento di entrare in empatia col luogo ma non ci riesco. Anche il sepolcro del Federico ll mi dice ben poco, anzi mi sembrano un po’ stretti e un po’ affastellati lui, lo ”Stupor mundi”, Ruggero e Costanza.

Esco di fretta senza fermare il pensiero “Il Museo della diocesi “. Bene, entriamo qui!

Il Museo della diocesi di Palermo è stato fortemente voluto dal Cardinale Pappalardo, dopo che la mafia trafugò la natività del Caravaggio esposto nell’oratorio di S. Lorenzo.

Il Palazzo cinquecentesco è stato rimaneggiato e arricchito nei secoli. Gli ambienti non solo sono belli ma hanno l’anima dei luoghi amati. Il Museo occupa le stanze che un tempo erano dell’Arcivescovo di Palermo, qui sono custodite tutte quelle opere che per motivi di sicurezza non possono essere mostrate al pubblico.

I dipinti sono esposti con raro buongusto, Giorgio Vasari, Antonio Alberti, il Barbalonga hanno il loro giusto rilievo. Un’ audioguida ti accompagna nel percorso e riesci a capire il senso e il pregio di ciò che ti circonda.

Nelle stanze al piano superiore si sta ultimando il restauro delle stanze arcivescovili.

Questi appartamenti sono in attesa del completamento degli arredi, ma quel che è già visibile é sufficiente per definire la relatività del concetto di disadorno.

Gli scanni  arcivescovili sono dei troni regali, il pavimento di maioliche settecentesche proveniente da una delle abitazioni estive della famiglia Filangeri Cuto’ con l’effige di famiglia al centro è grandioso.

Qui è il lusso che arriva allo sfarzo ma non sconfina col cattivo gusto.

Esco appagata dal bello e con la consapevolezza che malgrado tutto se non ci fosse stato il Vaticano una quantità immensa di opere d’arte sarebbe ora dissolta e scomparsa.

Il ristorante sotto il palazzo dei Normanni si trova in una viuzza stranamente silenziosa  per questa città. Il sole è cocente nonostante l’autunno inoltrato. I tavoli sono apparecchiati all’aperto sotto una tettoia circondata da un giardino di splendidi ibisco. Si mangia all’aperto come si usa sempre al sud ammenochè non nevichi, evento, per ovvie ragioni, molto raro.

La tavola è apparecchiata molto bene, il silenzio e i fiori, il caldo del sole, potrei mangiare un semolino e sarei felice. Ma questo è impossibile a Palermo. Ovunque odori penetranti e sensuali  confondono pensieri e sentimenti mentre i negozi traboccano di taglie extra large. Vorrei qualcosa di leggero, ma mi pare che il piatto più leggero sia  questa pasta con le melanzane.

Il cameriere è rapidissimo in un attimo mi porta un piatto fumante di melanzane e un cesto di pane, caldo, profumato, appena sfornato.

Mi ero dimenticata che al sud il pane è sempre buono e sempre caldo a tutte le ore e in tutto gli angoli.

Mi sembrava anche di ricordare che nel menù ci fosse scritto “pasta con le melanzane”. Ma forse mi sono sbagliata. Mangio con calma e assaporo la più buona capponata della mia vita: melanzane, olive, capperi e il pane caldo.

Ho spolverato l’intero cestino del pane, la birra è ancora fredda e vorrei chiedere il conto. Sollevo lo sguardo: davanti a me compare il cameriere. Non sapevo che a Palermo ci fossero camerieri telepatici e infatti non lo sono, semplicemente mi stava portando…la pasta con le melanzane.

Avevo scordato quanto si mangia al sud.

Noi siamo parchi, parchi di parole e di sguardi, parchi di complimenti e di gesti. Noi sardi siamo  anche parchi nelle porzioni del cibo.

”Ciò che conta non è guadagnare molto, è spendere poco, anzi non spendere affatto se possibile”.

Con questa cxivedda di pasta da noi ci mangiamo in quattro!

Accanto al mio tavolo si siede una coppia di bergamaschi molto finti simpatici e democratici. Mi chiedono, con forzata ilarità, se il  cibo è buono, io confermo. Devono solo stare attenti alla quantità.

I bergamaschi sorridono a me con aria complice, sorridono al cameriere col sorriso di chi si degna  e con l’atteggiamento di chi è convinto che sotto Firenze ci sia solo il Burundi. I “Sciuri”ordinano la pasta con le sarde poi si vedrà.

La pasta con le sarde non se la meritano e vorrei si trasformasse in un bel filetto di carpa alla leghista, in verità la ricetta originaria dice “carpa al laghista” ma visti i soggetti la variante mi sembra perfetta.

La carpa sia alla” laghista “che alla” leghista  ” fa veramente schifo, magari  proviene pure da un bel lago inquinato.

Detesto la cucina nordista!

Mi ero dimenticata di quanto si mangi bene al sud e vorrei divorare quell’immenso piatto di pasta ma sono totalmente fuori allenamento. A malincuore lascio contro ogni senso etico la cxivedda ancora piena.

 

Il Palazzo dei Normanni  dall’esterno  risente anche lui dell’effetto della fratellanza Garibaldina  e avrebbe bisogno di un  buon restauro .

Mi avvio per il palazzo: il giardino e’ bello, la natura e’ generosa in questa terra, dolce e addomesticata. Penso ai nostri parchi, anche i parchi più belli e ben curati conservano qualcosa di selvatico.

La Cappella Palatina, voluta da Ruggero II è enorme per essere una “Cappella di famiglia”.

Il progetto ambizioso di fondere culture e religioni diverse: la cultura bizantina, quella islamica e quella latina e’ riuscito sul piano artistico. Ma chissà perché la mente ritorna ad una freddissima mattinata a Ravenna con un sole pallido che filtrava tra le navate di Sant’Apollinare Nuovo, il  riflesso dell’oro dei mosaici bizantini moltiplicava la luce e tutto il tempio sembrava invasa da luce divina. Basta! Non faccio che fare paragoni e non mi piace, e non voglio. Cerco di non pensare, per ora ignoro e continuo.

Finalmente a Palazzo, arrivati allo “Scalone in marmo rosso”. In cima alle scale monumentali un  cordone  ferma la fila e un cartello avverte che si dovrà attendere la visita guidata. E’ indicato il tempo d’attesa tra una visita e l’altra:15 minuti.

Grazie all’ora ingrata c’è poca gente, davanti a me un signore scandalizzato:

“Hai visto hanno fatto scappare quella coppia di inglesi? Certo, la visita è solo in italiano. Non hanno previsto la visita in altre lingue e non  hanno neppure avvertito all’ingresso. “Ma come si può fare così?” Parla con la moglie e pare che soffra.

Confermo e do’ ragione, in effetti anche il dépliant è monolingue e veramente stitico con quattro notizie in croce. Dall’accento mi sembrano romagnoli, infatti sono Riminesi hanno uno stabilimento balneare e possono viaggiare solo fuori stagione. Ora capisco l’origine della sofferenza!

Rimini non ha industrie e vive di turismo. Un turismo balneare di un mare che non c’è nel senso sardo di mare. Ma il mare è solo un pretesto, tanto ci si diverte lo stesso. Rimini è piena di turisti che vanno e soprattutto che tornano. Penso a Rimini ai suoi viali, alle mostre fantastiche di Castel Sismondo.

Il riminese dice che è la prima volta che viene in Sicilia e che vorrebbe visitare la Sardegna.

Non replico .

Intanto sono tornati gli inglesi, rassegnati, che guardano con impazienza l’ingresso .

Altro che 15 minuti, come minimo sarà passata mezz’ora.

“Is flexibol time.”Dico indicando il palazzo:”Very flexibol time” conferma il signore inglese.

Intanto l’albergatore riminese nel “flexibol time” ha già trovato tre soluzioni per i turisti stranieri: l’audioguida, il sistema più noto, una strana cosa che si dovrebbe inserire nell’iPhon e un’altra che non sono riuscita a capire. È carino, non parla con l’aria di uno che vuol fare la lezioncina, è solo culturalmente abituato a risolvere i problemi.

In altri termini Sigismondo Malatesta batte Francesco D’ Angio’ tre a zero.

Sono contenta di non aver incentivato ai riminesi  la visita in Sardegna , il giorno che per disgrazia vedranno il Poetto  la nostra già scarsa autostima crollerà come quella di Napoleone a  Waterloo.

Finalmente arriva la guida.

L’ingresso del palazzo del Parlamento siciliano ha in comune con il palazzo regio di Cagliari i ritratti dei viceré rigidi e imparruccati che danno il benvenuto, si fa per dire, ai visitatori.

Ma i signori viceré siciliani possono usufruire da defunti di uno spazio adeguato. I viceré di Sardegna, quasi deportati da vivi nella nostra isola, devono fare a gomitate da defunti per avere un posto al sole.

Il palazzo dei Normanni è anche la sede del Parlamento siciliano. Il Parlamento siciliano nasce nel 1130 per volere di Ruggero d’Altavilla, e facendo un volo di secoli oggi è la sede del Consiglio Regionale di Sicilia.

Comincia la visita: prima tappa “La sala d’ Ercole”. Questa è anche la  sede dell’Assemblea  regionale di Sicilia.

La stanza prende il nome dagli affreschi ottocenteschi di Giuseppe Velasquez che raffigurano solo dieci delle mirabolanti imprese dell’eroe greco. Secondo la mitologia classica,  il pittore  di fatiche, ne ha censurato due,  ma in compenso i signori che occupano con i loro angusti culi i ben novanta scanni del potere siculo, di fatiche ne hanno moltiplicato altre  .

Questa sala , nel bene e nel male è l’ unica sala viva del castello.

Modestamente ho un’immaginazione che ai Signori Piero e Alberto Angela gli faccio un baffo.

Senza bisogno di computer e fotomontaggi ho il dono di calarmi nel tempo.

E ho visto a Ferrara Renata di Francia che nascondeva Calvino.

Ho visto alla certosa di Padula, nella enorme cucina, la frittata di mille uova per Carlo V.

Ho visto a Palazzo Ducale le tavola dei Dogi imbandite con i piatti d’oro fatti arrivare per l’occasione della zecca della Serenissima.

In piazza della Signoria mi son sentita a disagio con i miei abiti scialbi; lo sguardo di Cosimo mi ha fatto sentire terribilmente inadeguata.

Qui non un’immagine, tutto è freddo come un’esposizione di stanze di lusso e mobili di pregio.

Dipinti, statue, oggetti di lusso viste in fotografia sarebbero la stessa cosa, o forse no? Penso alla brochure, nella foto sembravano molto meglio.

Stanze fredde e senz’anima.  Forse solo  Ruggero amava questo luogo. La sua stanza è ricca di gusto e personalità. Le decorazioni  con le palmette e gli animali esotici alle pareti, sono originali e meravigliose. Peccato non  si possa respirare l’atmosfera la stanza è chiusa al pubblico, puoi solo affacciarti dalla porta: il cordone impedisce l’ingresso.

Il resto per quanto oggettivamente bello non parla.

E’ un castello di desaparecidos .

Dove son finiti Ruggero, Ferdinando e il Duca di Montalto?

Si sono dileguati tutti, sono spariti anche i fantasmi.

Che anche questo sia opera di “Cosa Nostra”?

Torno in albergo con una notevole quantità di arancini e cannoli. Mi consoleranno perché sono veramente molto seccata.

Mi addormento con la certezza che la notte porta consiglio. A questo punto ne ho proprio bisogno il mio “sogno Gattopardesco” sta andando in fumo…….

Faccio colazione in un bar della Kalsa con arancini e un cornetto farcito con una sublime crema al pistacchio. Il mondo da grigio diventa blu.

Gli arancini sono meglio delle uova di Pasqua, di fuori sembrano tutti uguali ma come gli apri puoi trovare di tutto dal ragù con la carne a pezzettoni, al ragù con i piselli, al prosciutto col caciocavallo il tutto e’ perfettamente amalgamato, caldo e fondente. Sono di una bontà commovente.

 

Mi avvio per il Giardino Botanico e Villa Giulia.

La ragazza dell’albergo ha molto insistito: “l’Orto Botanico e Villa Giulia sono un interessantissimo percorso esoterico.”

Villa Giulia, era l’antica sede della loggia massonica e qui Garibaldi, sempre lui, è stato insignito, con rito scozzese, della trentatreesima loggia, quella di Gran Maestro.

Certo la Massoneria ha dato una bella manina all’ unità d’Italia, soprattutto qui in Sicilia.

Villa Giulia e l’orto botanico sono in stile neoclassico, dice la guida, è vero ma soprattutto sono in perfetto stile massonico. Il disegno su cui è stato impiantato il giardino è un esempio di rigore e perfezione geometrica. Le fontane ricche di piante acquatiche sono sovrastate da oggetti di chiaro simbolismo massonico come “ L’orologio del Dodecaedro”. Questo è uno di quei momenti in cui vorrei sapere tutto per capire tutto. Penso a Garibaldi che già nel 1849 arrivò, nella nostra Sardegna, grazie ad una tempesta, come la Madonna di Bonaria. Intorno al 1856 aveva comprato terra a Caprera e qui, contemporaneamente tra terre da coltivare e capre da allevare tramava con il gotha della massoneria internazionale per l’unita d’Italia.

Tra lo sfondo dei vitigni di Caprera e “la fontana dell’Occidente” c’e’ qualche virgola che non torna. Ma l’eroe dei due mondi nonché l’artefice della”Fratellanza d’Italia” evidentemente aveva un percorso ideale che sfugge agli umani.

Oggi Villa Giulia è un giardino pubblico, ma l’impronta massonica non si può cancellare da qualche pianta indigena, l’appartenenza sicula si confonde tra le circa tremila specie di piante di questo giardino incantato.

A questo punto rifletto:

La  Chiesa e la Massoneria, istituzioni rigidamente gerarchiche e antidemocratiche, hanno prodotto e riescono a tutelare ancora arte e cultura.

Che Platone avesse ragione?’

Uscita dall’ oasi massonica e incamminandomi per il porto mi assale lo scoramento del mondo che non c’è. I palazzi decadenti hanno le facciate screpolate e annerite dallo smog, la sporcizia  invade le strade, il chiasso assordante….

Non ho acquistato l’iPhone per proibirmi di rimbecillirmi per strada, ora lo vorrei con tutto il cuore per fare il confronto con il pacco che mi ha rifilato il siculo svizzero.

Bisogna darsi un tempo, non più di poche ore ; ultima puntata il castello della Zisa.

Castello Arabo, mi affatico a raggiungerlo con un autobus che anche in Sardegna, il che e tutto dire, avrebbero dismesso vent’anni fa.

Del fasto arabo come avevo previsto non né e rimasto che un vago ricordo. :”Tutta colpa del terremoto”, dice un signore all’ingresso, ma mi viene il dubbio che l’assenza evidente di maioliche raffinatissime sia opera di altri interventi.

E’ancora bellissima e affascinante l’enorme vasca d’acqua a più livelli che scende a cascata e scivola dolcemente verso un piazzale ora brullo e deserto ma un tempo ricoperto da piante lussureggianti.

Torno in albergo e per scrupolo burocratico confronto le immagini del sito del Comune di Palermo con le mie.

Ora so come si sente un uomo adescato in chat  dalle foto di una donna, giovane, attraente e curata.

La signora alla voce età dichiara 35 anni; alla voce cura della persona si definisce raffinata; sulla voce intelligenza e cultura divaga, carta vincente, tra le “varie”si definisce un’ottima padrona di casa. La donna è quasi irresistibile, l’uomo, affascinato fa ben 500 km per conoscerla.

Sorpresa! La signora ha taroccato le foto di trent’anni fa.

Datata e quasi scaduta, la donna ha un aspetto sciatto e trasandato.

La casa definita calda e accogliente avrebbe bisogno di un veloce restauro e di un’energica pulita.

Non ha bleffato solo sulle capacità culinarie. Per il resto la signora adescatrice è al limite della querela per falso.

Il week end sta finendo, ma so che non può finire cosi .

Devo cambiare programma è  inutile cercare il senso di questa città in palazzi e castelli di cui non si vuol ricordare memoria. Devo cercare altrove quel senso comune che diventa materia e identifica un luogo.

E’ una mattinata magnifica, i mercati all’aperto a Palermo sono tanti, vago tra il mercato della Marina e il Mercato delle Pulci, a Vucciria son già passata qualche giorno fa, non mi resta che Ballaro’.

Il mercato di Ballaro’ non è lontano dall’albergo, anche se la strada non la ricordo bene, ricordo solo che ad un tratto mi sono trovata davanti ad un vicolo stretto dove era difficile passare in due e così lungo da non vederne la fine all’orizzonte.

Mi fermo incerta se continuare per questo bazar quando davanti a me un velo fluttuante sul capo di una donna tanto alta da sovrastare i passanti mi ipnotizza.

Io corro dietro al velo che ondeggia seguendo il serpeggiare del vicolo, cercando di catturare l’immagine.

Sarebbe un vicolo buio, senza il rosso dei peperoni  il viola delle melanzane e tutte le sfumature del giallo e del verde esposte sulle bancarelle

I pochi raggi del sole filtrano come intrusi tra un palazzo e l’altro, qualche bancarella è provvista di luce propria, lampadine volanti illuminano pescespada e cozze.

Ma io seguo il velo che come una bandiera, mi dice che questo e’ il vessillo della  città e forse lo e’ da tempo immemorabile.

La donna si muove veloce nel passaggio molto stretto, ha un passo sicuro e leggero, sembra fluttuare senza gravità.

E’ il passo di una dea.

Non so come e avvenuto ma ad un tratto la donna scompare inspiegabilmente inghiottita da qualche pertugio di questo bazar.

Non saprò mai che volto abbia la dea velata e non mi importa, il fluttuare delle vesti come una danza muta parlava per lei.

Pensavo di aver preso un volo nazionale, invece mi trovo in un luogo che potrebbe essere Tunisi o Istambul, il risultato e’ che ho paura.

Paura di questa gente sconosciuta, che parla uno strano idioma che forse è siculo ma ora mi sembra arabo.

Paura del velo, paura dell’islam, l’infantile paura dell’uomo nero.

“Fratelli d’Italia l’Italia s’è desta…..”

“S’e’ desta…”siamo sicuri?

Faccio la strada a ritroso sperando di trovare l’uscita al più presto. Non guardo per non essere vista.

Ho fame, gli odori di questo bazar sono quasi narcotizzanti, la fantastica ricotta infornata farcita con mille sapori conferma che  “più che il dolor poté il digiuno ” e anche più della paura.

Tiro un sospiro di sollievo: all’orizzonte scorgo la via d’uscita.

Sono, frastornata dal caldo, dall’emozione e dal chiasso.

I nostri mercati al confronto di Ballarò sono luoghi di pace e di preghiera.

Faccio la valigia a tempo di record.

Sono arrivata con aspettative da Gattopardo e torno con un reportage da Casbah.

Pensavo di riempire la valigia del ritorno con un bell’abito da sera e invece cerco di far entrare con quanta più cura e attenzione possibile ricotte infornate, arancini dalle mille sorprese e cannoli giganteschi. Tra poco sarò nella mia isola che e’ lontana da questo luogo come Marte.

Nel viaggio del ritorno percorro la costa, le abitazioni si susseguono in continuità, il mare di Sicilia  è calmo e azzurro di un azzurro cupo.

Come la montagna d’estate mi fa venire voglia di mare, così viaggiare mi fa venire voglia di Sardegna…….

Fa freddo e spira il maestrale in via Canelles, l’aria sa solo di vento, i pochi passanti parlano sottovoce per non interrompere il silenzio.

L’antico Teatro Civico e’ stato da poco restaurato, alla Casa Comunale c’e una mostra sulla Pop Art. Pochi edifici molto ”sobri” ereditati dal tempo in cui la sobrietà si chiamava povertà.

Ma anche la povertà ha un suo decoro, ed è meglio una sobrietà attenta e viva ad un fasto sciatto e defunto.

L’antica Chiesetta della Speranza è aperta. La famiglia Aymerich e la diocesi di Cagliari l’hanno concessa alla Chiesa russa ortodossa.

Il rituale è rigorosamente in russo e, complice il freddo, tra candele e icone mi sembra di intravvedere Puskin .

Scendo per via del Fossario, la Chiesetta della Speranza è stata la sede del braccio militare del parlamento sardo.

Due popoli oppressi che pregano la Madonna della Speranza ma forse avevano ”pregato poco” o avevano ”pregato male” perché poco o nulla sono stati ascoltati.

Nella chiesetta degli stamenti al lato destro nella prima cappella c’erano il Marchese di Laconi, il Conte di Villamar e il Marchese di Villasor incazzati neri con re di Spagna decisi a non sottoscrivere il donativo se le cariche reali non fossero state concesse ai sardi.

Quella volta ce la misero tutta ma la storia si compì senza il loro consenso .

La Sardegna è sempre alla tavola non” di chi mangia” ma”di chi è mangiato”.

La statua della Madonna della Speranza è una donna incinta, una donna in attesa, una donna che “espera”.

”Ciascuno di quei figli era ancora come dentro alle sue viscere, e nel suo silenzio ascoltava le loro voci come i moti segreti e misteriosi di quando erano nel suo seno.

Essi erano la sua vita, non la sua speranza. Perché donna Vincenza era una donna senza speranza.”

Così Salvatore Satta descrive la sarda maternità. Madri senza speranza per secoli hanno trasmesso ai loro figli la cultura della non speranza.

Le preghiere senza speranza son preghiere senza fede, le preghiere senza fede hanno poche possibilità di essere ascoltate.

Dall’alto della città murata il cielo ha lo stesso colore del mare in burrasca. Dal mare sono arrivati Fenici, Punici, Cartaginesi, Romani e Vandali, sono arrivati anche i Mori, un po’ li abbiamo impalati e un po’ li abbiamo adottati.

Siamo diventati a pisani e spagnoli, austriaci e piemontesi, finché un bel giorno non e arrivato Garibaldi a far diventare anche noi Fratellastri d’Italia.

Oggi, a causa del maestrale all’aeroporto di Elmas hanno sospeso i voli., domani il maestrale cesserà e potremmo tornare a volare.

 

 

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