CHI E’ DALLA PARTE DELLA STORIA?, intervista di Luca Mastrantonio allo scrittore francese EMMANUEL CARRERE>>

La Resistenza dell’Ucraina alla Russia ci sta costringendo a rifare i conti con la Storia.

Lo scrittore francese parla del libro V13 in cui racconta il processo agli autori e ai complici degli attentati di Parigi del 2015 e fa un paragone: «I mercenari della Wagner e i terroristi islamici vogliono schiacciarci dalla parte debole e sbagliata della Storia»

A metà di V13, il romanzo di non fiction di Emmanuel Carrère sul processo ai terroristi islamici che hanno seminato morte a Parigi il (venerdì) 13 novembre 2015, ci troviamo di fronte a uno scacco: loro non parlano e, se parlano, non li capiamo. Prima, nella sezione “Le vittime”, con il montaggio narrativo e il contrappunto psicologico tipici di Carrère, abbiamo provato empatia per le vittime del Bataclan, dello·Stade de France e dei bistrot, e per i loro familiari, compreso chi sente come una colpa l’essere sopravvissuto o chi non ha cuore per perdonare. Poi, nella parte “Gli Imputati”, il muro di silenzio dei terroristi, coperto da un profluvio di frasi fatte, è puro nichilismo. Vuoto contundente, come quel «posacenere vuoto» con cui è stata descritta la mente di Salah Abdeslam, il terrorista che verrà condannato all’ergastolo ostativo, anche se non si è fatto esplodere: un Intoppo, un sussulto di umanità o paura? A fare parlare i terroristi è Nadia Mondeguer, egiziana, a Parigi assistente per immigrati, e insegnante di arabo: Lamia, la figlia, è stata uccisa al bistrot La Belle Équipe. Non gliela possiamo riportare in vita, dice Ayari, complice di Abdeslain, ma dobbiamo rispondere alla sua domanda: cos’è successo a noi, coetanei di Lamia, che un giorno, da bambini  che eravamo, siamo diventati assassini? Ayari racconta come, al posto di emigrare in Europa per cercare fortuna, andò in Siria a combattere per llsis. Ma il suo  racconto, alla fine, ci scivola via. Perché? Carrère avanza un’ipotesi: noi, a differenza dei terroristi che credono di vivere nella Storia, siamo individui del dopo-Staria, ci manca la dimensione collettiva. Che proprio il suo romanzo ( edito da Adelphi) recupera ed esalta nel racconto di piccoli e grandi gesti eroici diffusi. In scia a Simone Weil, V13 ribalta il cliché del fascino del male e rilancia: tra chi è disposto a morire per salvare qualcuno e chi è disposto a morire per uccidere, qual è il mistero  più grande? Qui il mistero del bene batte il mistero del male. Detto dall’autore dell’Avversario, fa effetto.

Quando siamo diventati figli del dopo-Storia? · Dopo la caduta del Muro? Le Torri gemelle?

«Non so quando è iniziato, ma continua a succedere.

Oggi il terrorismo islamico sembra meno attuale della guerra in Ucraina, ma per me è la stessa cosa, anche se i terroristi sanno che moriranno, per uccidere, mentre i soldati russi sperano di non morire. Putin e quelli che sono con lui ragionano come i terroristi che credono di essere nella Storia, che qualsiasi sofferenza è giustificata per il loro ideale, la nuova Russia, un’idea di imperialismo matta, o il nuovo Califfato. Spesso spieghiamo la radicalizzazione islamica come un processo di emarginazione, è anche così, ma non è solo questo; alcuni · all’inizio si sono arruolati per andare a combattere in Siria il regime di Bashar al-Assad, come durante la guerra civile spagnola uno poteva andare nella brigata internazionale; molti terroristi si sentono eroi, martiri, e noi ai loro occhi siamo vigliacchi, non siamo pronti a combattere. Sto generalizzando, non vale per tutti noi, come non parlo di tutti i russi o di tutti gli islamici».

Al Bataclan arriva il poliziotto che con la sola pistola affronta i terroristi, e ne abbatte uno. E poi ci sarà una donna, Sonia, che denuncerà il cugino dell’amica, Abaaoud, un terrorista,

«Sonia non era orgogliosa di denunciarlo, ma il problema non era ciò che lui aveva fatto, bensì ciò che voleva fare. Altri attentati. Se non è un’eroina lei; chi lo è?».

La Resistenza dell’Ucraina alla Russia ci sta costringendo a rifare i conti con la Storia?.

«Abbiamo la possibilità, anzi, la necessità, di essere sul lato della Storia. L’Ucraina è diventata un simbolo di “noi” contro ”loro”, come il “noi” contro i terroristi: la Russia ora è uno stato terrorista. E “noi”, cioè Europa, il campo democratico, dobbiamo fare di più, e lo stiamo facendo. Zelensky dice “voi siete di fronte a una scelta, se non ci supportate, capite cosa significa? La fine dei vostri valori, democrazia e diritti umani. Siete pronti a combattere per i vostri valori? Noi sì, lo stiamo facendo per voi, e voi dovete almeno aiutarci”. Ed è vero, non possiamo guardare da un’altra parte. Aiutarli a dìfendersi fa sì che non siamo più schiacciati sulla’ parte delle vittime, sulla pietà per loro, ma dalla parte della Storia, perché li stiamo aiutando a difendersi, a non fare semplicemente le vittime, come i terrorìstì vogliono sempre che i loro obiettivi siano. Vittime».

Nel libro sottolinea la novità della propaganda. dell’Isis: i video non nascondono l’orrore sotto un volto virtuoso, sono terrore puro, ostentato.

«Pensiamo ai nazisti. Loro facevano video di propaganda in cui mostravano i lager? No, c’era la bella gioventù nazista filmata da Leni Riefenstahl, gente in salute, bionda … Neanche Stalin mostrava i gulag, puntava sulle promesse del progresso … invece Isis mostra decapitazioni, torture … ».

Qual è il video che le è restato più impresso?

«Il pilota giordano bruciato vivo, in gabbia, una delle cose più orribili e mostruose che ho visto .. Al processo hanno mostrato anche il video di Abaaoud, uno degli. imputati, che con il suo pick up, ìn Siria, trascinava dei cadaveri … Sa qual è il messaggio?».

Il corpo dell’infedele non è sacro.

«No. Se ti arruoli con noi tutto ti è permesso. La propaganda dell’Isis non vuole solo terrorizzarci, ma far ‘ ‘capire che chi si arruola con loro può fare tutto quello che vuole. Qualcosa di simile l’abbiamo vista nei video della compagnia militare Wagner, che sono una minoranza della propaganda russa, ma colpisce. Terribile quello in cui un presunto traditore è ucciso a martellate, e c’è il boss della compagnia, Prigozhin, che ride e dice che “nessun animale è stato maltrattato durante le riprese”. Non è solo un messaggio contro i disertori, o i nemici, ma dice: “Qui da noi tutto è ammesso, qualsiasi orrore, noi ridiamo dell’orrore. Certo, se vieni non puoi scappare, è facile morire, ma intanto ti diverti e la paga è buona. Sei sadico? Benvenuto!”».

Mi ricorda il concetto di “danno da lucida agonia” di cui lei scrive, per cui i parenti della vittima devono venire risarciti in base al grado di consapevolezza della morte ormai prossima.

«L’ho scoperto durante il processo, ed è un principio nato a seguito di un processo per un disastro aereo. Mi sorprende che questa cosa, quasi metafisica, abbia una ricaduta legale: nessuno sa cosa prova chi sta per morire, solo chi muore lo sa. Ma è un bene essere consapevoli al massimo dei danni che si possono causare con azioni o omissioni».

Chi difende i terroristi nel processo V13 usa anche la “difesa di rottura”, cioè rinfaccia alla Francia che li sta processando le vittime dei bombardamenti francesi in Iraq e Siria.

«La tattica fu usata perla prima volta nel1987 dall’avvocato Jacques Vergès che difendeva l’ufficiale nazista Klaus Barbie dicendo che sì, lui aveva torturato, per la Gestapo, è vero, ma i francesi in Algeria? Non hanno torturato anche loro? Accetterò, diceva, il tribunale quando processerà anche il colonialismo francese … ».

Allo stesso modo Putin accusa gli USA, la Nato, . l’Occidente di aver commesso crimini atroci. .

«Sì. In Iraq, nei Balcani … Un modo strumentale di ribattere. E funziona molto, sono buoni argomenti, anche ‘perché tendiamo a non riconoscere i nostri errori Vanno ammessi, altrimenti rafforzi il tuo avversario».

Riavvolgendo il nastro, lei nel 2022 allo scoppio della guerra si trovava a Mosca. come mai era lì?

«Stavano girando Limonov, tratto dal mio romanzo. Il mio giorno di riprese era il 25 febbraio e il 24 febbraio sono arrivato a Mosca. In taxi, dall’aeroporto verso l’albergo, ho capito che qualcosa dì grosso stava succedendo. Poi, sul set, erano tutti come impazziti … Il giorno dopo dovevo già ripartire, ma non si trovavano voli. Alcuni erano cancellati, e molti erano presi d’assalto C’erano molte persone che lasciavano il Paese. Alla fine la produzione mi trova un volo, che faceva scalo a Dubai. Mentre ero in macchina, però, verso l’aeroporto, m sono reso conto che volevo tornare indietro, stare ancora qualche giorno a Mosca. Alla fine sono stato una decina di giorni, e ho scritto un reportage».

Oggi cosa ricorda di più di quel momento?

«Mi sorprese la rapidità con cui tutti quelli che conoscevo, in pochi giorni, hanno lasciato il Paese, anche se non avevano un piano. Chi aveva abbastanza soldi , possibilità di cavarsela fuori, se ne è andato. Mi sono chiesto: qual è la ragione per cui lascerei il mio Paese? Beh, ho risposto, se viene invaso. Ma cosa succede se è il mio Paese a invadere qualcun altro? Lo criticherei certo, ma deciderei andarmene? Così, subito?».

Che personaggio interpreta nel film Limonov?

«Una piccola parte, un cameo, poche battute. Faccio un pomposo intellettuale francese che dice un cosa che oggi suona un po’ sovranista: “La perestroika è buona; ma la nazione non può perdere il territorio, deve difendere i confini”. Qualcosa del genere».

 

Da 7, 17.03.2023

 

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