Paolina, Luisetta… la carità come “norma” d’accoglienza ed accompagnamento, e la loggia e la parrocchia… di Gianfranco Murtas

Nella città moderna ed opulenta, fra il viale Merello e la via Orlando e altrove, nelle case “borghesi” dei professionisti in cui la tentazione potrebbe essere l’egoismo e l’indifferenza a quelli che occupano il sottano, io ho conosciuto persone davvero belle dentro, abili ed umili artigiane della virtù discreta. E le ho integrate meravigliosamente, nel mio immaginario, a quel tanto di popolo marginale in cui ho costruito le mie coordinate di vita.

Paolina, che ci ha lasciato qualche giorno fa dopo lunga infermità, aveva per anni aperto casa sua, e più ancora aveva donato il suo tempo e le sue energie, mattina e sera e notte, ai bambini che da una strada del quartiere di Is Mirrionis, giusto alle spalle della parrocchiale dei lazzaristi, le erano stati segnalati come bisognosi insieme di educazione e di istruzione. E lei, donna di scuola, si c’era dedicata insieme con le figlie, allo studio allora anch’esse – una a biologia l’altra al liceo verso giurisprudenza -, e naturalmente con il marito avvocato di razza… Una famiglia tutta intera per sovvenire ai bisogni morali e materiali di bambini (e poi adolescenti) di Is Mirrionis, una famiglia tutta intera, e combinata con la propria cerchia di amicizie colte e rispettate, s’era aperta, senza proclami e rivendicazioni di benemerenza, ad un’altra famiglia, questa inquieta per maggiori accidenti o sue debolezze… Il tribunale dei minorenni aveva segnalato necessità ed urgenze ad una loggia massonica di Cagliari che l’aveva interrogato, nei primi anni ’80 – mezzo secolo fa, neppure mezzo secolo fa – e il Maestro Venerabile, che ci credeva davvero all’impasto di dottrina e partecipazione civica, di socialità e ruolo responsabile, insomma di cittadinanza attiva e condivisione umanistica, aveva coinvolto tutti i suoi, cosicché ciascuno aveva fatto, in progressione, la sua parte in una polifonia operativa che sapeva legittimare quegli alti principi che dovevano felicemente emanciparsi dalla pura declamazione.

Paolina tirava le fila, era la più esposta o quella che meglio, e con maggior continuità, riusciva a tradurre le buone intenzioni in un fare concreto, tangibile ed utile, prezioso perfino, misurato e cortese nei modi e rispondente negli esiti: con l’autorità della sua dolcezza, fra la casa di città e quella di Santa Margherita di Pula. E anche quando i bambini eran cresciuti, diventati adolescenti e avevano superato i venti e anche i trenta, lei con Francesco – altro samaritano d’esempio e di mille perdoni – aveva proseguito, nelle possibilità date, anche le più difficili, a fare la sua parte, che doveva essere piccola, una frazione soltanto, e invece s’era rivelata grande ed esemplare, virtuosamente contagiosa.

Rimandi familiari lontani alla Sicilia e alle avventure di chi finì, dopo la grande guerra, in Libia, certamente molto era entrato nelle esperienze formative e di vita di Paolina e tutto ella aveva elaborato, ricomposto nella conduzione creativa della sua attività di docente e nei suoi più cari tessuti affettivi.

Io Paolina l’associo, come per uno spontaneo rimbalzo sentimentale, a Luisetta, altra samaritana che mi utilizzò per anni e anni nel servizio ai poveri. Parevo io il santo, e invece ero soltanto l’operaio mandato da chi sapeva tutto, avendo tutto sofferto in proprio, patendo in casa le più crude lacerazioni.

Studentessa di matematica s’era data la missione, negli anni della seconda guerra mondiale, di trascrivere le notizie di vita e salute dei sardi prigionieri o comunque impediti sul continente (e all’estero) che, ogni sera, venivano diffuse dalle onde della Radio Vaticana per il conforto delle famiglie confuse fra la speranza dei recuperi e la paura dell’irreparabile. Trascrivere in velocità quei messaggi sulla carta la più improbabile che potrebbe oggi immaginarsi e recapitarli ai vari indirizzi un po’ in tutti i paesi dell’Isola, mentre sul continente infuriava ancora la guerra, resistenti e anglo-americani contro nazi-fascisti.

Mi accompagnò, Luisetta, cinquant’anni dopo quella performance sua giovanile, in altri soccorsi. Io ho cercato in vario modo e in diverse occasioni, di darne testimonianza, non rivelando il più che lei non mi avrebbe concesso di esplicitare. Ma resta comunque questo: da Samassi a Cagliari, dagli anni ’40 agli anni ’90, non soltanto per amore, per consacrazione riparatoria alle migliori memorie dei suoi perduti in casa con infinito dolore, ma per spirito naturalmente – naturalmente! –  oblativo.

Paolina oggi, Luisetta ieri. Con loro, quante altre amiche mie venute in rinforzo degli adempimenti sociali che mi toccavano per le funzioni assegnatemi. E quante, quante altre signore borghesi con il cuore popolare potrebbero essere richiamate dalla memoria di ciascuno di quelli che, per qualche minuto, hanno posato la loro attenzione e il silenzio assorbente su questa breve, singolare nota…

 

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