MEMORIE DI UN SARDOFASCISTA, di Paolo Pili, a cura e con un saggio biografico di Mario Cubeddu

Pubblichiamo l’introduzione del curatore, Mario Cubeddu

Paolo Pili nasce a Seneghe nel 1891 in una famiglia di proprietari terrieri. Si diploma come Perito Enotecnico alla Scuola Agraria di Cagliari diretta da Sante Cettolini che considerò sempre come il suo maestro. Alla fine della Grande Guerra diventa un leader del movimento dei combattenti nell’Oristanese. Per l’apprezzamento delle sue capacità organizzative e delle sua preparazione come esperto di agricoltura da parte di Camillo Bellieni, ideologo e fondatore del Partito Sardo d’Azione, ne diventa nel 1922 Direttore e per questo deve sostenere scontri di piazza con le squadre fasciste che si vanno affermando anche in Sardegna, soprattutto dopo la Marcia su Roma. Alla fine del 1922 il Partito Sardo d’Azione inizia delle trattative con il Partito Nazionale Fascista in vista di un’alleanza o addirittura di una fusione. A condurre le trattative per i sardisti è Emilio Lussu che sembra arrivare a un accordo che prevede la fusione dei due partiti in Sardegna e l’affidamento della guida della nuova entità sardo-fascista allo stesso Lussu. L’accordo che sembra raggiunto invece non va in porto perché una parte del Partito Sardo è contraria. Il Prefetto di Cagliari Gandolfo, che rappresenta Mussolini in Sardegna, propone una ripresa delle trattative a Paolo Pili, che accetta dopo aver ottenuto il consenso della grande maggioranza del Partito e di Emilio Lussu. In un Congresso tenuto a Macomer nei primi giorni di marzo del 1923 si delinea la scelta di consentire la fusione tra i due partiti lasciandone però fuori gli esponenti più illustri, a partire dai Deputati, che evitano così di compromettersi. Pili diventa ben presto Segretario federale del Partito Nazionale Fascista della Provincia di Cagliari e cercherà di realizzare il programma sardista di trasformazione produttiva dell’agricoltura e della pastorizia  e di liberazione del commercio dei prodotti della terra dal controllo dei monopolisti continentali. I successi più clamorosi da lui ottenuti sono costituiti dalla concessione della somma di un miliardo per la realizzazione di opere pubbliche e dal viaggio negli Stati Uniti d’America dove stipula un contratto di esportazione del formaggio molto vantaggioso per i pastori sardi. Ma la sua azione incontra anche notevoli ostacoli che causeranno la sua esclusione dalla carica nel novembre 1927. Da quel momento viene escluso dalla vita politica, emarginato e tenuto sotto controllo dalle autorità fasciste. Alla caduta del regime organizza una manifestazione antifascista a Oristano, subito repressa dalle  forze dell’ordine che obbediscono alle direttive badogliane, e si mobilita con un gruppo di amici in prospettiva della riapertura degli spazi di azione politica. Ma i Comitati di Concentrazione Antifascista lo attaccano per i suoi quattro anni di attività  a metà degli anni Venti, sino ad individuarlo come il simbolo stesso del fascismo in Sardegna. Nel luglio del 1944 viene arrestato e condannato al confino di polizia in base alla legislazione fascista ancora in vigore.  Una delle accuse più gravi, insinuata e mai dimostrata, è quella di aver voluto la morte di Emilio Lussu in occasione dei fatti di piazza Martiri che videro l’uccisione del giovane fascista Battista Porrà da parte dello stesso Lussu . Per difendere il suo onore e il suo operato scrive il libro Grande cronaca minima storia, che suscita scalpore per la ricostruzione del ruolo di Lussu nelle trattative che avevano portato alla fusione sardo-fascista. La condanna al confino e una campagna di stampa sui giornali sardi convince Pili ad abbandonare la politica attiva e a dedicarsi alla promozione di iniziative associative che portano alla creazione di numerose Cantine Sociali e Oleifici  nella Sardegna centrale. Paolo Pili è morto a Oristano nel 1985.

 

La decisione di Paolo Pili di riaprire il volume delle memorie della sua vita, che riteneva di aver chiuso per sempre con l’apologia del suo operato politico contenuto in Grande cronaca minima storia, uscito nel 1946, si deve in parte a sollecitazioni esterne, in parte all’urgenza di fare un bilancio conclusivo della sua vita attiva. Bisogna ricordare in primo luogo la pubblicazione nel corso degli anni Sessanta delle ricerche di Luigi Nieddu[1] e di Salvatore Sechi[2] sul movimento combattentistico e sulle origini del fascismo in Sardegna.                Da esse emergeva un quadro di quel periodo molto più complesso della vulgata che si era imposta nell’immediato dopoguerra, soprattutto per l’influsso dell’opera di Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni. La nuova storiografia sarda, anche se di orientamento decisamente antifascista, arrivava sostanzialmente alla conclusione che l’opera del senatore socialista era scarsamente utile per ricostruire le vicende degli anni Venti, e precisamente di quel che si cominciava a chiamare sardo-fascismo[3],  e ne proponeva un’interpretazione diversa, che non avrebbe mancato di suscitare le sue ire e una reazione a volte scomposta[4].

L’accertamento dei fatti realmente avvenuti gettava una luce diversa sulla figura e sull’opera di Paolo Pili. A rendergli pienamente giustizia arrivavano infine gli studi di Francesco Manconi e Guido Melis[5] che mettevano in evidenza l’importanza dell’ esperienza di cooperazione tra i pastori e i contadini sardi realizzata da Pili e dal suo gruppo.

Ugualmente importante fu il rapporto con un giovane studioso dell’Università di Cagliari, Leopoldo Ortu,  che a metà dei primi anni Settanta impostò l’attività di un corso abilitante per insegnanti, tenuto a Oristano, sullo studio dell’opera di Paolo Pili. In una serie di incontri  Pili raccontò ancora una volta la sua vicenda politica con la vivacità e l’intelligenza che lo caratterizzava. L’intervista, che si può leggere sul sito della Fondazione Sardinia[6], rivela le grandi doti di narratore, soprattutto  orale, dell’uomo politico oristanese.  Occorre infine tenere conto del fatto che negli anni successivi al 1946 e alla pubblicazione  dell’autodifesa viene pubblicato lo scambio epistolare tra Emilio Lussu ed Antonio Gramsci, incentrato in buona parte su un giudizio relativo all’opera di Paolo Pili. Grande cronaca minima storia terminava con le parole scritte da Gramsci al fratello Carlo su di lui e sulla sua opera. Esse, identificando ciò che aveva fatto con la politica sardista,  esercitarono una grande influenza sul suo modo di ripensare la sua vicenda e costituiscono il contraltare del rimpianto e dell’identificazione con l’esperienza da lui vissuta all’interno del fascismo. Questo nuovo sguardo e questa ripresa di interesse per la sua azione spinsero Pili a ripercorrere con la memoria gli anni del suo protagonismo politico e a provare a raccontarli in un libro di memorie. Paolo Pili parte da un’interpretazione “sardista” della propria opera, vista come un tentativo, sia pure fallito, di contribuire alla rinascita della Sardegna, cioè di promuoverne uno sviluppo economico e sociale basato sull’uso autonomo delle sue risorse, sulla crescita culturale e spirituale dei suoi abitanti, sull’uscita dalla dipendenza e sull’autogoverno. Egli considera il suo ruolo non solo all’interno del progetto degli ex combattenti, ma anche come un episodio della lotta secolare per il superamento del sottosviluppo dell’isola.

Comincia quindi col cercare di ricostruire il lungo, tormentato e incompiuto processo di modernizzazione dell’isola, a partire dall’assegnazione dell’isola ai Savoia nei primi decenni del Settecento. Pili si serve dei recenti studi sul riformismo sabaudo e non ha difficoltà a riconoscere i meriti dei piemontesi nei confronti della Sardegna, tenendosi ben lontano dalla contrapposizione preconcetta e dal risentimento.

Ma non ne tace la ristrettezza del progetto politico e la subalternità agli interessi dei ceti feudali. La sua analisi percorre gli anni della rivoluzione sarda, rendendo omaggio alla figura di Giomaria Angioy, legge in parte la complessità del processo che porta alla formazione della proprietà privata perfetta e arriva in sostanza sino alla “fusione”  con gli Stati di terraferma, senza soffermarsi in particolare sulle origini e sulle conseguenze dell’avvenimento.

Pili riversa i risultati di questo lavoro in tre quaderni, dando alla sua sintetica ricostruzione questo titolo: Il faticoso cammino della rinascita sarda. Due secoli a volo d’uccello. Accanto a questo lavoro egli porta avanti un racconto della sua vita, anche se non giunge mai a fare una netta distinzione tra i due piani narrativi. Considera in sostanza degne di interesse all’interno della sua vicenda biografica quei momenti e quelle scelte che si possono inserire nella storia collettiva dei Sardi. La vita privata viene invece quasi sempre ignorata. Quello che si potrebbe considerare l’elemento di raccordo tra le vicende secolari della Sardegna governata dai Savoia e la sua attività politica è costituito nelle memorie di Pili dalla figura e dall’opera di Francesco Cocco Ortu che egli associa al suo insegnante Sante Cettolini come figure quasi paterne e modelli di  costante riferimento umano e politico.

Questa impostazione “pubblica” delle memorie spiega anche le difficoltà che Pili incontrò nel portarle a termine. Pili ne stese una prima versione in quaderni analoghi a quelli che gli erano serviti per la ricostruzione storica. Successivamente le riprese e rielaborò in una nuova versione manoscritta su fogli per macchina da scrivere. Infine un’ultima revisione portò a un testo dattiloscritto che è quello che ora viene pubblicato. Si sono in qualche caso recuperati dei brani espunti dall’ultima versione, probabilmente per ragioni di sintesi, quando questi servono a chiarire ed approfondire aspetti significativi del racconto.

La rivendicazione del suo operato e la memoria delle vicende della sua esistenza sono velati di ironia, a volte dissacrante. Ciò appare chiaro nel titolo, probabilmente provvisorio, che assegna alle sue memorie:  Colonne- Pilastri- Paracarri e laterizi-  nella via della rinascita sarda. Come nel titolo dell’apologia del 1946, anche qui si può osservare l’invito all’umiltà francescana, un’esortazione a non prendersi troppo sul serio.

Si diceva che l’opera appare incompiuta. In effetti l’ultima parte, quella che racconta l’attività di Pili nel secondo dopoguerra come esperto di temi economici, consulente saltuario di politici regionali, e anche come promotore di iniziative cooperativistiche importanti nell’oristanese, contiene una trattazione sbrigativa, come se non fosse il caso di dilungarsi su cose recenti e che quindi presumeva fossero ben note al lettore.

Sembra che il progetto originario delle memorie dovesse concludersi con i temi trattati nel capitolo intitolato “Responsabilità”. Qui è definito ancora una volta il suo ruolo storico e il suo rapporto con Lussu. A lui viene riconosciuto il “merito” di aver proposto la collaborazione/fusione in Sardegna del Partito Sardo d’Azione con il Partito Fascista.

Pili, convinto dell’idea dopo una iniziale riluttanza, non avrebbe che realizzato un progetto inevitabile, l’unico che, stando le cose come stavano nei primi mesi del 1923, avrebbe consentito alla giovane generazione uscita dalla guerra, non solo di mantenere il protagonismo politico e sociale che avevano conquistato in quegli anni, ma anche di realizzare il sogno di portare finalmente a compimento la rinascita della Sardegna. Gli altri capitoli sono in qualche modo delle appendici che trattano vicende collaterali.

Buona parte delle memorie è dedicata al suo ruolo all’interno del fascismo sardo, e questo nonostante che l’argomento fosse già stato trattato nel libro scritto nel confino di Ortueri. Comprensibilmente, questo rappresenta per Pili un nodo irrisolto: poiché non può e non vuole rinnegare la sua opera, egli deve difendere anche il contesto in cui si è realizzata, che comprende Mussolini  e il regime fascista come elemento centrale. Pili ha guidato l’alleanza tra un piccolo partito regionale, il Partito Sardo d’Azione, e il Partito a cui era stata affidata dal re la guida del Governo italiano in una situazione eccezionale. Che si trattasse di un’alleanza, più che di una fusione, di una resa totale al fascismo, appare chiaro nel momento in cui Pili deve fare il bilancio della sua esperienza davanti a Mussolini che lo ha deposto dalla carica di segretario federale della Provincia di Cagliari. Dice: io ho portato alla confluenza nel fascismo le masse dei combattenti, dei contadini e dei pastori sardi e in cambio ho ricevuto il trattamento che mi fate subire, trattamento le cui conseguenze sono destinate a ricadere sui sardi più che su di me. Con questo faceva riferimento alla distruzione delle iniziative realizzate in campo economico, sociale e culturale, dalla Federazione delle Latterie Cooperative, alla Silos, dall’Ente di Cultura alla Scuola d’Arti Applicate di Oristano.

La possibilità di realizzare un incontro dei sardisti col fascismo comportava una sola soluzione possibile, la fusione, e questo era chiaro sin dalla proposta che Lussu ne aveva fatto al partito e durante le trattative che condusse con Gandolfo. Per uscire da questa stretta i dirigenti si inventarono la strategia dei due partiti paralleli, uno che portava le masse organizzate e da organizzare in un fascismo sardista e l’altro rappresentato dai dirigenti più autorevoli che conservavano il nome e la tradizione del partito in attesa degli sviluppi della vicenda politica italiana. E furono questi sviluppi a trascinare le vicende dei singoli e della comunità sarda.

Pili soffrì molto l’emarginazione soprattutto intellettuale a cui lo condannava nel dopoguerra l’essere stato identificato, soprattutto per responsabilità di Lussu, con l’intera storia del fascismo sardo, pur avendo fatto parte del PNF solo per pochi anni ed avendo perso ogni potere al momento del consolidamento del regime. Forse per questo, nel capitolo che intitola non casualmente “Davanti a Nino Gramsci”, sembra invocare l’autorità morale del politico ghilarzese a testimone e giudice del suo operato. Purtroppo egli era morto quaranta anni prima. Alla proposta ai lettori contemporanei delle Memorie scritte da Paolo Pili nel corso degli anni Settanta è parso opportuno aggiungere una integrazione al suo racconto biografico che provasse a completarlo negli aspetti riguardanti la vita privata e l’ambiente in cui crebbe e operò. Ne è risultato un piccolo saggio biografico che cerca di chiarire ulteriormente le varie fasi della sua vita e le ragioni delle scelte politiche operate da Paolo Pili.

Mario Cubeddu


[1] Luigi Nieddu, Origini del fascismo in Sardegna, Editrice Fossatano, Cagliari, 1964, Luigi Nieddu, Dal combattentismo al fascismo in Sardegna, Vangelista Editore, Milano 1979.

[2] Salvatore Sechi, Dopoguerra e fascismo in Sardegna, Fondazione Luigi Einaudi, Torino 1969.

[3] Il termine sardo-fascismo sarebbe nato con valore spregiativo sulle pagine di quello che Nieddu definisce il  “giornale delle “clientele” sassaresi”, la Nuova Sardegna,  nei mesi che preparano la fusione, quando anche i gruppi liberali e radicali sono in concorrenza con i sardisti per assumere la rappresentanza del fascismo in Sardegna, vedi Luigi Nieddu, Dal combattentismo, cit. p. 286.

 

[4] Su La Nuova Sardegna esce dal luglio a settembre del 1969 una serie di articoli scritti da Manlio Brigaglia, Luigi Nieddu ed Emilio Lussu. Alla ricostruzione puntuale dei fatti da parte di Nieddu, che aveva realizzato una ricerca sulle origini del fascismo in Sardegna per conto dell’Istituto Gramsci, Lussu risponde sostenendo di aver espulso Nieddu dal Partito per indegnità, insinuando quindi che le sue tesi fossero una rivalsa personale. Nieddu smentisce di essere mai incorso in alcuna censura da parte del PSI a cui continuava ad appartenere.

[5] Guido Melis (in collaborazione con F. Manconi) Una esperienza di cooperazione nella Sardegna fascista, in Il movimento cooperativo nella storia d’Italia.1854-1975, a cura di F.Fabbri, Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 543-554 e F. Manconi- G. Melis, Sardofascismo e cooperazione: il caso C(1924-1930), in “Archivio Sardo del Movimento Operaio, Contadino ed Autonomistico”, nn. 8-10, dicembre 1977, pp. 203-234.

 

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