Mille percorsi dell’identità. Una mappa per ritrovarsi, di GIULIO ANGIONI

L’illustre cattedratico dell’Università di Cagliari presenta la recente fatica

di Francesco Casula. Nel primo volume dell’opera “Letteratura e civiltà della Sardegna” Francesco Casula riflette sul ruolo giocato dall’Isola nella storia europea.

Francesco Casula, potrebbe dirsi, si è dedicato alla sua ultima fatica storico-letteraria con lo stesso piglio, aggiornato, del canonico Giovanni Spano rispetto alla mole dei suoi studi, cioè sentendo desiderio e dovere di “illustrare la patria” sarda. Casula ha dato finora, tra l’altro, molte prove di quanto anche un sardismo molto risentito possa essere supporto e spinta verso operazioni che meritano, come questa sua di proseguire una tradizione anche sarda ormai quasi bisecolare di storiografia letteraria, se si può considerare un inizio la “Storia letteraria di Sardegna” che Giovanni Siotto Pintor pubblicava nel 1843-1844. Da allora non sono mancate le storie anche complessive della scrittura letteraria in Sardegna, come la “Storia della letteratura di Sardegna” di Francesco Alziator, di un secolo dopo, datata ma forse ancora utile per il materiale raccolto e messo a disposizione. Un tema qui subito trattato e risolto è quello di quale sia l’oggetto dell’opera e che si debba intendere con l’espressione letteratura sarda o di Sardegna. Anche su questo tema, da ultimo anche una storia della letteratura in sardo, di Salvatore Tola, “La letteratura in lingua sarda”. Testi, autori, vicende, del 2006, è anch’essa da considerare propedeutica a2questo grosso lavoro di Casula, che dà ampio spazio e risalto alla produzione in sardo e la considera quella più autentica, anzi la più identitaria, auspicandone lo sviluppo: ma, come non può non accadere a chi affronti sensatamente un compito come il suo, le scritture letterarie dei sardi “dobbiamo valutarle non tanto per la lingua che scelgono, quanto per l’uso che ne fanno e per il modo di collocarsi esteticamente e non solo, in Sardegna” (p. 11). Del resto, secondo gli intendimenti del nostro autore, «l’intera letteratura sarda… risulta… autonoma, distinta e diversa dalle altre letterature. E dunque non una sezione di quella italiana: magari gerarchicamente inferiore» (p.10). “Letteratura e civiltà della Sardegna” si intitola quest’ultima corposa opera di Francesco Casula, di cui è uscito, nelle Edizioni Grafica del Parteolla, il primo dei due volumi previsti. Questo primo volume tratta dell’attività letteraria in Sardegna negli ultimi mille anni, dalla prima carta sarda rimastaci, quella cagliaritana del 1070, fin oltre il nostro quasi contemporaneo Salvatore Cambosu, che moriva nel 1962, arrivando alla nostra contemporaneità con Salvatore Satta, Giuseppe Dessì e Giuseppe Fiori che ci lasciava nel 2003. E ne tratta appunto come cosa a sé, soprattutto perché «è proprio l’Identità sarda il tratto che accomuna gli Autori che abbiamo scelto e trattato in questo volume” (p.11), dove la nozione di identità sarda sembra significare un comune modo di sentire che va con costanza ineguagliata, anche in quanto ereditato da epoche preistoriche lontane come quella nuragica, dagli scrivani delle corti giudicali ai romanzieri in italiano e in sardo del Novecento e del Duemila. Alla nozione di “civiltà della Sardegna” usata nel titolo Casula tiene fede lungo tutto il suo percorso, dalla ‘libertà’ giudicale ai vari modi di egemonia pisana e genovese, all’invasione iberica, all’acquisto sabaudo, al triennio rivoluzionario settecentesco, al risorgimento italiano, alla prima guerra mondiale, al primo sardismo, al fascismo, alla seconda guerra mondiale, alla rinascita, all’industrializzazione malfatta e fallita nei modi e negli scopi: tutti momenti e temi che situano nella temperie dei loro tempi i vari prodotti letterari e i loro autori. Un fatto importante è che Francesco Casula è stato uomo di scuola per quarant’anni, perché in quest’opera l’intento didattico è strutturante, sebbene non proprio nuovo, se si ricorda almeno il recente manuale per le scuole superiori di Giovanni Pirodda, “Sardegna”, per non dire della fortunata antologia di Giuseppe Dessì e Nicola Tanda, “Narratori di Sardegna”, del 1973. In queste pagine di Casula l’impianto didattico si organizza in un dialogo propositivo costante con i giovani, secondo una formula che offre inquadramenti storici, letture, commenti autorevoli, inviti a proseguire la ricerca. Il tutto dentro un orizzonte, costantemente ridefinito, in cui il giovane studente sardo è invitato all’identificazione di sé sulla scorta della nostra attività letteraria. Non è raro in Sardegna chi agisce in vari ambiti, compreso quello degli studi storici, mosso e sostenuto dalla convinzione risentita che l’antica3diversità dell’isola debba certe sue negatività non solo alla storia millenaria di sudditanze ma anche a una sorta sottovalutazione, di conventio ad excludendum, persino di un complotto o, quando va bene, di costante distrazione del resto del mondo rispetto alla Sardegna, che così risulta al mondo molto meno di quanto convenga anche al resto del mondo. Casula partecipa in questa opera di questo modo di sentire il bene e il male dell’essere sardi. Ciò che più vi si apprezza è che esso sostiene, anche in quanto risentimento, a volte imprese meritorie che forse altrimenti non si darebbero. Bisogna augurarsi che il piglio rivendicativo sardista guadagni a quest’opera più lettori e abili utilizzatori nella scuola di quanti non ne renda perplessi.

 

La Nuova Sardegna 21 ottobre 2012

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    4 Comments to “Mille percorsi dell’identità. Una mappa per ritrovarsi, di GIULIO ANGIONI”

    1. By Costanzo Pazzona, 10 dicembre 2012 @ 13:48

      Recentemente ho assistito ad Udine, presso il locale Circolo dei Sardi, all’incontro “Dialogo tra le letterature della Sardegna e del Friuli” cui ha partecipato il prof Casula il cui intervento ho/abbiamo molto apprezzato per chiarezza , cultura ed amor di Sardegna. In linea di massima concorderei con la tesi del professore che la qualificazione della letteratura in lingua sarda appare come la più autentica , la più identitaria se ciò nel contempo non sottintendesse una valutazione nel complesso di sottovalutazione del contributo anch’esso identitario della letteratura sarda in lingua italiana. La considerazione di fondo è che l’identità sarda è nella sostanza multipla (identità arrichitasi nel corso dei secoli per i molteplici apporti esterni, linguistici, culturali,ecc) e che questa è l’identità di un territorio intero e di una componente espatriata e che ne determinano una natura di “crogiuolo di identità”. Inoltre la lingua della letteratura se ostinatamente monotipo , può diventare una gabbia che , impedendone una ampia diffusione e lettura all’esterno contribuisce a dividere dal resto del mondo.
      In sintesi la letteratura in lingua sarda è sicuramente un segmento importante ma certamente non esaustivo di una letteratura che aspira ad essere”nazionale” e che soprattutto non è l’unica che può operare , in sinergia con gli storici, con i sociologi, con i politici , ad accrescere la coscienza nazionale del nostro popolo.

      • By Anonimo, 12 dicembre 2012 @ 13:05

        Sono assolutamente d’accordo con Costanzo Pazzona. A Udine ho parlato della Letteratura in lingua sarda di cui probabilmente ho enfatizzato il ruolo: ma non volevo escludere l’importanza della letteratura prodotta in altre lingue (compresa quella Italiana) dagli scrittori sardi. Questo concetto l’ho chiarito nella introduzione alla “Letteratura e civiltà della Sardegna” da pochi mesi nelle Librerie. In cui fra l’altro scrivo:
        “La Lingua sarda, dopo essere stata infatti lingua curiale e cancelleresca nei secoli XI e XII, lingua dei Condaghi e della Carta De Logu, con la perdita dell’indipendenza giudicale, viene infatti ridotta al rango di dialetto paesano, frammentata ed emarginata, cui si sovrapporranno prima i linguaggi italiani di Pisa e Genova e poi il catalano e il castigliano e infine di nuovo l’italiano.
        Cosicché essa non è un fatto “primigenio” ma è fatta e prodotta di somme e di accumuli, è un prodotto storico che sta a testimoniare la capacità dei sardi di confrontarsi con le culture esterne, volgendole e assimilandole in moduli specifici. Ciò, fra l’altro, consente che nella letteratura sarda si ritrovino insieme autori che scrivono in sardo e in italiano ma anche autori che hanno scritto, in latino, in catalano e in castigliano – come riporteremo e documenteremo in questa Letteratura – e non importa con quale certificato di nascita e con quali «contenuti» e temi. L’importante è che questi autori trovino una condizione specifica nello «stare» per ottica e palpitazioni, per weltanschaung, per il modo con cui intendono e contemplano la vita e per tante altre cose, razionali e irrazionali, che derivano dai misteri e dalle iniziazioni dell’arte, compresa la nostalgia, che, a dispetto dei politici«realisti», come dice Borges, è la relazione migliore che un uomo possa avere con il suo paese.
        L’importante è che la produzione letteraria esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come scrive il critico sardo Giuseppe Marci.
        L’importante è soprattutto – come scrive Antonello Satta – “che gli autori sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”.
        Miguel de Unamuno era basco, e scriveva in castigliano, ed era anche contrario a una ripresa dell’euskera come lingua letteraria. Eppure Unamuno, se fa parte della letteratura spagnola, fa anche parte della letteratura basca e il mondo intero, così presente nella sua opera, è per lui una Bilbao dilatata: Hermanos somos todos los umanos/el mundo intero es un Bilbao màs grande.
        Anche tra Italia e Sardegna vi sono appartenenze comuni: e dunque negli autori sardi vi sono anche elementi di assimilazione e di integrazione e persino “imitatori” di movimenti e stili oltre tirreno e non solo. Pensiamo -per esempio- a due “grandi” del Primo Novecento: Sebastiano Satta e Grazia Deledda. Il primo vanta robuste ascendenze carducciane e pascoliane; la seconda è copiosamente influenzata sia dal Verismo che dai romanzieri russi di fine ottocento: eppure ambedue sono soprattutto i cantori della “sardità” e pongono al centro della loro scrittura la Sardegna e i Sardi.
        Ma anche quando la Sardegna non è “protagonista” – pensiamo a Un anno sull’altipiano e Marcia su Roma e dintorni – emerge comunque l’identità etno-nazionale sarda. Nel caso di Lussu, è evidente nella sua scrittura che, come ha sostenuto autorevolmente il linguista sardo Leonardo Sole, si incardina nella cultura orale e in particolare perfino nel ritmo narrativo della fiaba sarda: fortemente ritmizzata e caratterizzata da un giro di parole essenziale e rapido.
        In realtà, se vogliamo parlare di opere letterarie e, pur sapendo che appartengono al mondo, ci proponiamo di identificarle come sarde, dobbiamo valutarle non tanto per la lingua che scelgono, quanto per l’uso che ne fanno e per il loro modo di collocarsi esteticamente e non solo, in Sardegna.
        In realtà l’unico modo per analizzare la Letteratura sarda – come sostiene Silvano Tagliagambe – “è valutarne l’evoluzione storica, mettendone in luce la continuità di varie caratteristiche come elementi di un’unica catena”. A patto che – cito ancora Antonello Satta – “non si vada a parare in «Madonna Evoluzione» e si tenga conto che la continuità, soprattutto in letteratura, può subire rotture, come rileva Asor Rosa, e le cose, restie ad adattarsi a storicismi stretti, possono andare, secondo la metafora di Bertrand Russel, «a macchie e sbalzi»”.
        Una letteratura sarda esiste, se, come ogni letteratura, ha i tratti universali della qualità estetica e se, in più è «specifica», non tanto per questioni grammaticali e sintattiche, quanto per una questione di Identità. E’ proprio l’Identità sarda il tratto che accomuna gli Autori che abbiamo scelto e trattato in questo volume”.

      • By francesco casula, 12 dicembre 2012 @ 13:11

        Sono assolutamente d’accordo con Costanzo Pazzona. A Udine ho parlato della Letteratura in lingua sarda di cui probabilmente ho enfatizzato il ruolo: ma non volevo escludere l’importanza della letteratura prodotta in altre lingue (compresa quella Italiana) dagli scrittori sardi. Questo concetto l’ho chiarito nella introduzione alla “Letteratura e civiltà della Sardegna” da pochi mesi nelle Librerie. In cui fra l’altro scrivo:
        “La Lingua sarda, dopo essere stata infatti lingua curiale e cancelleresca nei secoli XI e XII, lingua dei Condaghi e della Carta De Logu, con la perdita dell’indipendenza giudicale, viene infatti ridotta al rango di dialetto paesano, frammentata ed emarginata, cui si sovrapporranno prima i linguaggi italiani di Pisa e Genova e poi il catalano e il castigliano e infine di nuovo l’italiano.
        Cosicché essa non è un fatto “primigenio” ma è fatta e prodotta di somme e di accumuli, è un prodotto storico che sta a testimoniare la capacità dei sardi di confrontarsi con le culture esterne, volgendole e assimilandole in moduli specifici. Ciò, fra l’altro, consente che nella letteratura sarda si ritrovino insieme autori che scrivono in sardo e in italiano ma anche autori che hanno scritto, in latino, in catalano e in castigliano – come riporteremo e documenteremo in questa Letteratura – e non importa con quale certificato di nascita e con quali «contenuti» e temi. L’importante è che questi autori trovino una condizione specifica nello «stare» per ottica e palpitazioni, per weltanschaung, per il modo con cui intendono e contemplano la vita e per tante altre cose, razionali e irrazionali, che derivano dai misteri e dalle iniziazioni dell’arte, compresa la nostalgia, che, a dispetto dei politici«realisti», come dice Borges, è la relazione migliore che un uomo possa avere con il suo paese.
        L’importante è che la produzione letteraria esprima una specifica e particolare sensibilità locale, ovvero “una appartenenza totale alla cultura sarda, separata e distinta da quella italiana” diversa dunque e “irrimediabilmente altra”, come scrive il critico sardo Giuseppe Marci.
        L’importante è soprattutto – come scrive Antonello Satta – “che gli autori sappiano andare per il mondo con pistoccu in bertula, perché proprio in questo andare per il mondo, mostrano le stimmate dei sardi e, quale che sia lo scenario delle loro opere, vedono la vita alla sarda”.
        Miguel de Unamuno era basco, e scriveva in castigliano, ed era anche contrario a una ripresa dell’euskera come lingua letteraria. Eppure Unamuno, se fa parte della letteratura spagnola, fa anche parte della letteratura basca e il mondo intero, così presente nella sua opera, è per lui una Bilbao dilatata: Hermanos somos todos los umanos/el mundo intero es un Bilbao màs grande.
        Anche tra Italia e Sardegna vi sono appartenenze comuni: e dunque negli autori sardi vi sono anche elementi di assimilazione e di integrazione e persino “imitatori” di movimenti e stili oltre tirreno e non solo. Pensiamo -per esempio- a due “grandi” del Primo Novecento: Sebastiano Satta e Grazia Deledda. Il primo vanta robuste ascendenze carducciane e pascoliane; la seconda è copiosamente influenzata sia dal Verismo che dai romanzieri russi di fine ottocento: eppure ambedue sono soprattutto i cantori della “sardità” e pongono al centro della loro scrittura la Sardegna e i Sardi.
        Ma anche quando la Sardegna non è “protagonista” – pensiamo a Un anno sull’altipiano e Marcia su Roma e dintorni – emerge comunque l’identità etno-nazionale sarda. Nel caso di Lussu, è evidente nella sua scrittura che, come ha sostenuto autorevolmente il linguista sardo Leonardo Sole, si incardina nella cultura orale e in particolare perfino nel ritmo narrativo della fiaba sarda: fortemente ritmizzata e caratterizzata da un giro di parole essenziale e rapido.
        In realtà, se vogliamo parlare di opere letterarie e, pur sapendo che appartengono al mondo, ci proponiamo di identificarle come sarde, dobbiamo valutarle non tanto per la lingua che scelgono, quanto per l’uso che ne fanno e per il loro modo di collocarsi esteticamente e non solo, in Sardegna.
        In realtà l’unico modo per analizzare la Letteratura sarda – come sostiene Silvano Tagliagambe – “è valutarne l’evoluzione storica, mettendone in luce la continuità di varie caratteristiche come elementi di un’unica catena”. A patto che – cito ancora Antonello Satta – “non si vada a parare in «Madonna Evoluzione» e si tenga conto che la continuità, soprattutto in letteratura, può subire rotture, come rileva Asor Rosa, e le cose, restie ad adattarsi a storicismi stretti, possono andare, secondo la metafora di Bertrand Russel, «a macchie e sbalzi»”.
        Una letteratura sarda esiste, se, come ogni letteratura, ha i tratti universali della qualità estetica e se, in più è «specifica», non tanto per questioni grammaticali e sintattiche, quanto per una questione di Identità. E’ proprio l’Identità sarda il tratto che accomuna gli Autori che abbiamo scelto e trattato in questo volume”.