LA DONNA SARDA, di Giuseppe Dessì, 1950

 

Giuseppe Dessì (Cagliari 1909-Roma 1977). Scrittore.   Scritti principali La sposa in città, racconti, 1939; San Silvano, 1939; Michele Baschina, 1942;; Racconti vecchi e nuovi, 1945; Storia del principe Lui, 1949;; I passeri, 1955; Ursola del­l’Angelo e altri racconti, 1957; La balle­rina di carta, 1957; Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo, 1959; La giu­stizia, dramma, “Sipario”, 1959; Rac­conti drammatici, 1959; Sardegna una civiltà di pietra (con il fotografo Franco Pinna e Antonio Pigliaru), 1961; Il disertore, 1961; Narratori di Sardegna (con Ni­cola Tanda), 1965; Eleonora d’Arborea, racconto drammatico in quattro atti, 1964; Scoperta della Sardegna, 1965; Paese d’ombre, 1972.

La donna sarda

 

Lo scrittore inglese Lawrence ci ha lasciato un mirabile ri­tratto della Sardegna in un suo libro che dalla Sardegna pren­de il titolo (Sea and Sardiniai e che Elio Vittorini ha tradot­to in parte nelle Pagine di viaggio edite da Mondadori. Law­rence ha trovato in Sardegna il tipo virile ideale secondo la sua concezione che esalta le forze primigenie della razza quali si manifestano nella distinzione e insieme nell’ armo­nia dei sessi. Certamente pochi altri paesi si prestano me­glio a una simile interpretazione. Del resto egli non fu il solo ad esaltare la fierezza e la virile dignità dell’uomo sar­do. Se ne è parlato fino alla nausea, da Padre Bresciani in poi, fino a farne un luogo comune letterario; e tutte le buo­ne qualità morali che ai sardi si riconoscono universalmen­te, quali la fedeltà, 1′amore per la patria e per la famiglia, il coraggio, la lealtà, ecc. ecc., vengono fatte discendere da quella qualità fondamentale.

Una volta fatto questo riconoscimento, sia lecito, a me sardo, porre una domanda. Come mai un popolo così ricco di qualità morali e tutt’ altro che privo di intelligenza (chiun­que sia stato in Sardegna sa che la media dell’intelligenza è elevatissima) non ha lasciato tracce di sé nella storia; co­me mai la Sardegna non ha avuto nessun grande uomo? Si annoverano insigni studiosi, giuristi, qualche storico, qual­che buon generale, ma veri e propri grandi uomini no. Sem bra sia negato, a noi sardi, quel tanto di fantasia che occor­re per essere grandi uomini. Solo due personaggi della sto­ria sarda hanno questo carattere di fantasia: Eleonora d’Ar­borea e Grazia Deledda. Ma sono donne, non uomini. Sa­rebbe interessante studiare il carattere di queste due don­ne per arrivare a stabilire fino a che punto la loro forza ri­posi su una concezione matriarcale della vita che solo in parte contrasta con la famosa irsuta virilità degli uomini sardi.

Perché una specie di matriarcato vige, in realtà, in Sar­degna. Direi un matriarcato clandestino, che non è tornato alle antiche forme barbariche solo per una innata delicatez­za e discrezione della donna sarda. Con tutto il rispetto che ho per i miei conterranei di sesso maschile (e con loro buo­na pace) devo rivelare un segreto che pochi conoscono. L’ar­monia tra i due sessi, che Lawrence esaltò parlando della Sardegna, in realtà non esiste. In Sardegna la società è for­mata da due parti che legano male, come una medaglia fusa in due metalli diversi. Se noi consideriamo la vita di qua­lunque villaggio sardo – la vita di tutti i giorni, in tutti i suoi aspetti – noi vediamo che esiste una differenza pro­fonda tra la vita degli uomini e quella della donna; tra la concezione del tempo che ha l’uomo e quella che ha la don­na. E vediamo che tutto ciò che dipende dalla donna fun­ziona, mentre tutto ciò che dipende dall’uomo funziona ma­le. È l’uomo che costruisce la casa, ma le case sarde sono tra le più brutte e le più miserabili che si possono vedere sulla faccia della terra: la donna non solo rende abitabili que­ste povere case, ma dà loro un’impronta di civiltà con po­che cose essenziali. I tappeti che essa fabbrica sono vere e proprie opere d’arte. L’uomo fa strade, ma le fa male e non ne cura la manutenzione. I veicoli che percorrono queste strade sono ancora quelli dell’età preistorica. Non sarebbe possibile trasportare da un paese all’ altro o dal podere alla casa altro che delle pietre, o tutt’ al più delle patate. Invece si trasportano dolci, e chi è stato in Sardegna sa quanto squi-

siti e delicati: si trasportano grazie alle donne. Sono esse che viaggiano con un cestello sulla testa. lo amo il loro lun­go passo matriarcale e leggero sotto le vesti scure.

Guai se in Sardegna non ci fossero simili donne. Sarem­mo senza remissione riprecipitati nella barbarie di cui stia­mo sempre sull’orlo. Pur essendo cessate ormai le ragioni che determinarono quella sorta di urbanesimo che paraliz­za la vita rurale sarda, i nostri contadini continuano ad abi­tare grossi agglomerati urbani, e la campagna è deserta. Il sardo, Pur in uno spazio ristretto, si sposta come un noma­de per andare a coltivare il grano o a pascolare le pecore, dorme all’ addiaccio, si cambia la camicia una volta al mese. La donna lo raggiunge come può, gli fa sentire una presen­za costante, vigile. E quando il contadino o il pastore sper­duto nella solitudine trae dalla bisaccia il tovagliolo di lino in cui è avvolto il pane, si spande di là, non soltanto mate­rialmente, la fragranza della casa. Pane e lino si rifanno a una tradizione essenziale quanto antica di civiltà, e solo la donna ne è depositaria e custode. E non credo che sia esa­gerato affermare che le catalogate virtù di cui noi, uomini sardi, ci fregiamo, e che rientrano nella categoria generica e appariscente della virilità, non siano altro che riflessi di vere, profonde, silenziose e solide virtù femminili a cui nes­suno ha finora pensato di dare un nome.

Benché sardo, qualche volta guardo i miei sardi con sor­presa. Non so del tutto spiegar mi certi loro modi, certo pi­glio eroico. Non che siano degli spacconi: sono sobri nei gesti e nella parola. Pur tuttavia hanno un certo modo di buttar­si il mantello sulla spalla come se andassero a compiere chi sa quali imprese. Invece vanno semplicemente a riportare all’ ovile i bidoni vuoti. Si mettono in testa la berretta co­me un elmo antico, e questo è un po’ esagerato, anche se vanno a caccia del cinghiale. Forse, se invece del mare aves­sero avuto intorno ai loro monti le pianure dell’ Asia, que­sti cavalieri sarebbero stati dei conquistatori. Anzi sarem-

ma stati, perché ci sono anch’io. Ma noi abbiamo paura del mare. Ne stiamo a rispettosa distanza. È questo che ci manca per essere davvero eroici, davvero come ci vedeva Lawren­ce. Abbiamo una paura ancestrale, invincibile. Chi sa qua­le immane naufragio ci ha travolti in tempi antichissimi. Ba­sta guardare un sardo per capire che non va d’accordo con l’acqua. Persino i nostri cavalli, quando vedono il mare, pun­tano i piedi. Ma è la nostra paura che si trasmette ad essi come una scossa elettrica. Sta a noi riscattarcene; ma fino­ra non ci abbiamo ancora pensato seriamente.

lo penso alle nostre donne come a tante Penelopi senza Ulisse. Per secoli e secoli sono state al telaio a tessere quei tappeti di cui, noi uomini, siamo fieri, e che sono, in realtà, molto belli. Ma quei tappeti avrebbero il valore che noi uo­mini gli attribuiamo solo se fossero stati tessuti durante la nostra assenza, mentre noi navigavamo in mari lontani, ed esse erano là, nell’ antica casa, ad aspettarci. Invece noi era­vamo appena a qualche chilometro di distanza, a mungere le nostre pecore, oppure seduti per ore e ore a canticchiare qualche nenia e a tagliuzzare col nostro terribile coltello un gambo d’asfodelo. Mi si dirà che esagero, che i sardi hanno dato prova di esser dei buoni soldati e di poter essere, al­l’occorrenza, terribili banditi. D’accordo; ma era il meno che potessero fare per tentare d’adeguarsi a donne come le nostre. Donne così fedeli, così costanti, così coraggiose, così resistenti alla solitudine eran fatte per esser mogli di uomi­ni che non avessero paura del mare e dello spazio, mogli di grandi naviga tori. lo me le immagino sedute alloro te­laio, ma al centro di continenti e di oceani, punto di par­tenza e punto di approdo. Povere mogli di eroi deluse!

Solo al tempo dei nuraghi i sardi fecero qualcosa di vera­mente importante. Quella volta furono gli uomini, credo, perché si trattava, per costruire quelle torri a tronco di co­no che servivano da fortilizi, si trattava di trasportare e col­locare a regola d’arte, dopo averli squadrati, massi.di grani-

to del peso, talvolta, di qualche decina di tonnellate. E se si pensa che di queste torri in Sardegna, tra grandi e picco­le, se ne contavano circa ottomila, si deve ammettere che i sardi dovessero essere abbastanza bene organizzati. Inol­tre, per fare opere del genere, bisognava avere cognizioni architettoniche che presuppongono un alto grado di civil­tà. Ebbene, ciò nonostante, non si trova una sola iscrizione dell’età nuragica. È uno dei tanti misteri che gli archeologi non riescono a spiegare in Sardegna. Ma ciò che rende il mistero più interessante, è che questa mancanza di iscrizio­ni si accorda perfettamente con la ripugnanza innata e per­sistente nei secoli che i sardi hanno per l’alfabeto. Il nostro analfabetismo è granitico, nuragico, eppure ci sono dei sar­di analfabeti e tuttavia intelligentissimi e anche, in certo senso, civili. Ciò può essere: basta pensare, ad esempio, a Carlo Magno. Il sardo odia l’alfabeto come l’acqua. Anche l’alfabeto è spazio, come il mare. Sono due ripugnanze che si spiegano a vicenda. Non così per la donna. La donna sar­da non odia punto l’acqua: basta vederle quando vanno al fiume, estate e inverno, indifferentemente. E di solito san­no leggere e scrivere. Ma il fatto veramente degno di consi­derazione – che è anche il secondo segreto che mi propo­nevo di rivelare – è questo. Gli archeologi non hanno ab­bastanza apprezzato il contributo dato dalle donne in ge­nere alla civiltà nella creazione dei simboli che divennero poi ideogrammi, geroglifici e, infine, lettere dell’alfabeto. Forse nessuno ha osservato la delicatezza femminile dei più antichi ideogrammi, tanto egizi che cinesi. Certamente è una mano di donna che li ha tracciati. Potrei darne prove sicu­re. L’uomo, solo in seguito, col suo razionalismo, li ordinò e coordinò; e ne nacquero geroglifici e alfabeti.

Ebbene la donna sarda non mancò, nemmeno in questo, al suo compito. Osservate i fregi dei suoi tappeti, i ricami delle sue tele di lino: cervi, colombi, galli, fiori … Non sono altro che simboli di un linguaggio ideografico di cui essa of-

frì all’uomo i rudimenti, ma che l’uomo sardo non seppe o non volle sviluppare.

Dò ai miei conterranei questo modesto consiglio: attenti al linguaggio ideografico delle nostre donne!

Scherzi a parte, impariamo dalle nostre donne a fare tut­to ciò che finora non abbiamo fatto e che avremmo dovuto fare da secoli. Perché non basta essere fieri e virili per esse­re mariti di Penelope.

 

 

Condividi su:

    1 Comment to “LA DONNA SARDA, di Giuseppe Dessì, 1950”

    1. By Benedetto, 26 gennaio 2012 @ 09:27

      Che dire di questa narrazione di Giuseppe Dessi sull’universo femminile sardo? Che non è attuale? Che non corrispondeva esattamente alla realtà? credo di no. penso, invece, che spieghi molto del nostro carattere, del rifiuto dell’uomo sardo, ancora oggi, di volersi occupare dello sviluppo, della crescita della sua terra, del benessere delle generazioni future. L’immagine che Dessì ci racconta, di un uomo non incline alla bellezza, all’estetica è ancora oggi perfino troppo evidente, penso all’uso che i pastori fanno nelle campagne di vasche da bagno per abbeveratoi, oppure di reti da letto per chiudere i recinti. E’ vero ancora oggi che ciò stride, non poco, con quanto la donna riesce a produrre, pensiamo solo ala ricchezza dei costumi femminili, ma anche maschili, pensati e realizzati dalle mani delle donne. Insomma una riflessione più che attuale, che potrebbe servire a migliorarci.