I partiti ridotti a comitati elettorali, di Maria Grazia Calligaris

C’è un grave vulnus di rappresentanza nel sistema che ci ostiniamo a chiamare democrazia. Non si tratta solo della questione “parità di genere” nelle istituzioni a tutti i livelli, un tema che ormai ha attraversato diverse generazioni e sta invecchiando senza trovare una seria soluzione.

Il problema più grave è quello che devono affrontare una volta per tutte i partiti.

Non essere più in grado di interpretare il pensiero di chi vi aderisce per scelta significa non comprendere che sono generatori di caos istituzionale.

La mancanza di senso di responsabilità su questi fronti determina la produzione di leggi elettorali che schiacciano sempre di più la rappresentanza e umiliano anche chi vuole contribuire a costruire istituzioni utili e intende partecipare a decisioni che riguardano molte persone, se non tutte.

Questioni e problemi che restando irrisolti gravano di più su chi non ha voce e santi in paradiso. Ciò significa costringere le persone a rinunciare ad esigere i diritti in cambio di favori che prima o poi dovranno essere restituiti.

Il primo punto critico è quello della leadership. L’elezione del segretario o della segretaria deve avvenire sulla base di un programma e una squadra. Uno o più documenti o mozioni da esaminare e discutere. Gli iscritti devono poter conoscere gli aspetti qualificanti e quelli critici. Poi esprimere il proprio gradimento a uno dei/lle candidati/e e alla sua squadra. Non si diventa segretari attraverso i social. Non si può rivestire l’incarico per il numero di tessere di cui si dispone o semplicemente perché il nome è stato indicato da qualcuno che ha più potere avendo rivestito incarichi istituzionali. I partiti con un capo carismatico, indiscusso, eternamente uguale a se stesso e che si avvale di consulenti specializzati per accaparrare il consenso rinuncia al suo tratto costituzionale.

Il secondo aspetto è la nomenclatura. Aver ridotto i partiti a comitati elettorali, autoreferenziali, i cui componenti si sostengono e si esaltano a vicenda a lungo andare creano il vuoto attorno a sé. Le candidature “degli amici” o delle donne fine a se stesse o dei propri legali portano sempre più spesso a competizioni elettorali fatte di nomi e non di contenuti. Il risultato più grave è quello di favorire l’astensione, quello più insidioso per l’esito del voto sono pericolosi mal di pancia.

Terza questione: la legge elettorale. Leaderismo e personalizzazione generano leggi che comprimono la rappresentanza e allontanano ulteriormente i cittadini dalle urne, anche perché non possono scegliere il candidato o la candidata. L’uso smodato dei social amplifica l’impiego di slogan contrapposti. Utilizzare sistemi di svalutazione dei concorrenti politici ha effetti disastrosi sull’opinione pubblica. I partiti hanno il dovere di rispettare la Costituzione italiana praticando il ruolo di mediatori e costruendo un Parlamento dove non contano solo i numeri ma anche le idee e dove occorre trovare una sintesi che sia rispettosa dei diversi punti di vista. La pratica democratica è questa. Il rischio è quello di mal interpretare anche il principio dell’assenza di vincolo di mandato che significa poter dissentire dalla propria maggioranza, non fare un proprio partito per sentirsi “padroni”.

L’esito delle elezioni ha dimostrato la fragilità dei partiti, anche di quelli che hanno vinto. Troppo polarizzati, troppo personali, troppo lontani da chi aspetta risposte e vorrebbe poter esigere diritti. Non si può più fare finta di essere contenti per una vittoria o dispiaciuti per una sconfitta elettorale, quando a presentarsi alle urne è la metà degli aventi diritto. Per colmare questo divario bisogna ridare gambe alla democrazia, quella che la nostra Costituzione ha disegnato e che tutti abbiamo il dovere di rispettare.

Maria Grazia Caligaris “Socialismo Diritti Riforme”

 

L’UNIONE SARDA 2 OTTOBRE 2022

 

 

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