SARDEGNA E MASS MEDIA di Paolo Pillonca (da “L’ora dei sardi”, ed. Fondazione Sardinia, CA, 1999, pag. 121 ss.)

 

Paolo Pillonca, giornalista, è stato professore di lettere nelle Scuole Superiori e ora è contrattista presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Sassari. Tra le sue pubblicazioni più importanti: Sardegna segreta, Newton­Compton 1986; Nara su diciu, Della Torre 1987; Caddhos (con Tore Ligios), Soter 1993; Chent’annos, Soter 1996.

SARDEGNA E MASS MEDIA

di Paolo Pillonca (da “L’ora dei sardi”, ed. Fondazione Sardinia, CA, 1999, pag. 121 ss.)

 

Chi parla per ultimo è davanti a due spade: quella della propria stan­chezza e quella della stanchezza altrui. Quindi mi propongo di non stan­carvi ulteriormente e di limitarrni all’essenziale.

Il tema – la Sardegna e i mass media – è immane già di per sé. Per di più, si tratta di una questione, per così dire, in fieri: potrebbero verificar­si, anche a breve scadenza, degli sconvolgimenti tali per cui quella parte di denuncia che è nei fatti e sarà, di conseguenza, anche nel mio inter­vento, potrà essere modificata del tutto o in parte nel giro di poco tempo. Questo si augurano in molti, nell’ambiente, e questo ci auguriamo anche noi all’interno del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti che, mai come in questo periodo, è stato investito di inchieste estremamente. delicate. (no~ ne parlerò, essendo vincolato al segreto professionale che, In alcuni casr, diventa anche una sorta di segreto istruttorio dato che il Consiglio costi­tuisce un vero e proprio tribunale). Posso dire, tuttavia, senza violare alcun segreto, che la credibilità della nostra categoria, già abbondante­mente bombardata da varie forme di discredito, qui in Sardegna ne risul­ta forse più compromessa che altrove. E la colpa non è soltanto dei gior­nalisti messi direttamente sotto accusa ma è un po di tutti noi, che non abbiamo saputo reagire come la gravità della situazione avrebbe certa­mente richiesto.

Andrei per ordine perché la domanda che Salvatore Cubeddu ci ha posto richiederebbe molto tempo e dunque è indispensabile ricorrere ad alcune schematizzazioni.

Per comodità, dividiamo i mass media nella triade classica: radio, tele­visione, carta stampata.

In un convegno analogo a Ghilarza, un po’ più specifico, gli organizza­tori del mese della cultura, ieri, hanno dato a me, a Giacomo Serreli e a Gianfranco Cabiddu l’incarico di analizzare come e quando gli avvenimen­ti che si riferiscono in qualche modo alla cultura etnica “passino”, ossia abbiano spazio, nei mezzi di comunicazione. Ne è emerso un quadro che si potrebbe definire desolante, ma non siamo qui per fare lamentazioni.

Iniziamo dalla radio. Voi tutti sapete – e molti dei presenti lo sanno per esperienza diretta e sofferta – che il servizio pubblico Rai non ha più, in Sardegna, lo spazio dei programmi specifici riguardanti la nostra etnia: questo scippo è stato consumato senza che nessuno di quelli che pure avrebbero dovuto opporsi con successo abbia mosso un dito. Le altre regioni a statuto speciale lo hanno conservato, noi no. Una delle motiva­zioni di questa prepotenza, a parte la necessità di risparmiare sui costi, è stata questa: noi non abbiamo ancora (ma dovremmo vedercelo ricono­sciuto tra breve) il diritto di essere considerati anche formalmente, da una apposita legge del Parlamento, una minoranza linguistica. Comunque stiano per mutare le cose, oggi noi non abbiamo più il servizio Rai. E que­sta è certamente una grave forma di “mutilazione” , se soltanto si pensa a quanti sardi ne hanno usufruito in circa mezzo secolo.

Eliminato lo spazio nella radio pubblica, rimangono le radio private.

Forse proprio il medium radiofonico è stato a lungo, e per molti versi rimane tuttora, il mezzo di comunicazione più caro e congeniale ai sardi. Ma nella situazione attuale, purtroppo, non abbiamo neppure una emit­tente in grado di garantire una diffusione dei propri programmi in tutto il territorio della Sardegna. Si va per segmenti, ciascuna radio ha un’area abbastanza limitata di buona copertura. A questo aggiungiamo una con­statazione: sono poche le radio che curano un notiziario.

Mi fa piacere che don Mario Cugusi abbia fatto, per carta stampata, un accenno al settimanale l’Ortobene, l’organo della Curia Nuorese, perché la “sorella” del giornale è Radio Barbagia, diretta da un personaggio ecce­zionale, anche se poco amato da una certa frangia di cosiddetti benpen­santi, forse perché non è un prete bigotto: Francesco Mariani. Su Radio Barbagia ci sarebbero da dire molte cose simpatiche, ma non mi pare que­sta la sede per aprire parentesi di qualche piacevolezza. Rimane un fatto indubitabile: la Radio Nuorese, oltre a garantire informazione anche con servizi esclusivi, ha da sempre riservato un posto non secondario ai pro­blemi della cultura sarda. In più, per un certo periodo, ha dato vita ad un singolare supplemento cartaceo – l’ Orto male, che rifaceva il verso al setti­manale della curia e riscuoteva un notevolissimo successo. Con il ricavato delle vendite, Radio Barbagia, attraverso Francesco Mariani, riusciva a garantire un pasto caldo e un letto a qualunque “pellegrino” passasse per Nuoro in quegli anni. Ricordo perfettamente, perché davo una mano a Francesco in quella iniziativa, che il vescovo di Nuoro, monsignor Giovanni Melis, simpatizzava per noi e spesso ci incoraggiava.

Naturalmente, esistono molte altre realtà degne di interesse in questo settore anche se è difficile farne un quadro esauriente. Sappiamo, però, che a Sassari fioriscono diverse radio, alcune delle quali assai benemerite nell’affrontare problematiche legate alla cultura etnica.

lo stesso conosco assai bene la realtà oristanese di Radio Cuore, che ha sempre garantito resoconti puntuali sui fatti di cronaca di maggiore inte­resse. Ricordo il povero Lele Enna – morto prima del tempo per un bana­lissimo incidente stradale – come un infaticabile cronista attentissimo ai grandi eventi. Molte di queste radio sono pressochè sconosciute fuori dalle aree di pertinenza, ma gli automobilisti che percorrono “la Carlo Felice” con l’autoradio accesa sanno quale variegato pianeta sia il mondo

delle radio private.

Tornando a Radio Cuore, mi piace ricordare con quanta attenzione -

 

e senza attendere segnali da fuori – i ragazzi di quella emittente seguissero l’Ardia in anni, per cosi dire, non sospetti: quando, cioè, la sfrenata corsa dei cavalieri sedilesi non veniva ancora pubblicizzata molto. Un segnale di importanza notevole, questo: significa, credo, che la radio Oristanese non aveva necessità di andare “di rimbalzo” su un fatto come l’Ardia perché ne aveva capito fin dall’inizio sia l’originalità che il fascino. Purtroppo que­sto non sempre avviene nel mondo dell’informazione sarda: troppo spes­so noi giornalisti abbiamo bisogno di timbri e battesimi stranieri prima di accorgerci dell’importanza di un personaggio o di un fenomeno. Pensiamo al coro “a tenore” di Bitti: c’è voluto il nullaosta di Peter Gabriel perché anche in Sardegna ci si accorgesse di quei cantori all’anti­ca. Oppure – per un altro versante – le presenze nella trasmissione di Fabio Fazio, che relega i cantori in una posizione poco consona al loro ruolo: con tutto il rispetto per “Quelli che il calcio”, il Coro di Bitti appare fuori ruolo in quel contesto. Eppure anche quella sembra a gran parte di noi un “consacrazione” pur essendo uno svilimento. Ma questa era una digres-

sione e me ne scuso.

Concludendo schematicamente sulle radio – sono d’accordo con

Bachisio sul fatto che le schematizzazioni talvolta risultino necessarie ­ritengo in piena coscienza che oggi esistano degli spazi fino ad ieri impen­sabili: per gli effetti della legge sull’ editoria da un lato e per le grandi pos­sibilità offerte dalla legge sulla lingua dall’altro.

Il discorso sulle Tv è ugualmente complesso, forse in misura anche maggiore rispetto alle radio. Lo limiterei alle uniche due testate che garan­tiscono la diffusione dei programmi su tutto il territorio sardo: Videolina E Sardegna uno. La situazione di Videolina la conosciamo quasi tutti: pro­prIO ren mattina lO stesso ho saputo in anteprima che è stato individua­to un altro “reprobo”, Luisanna Ronchi, vale a dire un secondo giornali­sta non allineato né coperto. Anche in questo caso si è preferita la linea dura, “cacciata” dal telegiornale con la promessa della cura di una rubri­ca che non si sa se e quando si farà. Personalmente ne dubito molto, visto il precedente di Andrea Frailis.

Contemporaneamente è stata affiancata al direttore “storico” del tele­giornale di Videolina, Bepi Anziani, un’altra collega, Rosanna Romano, con l’incarico di condirettore e questo è un segnale assai chiaro, mi sem­bra, del degrado dei rapporti in una realtà che lo stesso editore Grauso non faceva mistero di considerare una sorta di isola felice.

L’altra Tv, Sardegna Uno, vive nell’incertezza del diritto, se così si può definire la costante condizione di precarietà che la caratterizza. Un tg ridotto all’osso ormai da molti mesi, le continue voci di vendita, lo sconforto dei colleghi che ci lavorano. Di recente si era diffusa una noti­zia, poi non confermata, secondo la quale un imprenditore sardo che opera nella penisola sarebbe stato intenzionato all’acquisto. Non solo, ma ~che al potenziamento, attraverso la diffusione dei programmi via satel­lite. Ma tutto sembra definitivamente sfumato. Sulle altre Tv libere, dif­fuse in aree limitate, non credo si possa dire granché con cognizioni di causa: non hanno diffusione ampia, dunque non si può sapere con esat­tezza che cosa siano nel quotidiano, che cosa si ripromettano di essere e quali difficoltà realmente vivano.

. Si può forse fare una eccezione per TeleSardegna di Nuoro, affidata per Il settore della cronaca a un giornalista professionista, Gianfranco Pintore, che tr~mette a~che programmi in lingua sarda e confeziona un buon pro­~otto inforrnativo che si chiama Telediariu. Ma ritengo che il bilancio sia m rosso e che la testata sopravviva grazie alla buona volontà di chi ci lavo­ra, oltre che dell’editore Cancellu.

Il ~s~orso sui. quotidiani non avrebbe bisogno di molte parole, anche perche SI tratta di una realtà sotto gli occhi di tutti.

. La situazione all’Unione Sarda – mi dolet su coro a lu narrere, perché Cl ho lavorato per 15 anni, dal 1973 al 1988, senza contare i sei anni abbondanti di collaborazione esterna poi bruscamente interrotta unilate­ralmente da parte mia, visto il “clima” – la conoscete più o meno tutti.

Una parte notevole dei giornalisti denuncia in questi mesi uno stato di grande disagio e non fa mistero delle preoccupazioni sul futuro di una testata il cui direttore è diventato nel frattempo un uomo politico (o aspira a diventarlo a livelli più alti) e il cui direttore ha collezionato un numero tal­mente impressionante di querele per diffamazione da rappresentare un caso unico in Italia. Anche il Consiglio Nazionale dell’Ordine ha ricevuto diver­si esposti sul suo conto. Attualmente Liori si trova in “Stato di incolpazio­ne” da parte del Consiglio Regionale dello stesso Ordine Professionale.

Che tipo di informazione si possa offrire in una situazione del genere è facilmente intuibile e del resto il Cdr dell’Unione ha più volte denun­ciato anomalie e irregolarità anche molto gravi. Come se tutto ciò non fosse sufficiente, le inchieste giudiziarie a carico di amministratori e gior­nalisti del quotidiano sono un altro segnale eloquente della situazione complessiva. Sul futuro economico dell’azienda gravano dubbi ed incer­tezze non lievi, tanto da far ipotizzare una possibile cessione a breve sca­denza della testata ultracentenaria.

Ma se l’Unione Sarda piange, la Nuova Sardegna non ride. Qui a Cagliari il quotidiano di Sassari non è mai riuscito ad “entrare” come avrebbe desiderato il suo editore. Non è certo questa la ‘sede per tentare l’analisi di un insuccesso, ma le critiche alla “Nuova” non mancano da parte di vasti settori dell’opinione pubblica in tutta la Sardegna.

La più frequente riguarda la linea politica, troppo vicina ad un parti­to e dunque troppo tenera con gli esponenti di quella parte politica. A noi interessa, però, un altro aspetto non meno importante: la sezione cultura.

Sembrerebbe quasi che i giornalisti che se ne occupano non si renda­no conto di vivere in Sardegna. Non occorre essere degli esperti di comu­nicazione per accorgersi che quelle pagine potrebbero essere fatte allo stes­so modo in una qualunque altra provincia italiana, tanto sono svincola­te dalla realtà sarda. Questa stortura ha provocato numerose proteste ­finora inascoltate – anche da parte di redattori e collaboratori della stessa testata. La linea del gruppo non è omologa alle “diversità” come invece dovrebbe essere in una situazione come quella sarda. Si tratta, è fin trop­po evidente, di un pregiudizio a dir poco vetusto: quello che Giovanni Lilliu ha chiamato spesso “falso mondialismo” e che somiglia moltissimo al più anacronistico dei provincialismi. Ma il responsabile di quelle pagi­ne – che i suoi colleghi chiamano, non a caso, il “redattore cupo” – non ha mai voluto sentire ragioni.

Un’altra critica che i lettori rivolgono ai giornali riguarda la cronaca nera: privilegiata rispetto alle altre notizie, si dice, e trattata troppo spes­so con toni colpevolisti, come se il giornalista non fosse prima di ogni altra cosa un modesto “testimone del tempo”, e quasi sempre senza un riflessione più meditata e problematica. Le eccezioni non mancano. Ma si tratta, per l’appunto, di eccezioni. La “regola” è un’altra: ricoverars~ sotto le ali non “del perdono di Dio” ma, molto più terrenamente, del gruppo Caracciolo.

Un’altra anomalia, comune ad entrambi i quotidiani, riguarda quella che in gergo viene chiamata cronaca bianca, negletta e sacrificata tanto da essere quasi scomparsa. La conseguenza più evidente è che i lettori di entrambi i giornali finiscono per avere una visione fortemente incom­pleta, e di conseguenza distorta, della terra in cui vivono. Tutto il ver­sante, per così dire, “solare”, della realtà, non viene raccontato o viene descritto sommariamente e senza interesse vero. Questo dipende molto­si dice nell’ambiente – dalle nuove tecnologie che hanno imprigionato il giornalista legandolo alla machina (“prima, le notizie si andavano a cer­care, ora siamo diventati tutti degli impaginatori di una informazione di seconda mano, quando non di terza o quarta”). Comunque sia, e quali che possano essere le giustificazioni consolatorie, i nostri due quotidiani sono troppo “tristi”: l’altra faccia della luna non appare, sulle pagine dei giornali sardi. E non è certo un buon segno. La prova inconfutabile della crisi è nelle cifre della diffusione: nonostante i giochini, non si conqui­stano più nuovi lettori.

Concludo con una domanda: quale dovrebbe essere la spinta che costringe un cittadino a fermarsi all’edicola, se il giornale non è in grado di dargli nemmeno una notizia fresca rispetto alla gran massa di informa­zioni che sullo stesso cittadino è piovuta la sera prima dai telegiornali di tutte le emittenti e dalle rassegne-stampa?

Non ho risposte certe né verità rivelate, ma credo fermamente che una riappropriazione del piacere della scoperta di una notizia potrebbe rap­presentare una grande novità in grado di farsi apprezzare molto dal popo­lo dei lettori. Un popolo che nessuno – diciamo per inciso – è mai anda­to a consultare per conoscerne gusti e preferenze. I giornali sono “tristi” e grigi anche per questo.

 

 

 

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