Attualizzare l’Autonomia, di Luca Lecis

“Come far sentire ai sardi le vere utilità della loro dipendenza da un governo che finora non poterono apprezzare altrimenti che dalle nuove gravezze personali, con il languido conforto di sempre promessi e non mai eseguiti miglioramenti?», La Civiltà Cattolica nel 1852.

“Come far sentire ai sardi le vere utilità della loro dipendenza da un governo che finora non poterono apprezzare altrimenti che dalle nuove gravezze personali, con il languido conforto di sempre promessi e non mai eseguiti miglioramenti?». Questa riflessione sulle inadempienze dello Stato nei confronti della Sardegna non è l’amara considerazione di qualche odierno esponente politico, ma un lucido j’accuse pubblicato dalla Civiltà Cattolica nel 1852.

A 171 anni di distanza possiamo forse considerare superate queste parole vergate quando ancora si doveva compiere l’Unità? A 75 anni dalla promulgazione dello Statuto tali parole hanno ancora senso?

Gli atavici problemi di arretratezza, povertà e isolamento sono stati storicamente oggetto della legittima rivendicazione dell’élite politiche e intellettuali sarde sin dai mesi successivi alla Perfetta Fusione (1848), originando quella che Tuveri avrebbe poi definito la “questione sarda”.

Oggi possiamo coscientemente affermare che lo Statuto sia stato lo strumento più efficace per superare i ritardi della Sardegna rispetto alle altre realtà regionali italiane? È ancora valida la definizione dell’isola come «piena di animi generosi, ma niente meno fervidi e risentiti»?

Potenzialmente, se osserviamo i diversi, irrisolti nodi ancora al centro del dibattito pubblico (trasporti, lavoro, spopolamento, ridotta capacità di valorizzazione del patrimonio ambientale, storico-architettonico) si può certamente affermare che non sempre l’isola è stata capace di far valere le proprie ragioni con uno Stato distante non solo sul piano fisico, ma anche su quello ideale.

Sin dal 1861 in Sardegna il rapporto centro-periferia ha rappresentato una costante del dibattito politico: al centralismo sabaudo è seguito il controllo dello Stato totalitario fascista e solo dopo il 1943 si è avviato quel processo di confronto poi maturato con lo Statuto speciale. Un riconoscimento che non rappresentò un traguardo, bensì un punto di partenza per colmare lacune e garantire una crescita equa.

Lo Statuto non ha però determinato un calo della conflittualità con l’Esecutivo che, a più riprese nelle diverse legislature regionali, ha accentuato il controllo sulla Regione. Così come nel 1955 le dimissioni del Presidente della Giunta Corrias «contro il pervicace disconoscimento dei diritti della Sardegna da parte dello Stato e l’ostinato sottrarsi agli impegni costituzionali espressamente sanciti» favorirono l’approvazione del Piano di rinascita (1962), così oggi occorre essere decisi nell’affermare la necessità di una revisione profonda dello Statuto.

Da oltre vent’anni il Centro studi autonomistici Paolo Dettori promuove l’esigenza di una revisione statutaria, oggi occorre attualizzarla partendo dalla constatazione che i rapporti stato-regione sono soggetti a costanti ridefinizioni, come il progetto di autonomia differenziata dimostra.

Per essere efficace la revisione dello Statuto deve essere sentita come necessaria da tutti i sardi: occorre comprendere che sfiducia e disaffezione verso la politica non sono solo forme di disinteresse verso il bene comune, ma soprattutto la spia di un diffuso senso di smarrimento, in primis dei più giovani; la crisi della democrazia non è che l’assenza di spazi di dialogo, aperti, liberi da visioni e letture di parte.

È tempo che le organizzazioni della società civile (sindacali, di volontariato e promozione sociale), l’Università, la Chiesa e le associazioni di comunità si scuotano dal loro torpore e si mobilitino per restituire il diritto di parola e garantire la certezza dell’ascolto, oggi negati.

Solo così si potrà rompere il dominante, assordante silenzio e convocare quel “Concilio per lo Statuto” opportunamente evocato da Pietrino Soddu. Solo allora il j’accuse «contro l’azione di chi rinunzia a porre la tutela delle rivendicazioni della Sardegna in termini di affermazione di diritti, per ridurla in termini di favore personale» potrà definitivamente scivolare nell’oblio della memoria.  Luca Lecis Università di Cagliari

L’Unione Sarda, 19 maggio 2023

 

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