Da Tonino Cabizzosu uno studio capitale sulla dirigenza ecclesiale isolana di un secolo. E’ uscito il primo volume di “Per una storia della Conferenza Episcopale Sarda (1850-1950)”, di Gianfranco Murtas

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pare necessario premettere che questa è soltanto una rapida segnalazione, non una recensione (che, speriamo, verrà più in là) di un’opera che intuisco meriterà lettura doppia e tripla, lettura attenta e critica perciò, importanti contestualizzazioni – secondo la lezione di padre Giacomo Martina SJ e degli altri della sua scuola – della storia ecclesiale (ma qui meglio direi ecclesiastica, di cui partitamente riferisce) nella storia anche civile, socio-economica e politica che abbia a protagonisti uomini ed eventi, in luoghi e tempi determinati, nelle connessioni anche giuridiche (per la pratica attuativa) con i piani sovraordinati, quelli autoritariamente deliberativi, nazionali e mondiali. E di più: meriterà esplorare, attraverso quelle pagine, l’effettività del rilascio pedagogico del ceto clericale, strutturato come un esercito corporativo e gerarchico, al suo ambiente di diretta ricaduta – quello parrocchiale, associativo, confraternale, seminaristico,  congregazionale, ecc. – e comprendere dunque come il lievito, se lievito era, abbia fermentato davvero la pasta sociale, come la fiaccola, se fiaccola era, abbia illuminato davvero da sopra il moggio aprendo spazi alla libertà-responsabilità dei singoli e delle comunità, come il granello di senape, se di senape davvero s’era trattato, abbia maturato tanto da farsi riparo, nel concreto dei giorni e degli anni, per gli uccelli perduti nel cielo: insomma, se l’accoglienza e la promozione umana siano state correttamente intese come frutto di un’autentica civiltà religiosa, come la vocazione ultima della speciale umanità chiamata da Dio a profezia e testimonianza, dico della speciale e “sacerdotale” umanità con il collarino romano (e magari la pettorina rossa) ovunque e in qualsiasi tempo allignata, abbia saputo tradursi in cosa concreta, in alimento di civiltà religiosa che è fraterna di natura.

 

La pettorina rossa

 

La dirò qui in termini quasi brutali, forse all’apparenza anche sgradevoli, ma è per evidenziare da subito una riserva che, peraltro, non vuole in nulla contraddire il riconoscimento necessario e doveroso della funzione ecclesiale e del carisma apostolico incarnato dai lontani successori di Andrea, Filippo e Bartolomeo da scorgere ed in pieno recuperare, per una conoscenza serena ed obiettiva, di dritto e di rovescio, e collocare nel pieno della relazione sociale per l’inveramento della consegna evangelica. Il fatto istituzionale non potrebbe mai evitare di vestirsi di umanità, di assorbire umanità e riversarla nei circoli più immediati per l’esempio e il progressivo virtuoso contagio. Ogni gerarchia dovrebbe conoscere che la sua missione è il servizio alla comunità territoriale di riferimento, tanto più, questo, in campo religioso, quello di formazione delle “rette” coscienze, così come avviene, o dovrebbe avvenire, in campo civile, quello del bene comune presidiato dalla buona politica, quello degli interessi generali sempre da tutelare e anche sviluppare. E’ infatti nella umanità preservata nel fare del suo ufficio, ben più che nelle bolle di nomina da qualsiasi ente sottoscritte, l’autorevolezza del capo. Del papa si dice, ormai da millecinquecento anni e ad imitazione delle formule correnti nei primi secoli del cristianesimo: servus servorum Dei. Per espansione petrina, in ogni diocesi il vescovo sorvegliante della fede, delle permanenti e naturali dinamiche della fede, il vescovo mai tentato dalla autoreferenzialità (che sarebbe miserevole sconfitta) ma fiero di rappresentare e promuovere la unità comunitaria in progressione comunionale, di sé dovrebbe avere la nozione come di un servus servorum Dei.

 

A dirla così sembrerebbe, chissà, di volare (o pretendere di volare) alto, magari per misurare, da giustiziere, inadeguatezze vere o supposte e così prescindendo, per illuministica e vana astrattezza, dalle strettoie imposte dall’agenda, dalla pressione d’un mestiere che ogni giorno – la pressione – toglie tempo sia alla lettura necessaria per allargare la mente che alla preghiera necessaria per consegnarsi in interezza, e in logica di discernimento, alla sapienza provvidenziale, toglie tempo alla riflessione ed alla progettazione nuova, per costringere invece ad adempimenti amministrativi, in episcopio come alle poste o al catasto, a manifestazioni perfino duumvirali (protettive e insieme subordinate o gregarie, comunque complici, talvolta scandalose ed urticanti) con i prepotenti, in obiettiva controtestimonianza ed a rischio di confondere così, ancor più per i manti liturgici dell’occasione, i semplici.

 

Ma pur bisogna capire, io credo, che ogni storicizzazione – metodo imprescindibile per costruire biografie e personali e collettive – non possa, trattandosi di Chiesa, non incrociarsi con le tavole valoriali a fondamento di tutto, con le beatitudini tradotte sì nel linguaggio corrente ma non corrotte o rovesciate per la soddisfazione dei sopraggiunti disimpegnati o supponenti novisti… Sicché il temporalismo e la ghigliottina romana attiva fino al 1868 – all’alt imposto al “vicario di Gesù Cristo” (che la benediceva ed azionava) dalla campagna morale sostenuta dal Ferrari e dal nostro Giorgio Asproni! –, comunque si vogliano storicizzare e giuridicizzare, restano quantomeno… distanziati dal Vangelo ed i vescovi sardi che mancano di avvistare i segni dei tempi (cioè della storia ineunte, generosa e faticosa) nell’abbattimento dei privilegi di corporazione – si tratti delle decime o d’altro al tempo di Cavour e di “libera Chiesa in libero Stato” – e rinunciano allo spirito critico che è virtuoso in sé, segnalano un distacco, direi un divorzio, dalla fonte etica che il prevalente conformismo della corporazione celebra e anzi, nella inconsapevolezza, santifica.

 

Come un esercito corporativo e gerarchico

 

Ne danno dimostrazione i disallineati che pur erano anch’essi uomini del loro tempo: a buttar l’occhio all’Ottocento risorgimentale italiano si pensi al Rosmini e si pensi al nostro tempiese canonico Muzzetto, e nelle vicende del fascismo/antifascismo si pensi a don Giovanni Minzoni e al nostro, tempiese anche lui!, canonico Francesco Duranti… Gesù di Nazareth fu un disallineato rispetto al sinedrio ed ai farisei, ed avrebbe dovuto far scuola. Lo furono, disallineati, in epoca assai più recente, per restare alla nostra Italia, don Milani e padre Turoldo, lo furono don Primo Mazzolari parroco e don Arturo Paoli vice-assistente nazionale della Gioventù di Azione Cattolica e padre Balducci – il Balducci che avremmo ammirato fino alla sua parabola dell’ “uomo planetario” – e lo fu anche, nella sua misura, perfino don Tonino Bello.

 

Ogni epoca ha avuto il proprio sinedrio, i propri sinedri, gli ignavi e i nicodemici… come ha avuto i suoi controcorrente, i suoi facchini solitari od isolati, e se la psicologia sociale non concede alle masse, se non in occasioni rarissime, univocità nella assunzione delle responsabilità pubbliche, è proprio per questo che tocca alle punte avanzate nella grande scena del mondo ed ai ceti dirigenti, e tanto più a quelli magistrali, alfieri di tavole valoriali, quale che sia il campo specifico di semina e di predicazione – la scuola come Chiesa, la Chiesa come la scuola – di pronunciare il proprio “sì sì, no no”…

 

Sono riflessioni dell’immediato che mi passano per la testa accarezzando e piluccando questo santo libro, ancora fresco di stampa, di Tonino Cabizzosu: Per una storia della Conferenza Episcopale Sarda (1850-1950), Sassari, Carlo Delfino editore, 2022, un testo che guarda alla dirigenza vescovile sarda di cento anni. Da poche ore soltanto, o pochi giorni, ho il libro fra le mani e, seppure siano state ore spese ad alta intensità di… piluccamenti, ore impegnative a (godibilmente) scorrere tutte le 390 pagine e… puntare dapprima, a mo’ di assaggio, su questa o su quella pagina, misurare e combinare indici e bibliografia, mille note a piè di pagina e finale appendice documentaria tesa lungo il complessissimo quarantennio 1850-1890 (dedicata alla memoria di monsignor Antonio Virdis «insigne studioso e Maestro di generazioni di sacerdoti»), schede biografiche e quadri di introduzione e/o riepilogativi, ecc., non posso certamente concluderne, oggi, che all’attraversamento abbia corrisposto una pienezza di acquisizioni. Ma ho capito, capisco bene, che questa è forse l’opera più impegnativa di un autore che in Sardegna s’è distinto, ormai da mezzo secolo, nelle fruttuose relazioni (interconnessioni) fra attivo presbiterato di campagna ed accademia urbana, esitando quasi un centinaio fra libri e monografie e molte centinaia di articoli e speciali contributi a titoli collettivi, e presentazioni e prefazioni, accostandosi centinaia di volte – omelie d’altare a parte – al microfono per trasmettere ai suoi freschezza di meditazione e, insieme, sentimento comunitario di millenaria impronta, sollecitazioni educative e notiziari documentati delle umane e sofferte vicende della povera Chiesa cui egli appartiene, amata e curata, interrogata e interrogata ancora…

 

E’ soltanto una breve nota, e anticipatrice d’altro, questa mia, indotta a darsi pubblica forse dall’entusiasmo di avere fra le mani il risultato prezioso di una fatica che l’amico professore, parroco-professore – l’amico chierico che tiene alle visite alle famiglie, ed ai malati! di Ittireddu come già di Ardara, come già di Bottidda (come già, prima ancora, da giovanissimo, di Berchidda) per il saluto personale e il dono dell’ostia il venerdì primo del mese non meno che a una lezione in aula di facoltà universitaria, e tutto è preghiera! – mi aveva preannunciato in tante settimanali conversazioni e che, con somma delicatezza, egli ha voluto presentare, come omaggio morale e senso di figliolanza, alla memoria dei vescovi e arcivescovi Francesco Cogoni e Paolo Carta, Giovanni Pisanu e Ottorino Pietro Alberti i quali, in vario modo e in vari tempi, sono entrati nella sua vita più intima e (almeno Alberti e Carta) anche nella mia.

 

Viaggiando fra due secoli

 

Prefato dal barnabita padre Filippo Lovison, ordinario di storia e beni culturali della Chiesa presso la Gregoriana e presidente emerito dell’Associazione dei professori di storia della Chiesa in Italia – collega di militanza accademica di Cabizzosu cioè –, e dopo una brevissima premessa che però meriterebbe una lettura replicata cento volte – replicata cento volte con altrettanti sinceri pentimenti dai poveri vescovi che oggi guidano (?) la Chiesa sarda – parte l’esposizione tematica che una settantina di pagine riserva, dopo che ad un tratteggio di contestualizzazione storica, ai tre congressi episcopali regionali di Oristano (1850 e 1876) e di Sassari (1890), dei quali offre poi anche una valutazione di sintesi.

 

Il cinquantennio 1900-1950 prende la seconda parte espositiva, articolata per decennio, muovendo così, in quanto alla storia civile nazionale, dall’era giolittiana per arrivare a quella repubblicana, dopo aver passato le stagioni terribili della grande guerra, della dittatura (in logica di duumvirato Chiesa-fascismo) e del secondo conflitto mondiale, e gli aggiustamenti politici ed istituzionali conseguenti (ma infine felici!) alla sconfitta bellica. Un cinquantennio che in campo religioso ed ecclesiale/ecclesiastico significa il passaggio dall’autunno del lunghissimo pontificato (un quarto di secolo pieno!) di Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, al pesante decennio di Pio X (pesante quanto per i modernisti anche sardi!), ai successivi “governi cattolici”, universali cioè, di Benedetto XV, Pio XI e Pio XII, segnati anch’essi dagli eventi che sulla scena del mondo portarono la ferocia delle due guerre mondiali (ma s’aggiunga anche quella tutta sua della guerra di Spagna, con i cattolici vittime di “rossi” ed anarchici, ma in mille altri contesti puntello del peggior franchismo in armi), la crudeltà delle dittature pagane recate dal fascismo e dal nazismo – impenetrabile lo stalinismo delle purghe sterminatrici nell’oriente europeo e anche asiatico e resistente ancora il sistema coloniale impiantato dagli europei cristiani nelle terre povere fra un tropico e l’altro ed oltre essi ancora…

 

A collegare in Sardegna le diverse epoche – dico ancora quelle novecentesche con proiezione pure nei decenni post-pacelliani, quelli conciliari e post-conciliari, giovannei e paolini – fu il seminario regionale di Cuglieri con la collegata facoltà teologica anch’essa affidata al governo amministrativo e magistrale dei padri gesuiti. Materia, quest’ultima, che rimbalza di necessità nella trattazione degli ultimi decenni da parte di Cabizzosu e che lo stesso autore aveva già compiutamente esplorato, direi in epoca relativamente recente, nei quattro interessantissimi suoi volumi usciti con il titolo generale di Per una storia del seminario regionale di Cuglieri, 1927-1971, dai tipi della PFTS University Press di Cagliari nel 2017, 2018, 2020 e 2021 (gli ultimi due tomi con la raccolta delle testimonianze degli alunni in numero di quasi cento). Degno complemento e già anticipazione di tanta offerta era stato – e va pure esso ricordato in questo contesto – Fare teologia in Sardegna. Per i 90 anni della facoltà teologica della Sardegna, 1927-2017, di cui Cabizzosu aveva avuto, con Daniele Vinci, la curatela.

 

Ho contato 48 conferenze regionali (dal 13-15 novembre 1906 al 31 ottobre 1950), con sede prevalente Cagliari e, dal 1925 – dalla progettazione del seminario maggiore nel Montiferru e poi dalla sua entrata in funzione nel 1927 – Cuglieri: 17 volte il maggior capoluogo, altrettante Cuglieri; sede sassarese 7 volte (di cui una, nel 1934, in turnazione con Cagliari), 2 in Oristano, una in Alghero e così in Ozieri, 4 a Roma.

 

Si palesava la Chiesa universale a forte incidenza verticistica e curiale, ed ancora tremendamente inquisitoria – quando, per comprendere l’avverbio, occorra calarsi nei panni delle vittime, magari dei teologi arrischiati ed apripista e di quelli irretiti –, anche con i suoi mille bracci missionari generosamente all’opera in mezzo mondo – nel mondo detto “terzo”, dopo quello occidentale liberale ed opulento e quello comunista del raggio pansovietico – e con i suoi diplomatici nelle cancellerie dell’altro mezzo mondo, quello ricco all’apparenza e negoziante concordati più o meno larghi. Allora talune – talune – encicliche papali furono illuminanti la storia globale dei popoli e degne della consegna petrina (Ad Beatissimi ApostolorumHumani Generis Redemptionem… di papa Della Chiesa, Quadragesimo Anno, Non abbiamo bisogno, Mit brennender Sorge… di papa Ratti, Humani Generis e già prima Summi Pontificatus… di papa Pacelli), mentre tanto spesso il magistero scritto ed orale degli episcopati locali, compresi quelli italiani e anche sardi in così  evidente ritardo rispetto alle necessità brucianti dei loro tempi, e nella permanente illusione di essere guida e mai accompagnamento, di essere traino e docenza e mai compagnia di fatica “liberatrice”, stentava a farsi  luce popolare esaurendosi o sprecandosi in alimento di infecondo sentimentalismo devozionale: devozionismo senza partenza e senza traguardo, direi propriamente deviante rispetto alle chiamate dell’ora. Potrebbero essere messe in fila quelle lettere – ne ha pubblicato lo stesso Cabizzosu nei diversi volumi curati, con rigore scientifico, insieme con Francesco Atzeni e editati da Zonza nel primo decennio di questo secolo: si pensi alle raccolte delle pastorali e/o circolari degli arcivescovi cagliaritani Balestra e Rossi e Piovella (ma sovente a firma collettiva dell’intero episcopato sardo). Tutto ciò sia detto qui senza irriverenza, ci mancherebbe! alle intenzioni ed alle persone, ma soltanto guardando al bisogno ed all’urgenza di emancipazione evangelica degli ultimi della scala sociale. Innumerevoli dei quali trovarono comunque, anche in diocesi, all’ombra di asili e conventi, accoglienza e mensa, soccorso materiale e morale – carità autentica – da francescani o vincenziani o d’altro ordine, dalle suore sante e dalle loro volontarie, con il consenso pieno e fervido di presuli buoni.

 

Ma queste sono considerazioni che sarà bene suffragare ulteriormente con i dati di fatto e più puntuale esemplificazione e che bisognerà accompagnare, se posso dire così, con l’illustrazione dei limiti che la convenzionale autoconsegna della Chiesa (e dei suoi vertici, ché di essi occorre soprattutto dire) al giudizio e pregiudizio, al costume e alla prassi della società indeterminata ha provocato in essa e nella sua missione. Potrebbe bastare la fotografia che impressiona il gruppo episcopale del 1876, o magari del 1890, o anche degli anni successivi – si tratta dell’immagine di copertina e delle altre interne al libro di Cabizzosu. Tutti maschi e anziani o vecchi, signori fra i sessanta e i settant’anni – e anche quando sono cinquanta, sono i cinquanta che valgono i settanta e gli ottanta di oggi –, vissuti e direi consumati nelle specialità clericali (fra seminario e parrocchia o convento) e socialmente protetti dal loro abito: una categoria tipologicamente perfino ristretta chiamata a capo di comunità evidentemente assortite al massimo nella loro composizione, donne per il cinquanta per cento, portatrici di figurazioni e sensibilità e bisogni cui difficilmente potrebbe corrispondere l’umana esperienza maturata da chierici tanto obiettivamente, cioè ben al di là delle proprie volontà e scelte, “altro” da quella pasta sociale che essi erano chiamati a servire senza averne adeguata competenza…

 

Quale dunque il possibile riversamento pedagogico dell’autorità episcopale a pro del popolo, pur compiuto esso con tutte le mediazioni di parroci e collaboratori a maggior contatto con le fasce popolari prive di licenza di interlocuzione? (E’ di alcuni anni fa una bellissima riflessione dell’attuale vescovo di Iglesias, l’arburese don Giovanni Paolo Zedda, che faceva mea culpa ecclesiale/ecclesiastica rispetto alla classe dei minatori che trovò storicamente nel socialismo e non nella Chiesa la sua migliore protezione!). Si arriverà un giorno, dalla curia romana in cedimento al fascismo, alla smentita d’ogni soggettività politica anche al Partito Popolare Italiano così largamente radicato anche nell’Isola (e si ricordi che il Corriere era diretto da don Gabriele Pagani, l’amico di gioventù del futuro Giovanni XXIII!), e don Sturzo dovrà partire per l’esilio che brucerà vent’anni della sua vita, fra Londra e Parigi e poi New York. Ogni episcopato, e tanto più quello italiano, e quello sardo in esso, continueranno ad esprimere ed esercitare, nei primi decenni del Novecento e quanto anche durante il regime di dittatura, come già era avvenuto nel cinquantennio precedente – a scavalco di unità politica e di breccia di Porta Pia – funzioni puramente esecutive degli input romani.

 

Di qui la contraddittoria povertà della produzione magisteriale dell’episcopato sardo. E si pensi alle resistenze episcopali a Cagliari, proprio nei primissimi del nuovo secolo, agli “azzardi” democristiani dei giovani di dottor Virgilio Angioni e dei tanti Pietro Leo… per sostenere invece gli indirizzi oltranzisti (e paternalistici) del patriziato nero… Certo poi ogni discorso critico dovrebbe allargarsi a censire le singole situazioni e farne specifiche analisi, ché Cagliari non era e non è la Barbagia delle faide paesane davanti a cui nell’Ottocento come nel Novecento – si pensi alla finale missione di monsignor Giuseppe Melas – la Chiesa fu chiamata a speciale docenza spirituale ed esempio pacificatore.

 

Ad ogni modo, sarebbe da dire che la rassegna delle conferenze novecentesche (dal 1906 al 1950) è rapidamente affacciata da Cabizzosu, ed immagino che qualche maggior dettaglio documentario egli intenda riservarselo per un futuro studio ed altra pubblicazione. Io stesso rinvio quindi, in quanto a questa prima ricognizione, a un prossimo scritto di affiancamento. Rilevo soltanto, facendo riferimento al lavoro oggi all’attenzione, che le conferenze ripresero con proposito di convocazione annuale, ad iniziativa di fra Pietro Balestra, al tempo arcivescovo di Cagliari ed amministratore di Ales e Terralba. Nel vuoto di tre lustri abbondanti fra il 1890 ed il 1906 i metropoliti di Cagliari e Sassari chiamarono i suffraganei per conferenze di provincia ecclesiastica. Segnatamente per il polo cagliaritano Cabizzosu ne riferisce riguardo al maggio e agosto 1903, al giugno 1904, all’ottobre 1905 (puntualmente ospitate nei locali del seminario Tridentino di via Università, di cui era allora rettore il segretario dell’arcivescovo e prossimo vescovo – mandato ad Ales – Francesco Emanuelli).

 

Merita al riguardo un breve indugio su quanto, collocandolo nella trattazione del terzo raduno – quello del 1905 (quando già da qualche mese ha fallito l’impresa della sanjustiana La Sardegna Cattolica e si lavora ad una risurrezione che avverrà soltanto nel 1907 con l’edizione quotidiana de Il Corriere dell’Isola) – accenna Cabizzosu relativamente alla tendenza di Pio X di «rimpiazzare l’episcopato indigeno con elementi provenienti dal Settentrione d’Italia», con il che suscitando la reazione di taluno assolutamente refrattario a qualsiasi… «invasione continentale». Invero bisognerebbe avvertire che, nei primi anni del Novecento e in capo a papa Sarto, diversi presuli di nascita sarda furono inviati… a compensare, a capo di diocesi del continente: il silighese Giorgio Maria Del Rio a Locri-Gerarce in Calabria, l’ozierese Salvatore Scanu a San Marco Argentano e Bisignano, pure in Calabria, Saturnino Peri, tresnuraghese, a Crotone, terzo in Calabria, Raffaele Piras a Penne ed Atri in Abruzzo… E nel novero potrebbe anche mettersi padre Giovanni Battista Niola, sedilese, mandato – ma da lì subito dimissionario – a Venosa di Lucania (da dove in Sardegna, in Ogliastra precisamente, era appena arrivato monsignor Emanuele Virgilio) e potrebbe mettersi altresì, perché ormai sardo elettivo (ma di nascita ligure), il già citato Francesco Emanuelli destinato a guidare per ben 37 anni la diocesi villacidro-marmillese.

 

Sessanta vescovi…

 

Sono complessivamente una sessantina i vescovi che ruotano nei palazzi episcopali delle undici diocesi isolane fra il 1850 e il 1950, la metà circa nel secondo tribolato Ottocento, quello che vede i partecipanti ai tre congressi analizzati da Cabizzosu ed ampiamente documentati nell’appendice. E direi che fa molto bene l’autore a caratterizzare per anagrafe e formazione ogni singolo partecipante (evidenziando il sempre critico tasso di… peninsularità calato nell’Isola) così come anche, con schede rapide ed essenziali, lo stato di presenza delle singole diocesi ora nel 1850, ora nel 1876 – l’anno di ascesa della sinistra cairoliana e poi trasformista depretisiana al governo del regno, in ricambio della destra storica -, ora ancora nel 1890, vigilia immediata della rapsodica scalata giolittiana che marcherà, in linea evolutiva, tanta legislazione anche sociale dell’Italia, ma che combinandosi col crispismo, di tante nuove e sanguinose avventure coloniali si renderà responsabile, purtroppo, sacrificando le giovani leve della nazione e intristendo i bilanci pubblici.

 

Si consideri questo: dire della Chiesa (e dell’episcopato) sardo del 1850 significa far riferimento, come sfondo politico-costituzionale, ad una realtà che è ancora per undici anni quella del Regno di Sardegna (o chiamalo sardo-piemontese); dal 1861 al 1946 siamo in un contesto di Regno d’Italia, a diarchia corona Savoia e governo liberale (ma d’un liberalismo di varia obbedienza e scalettatura) fino al 1922, a diarchia corona Savoia e dittatura Mussolini per due decenni, in sospensione e/o ricostruzione democratica per mille giorni ancora, prima del referendum; e dal 1946 in regime repubblicano, in un guelfismo in ricomposizione ed a largo suffragio elettorale.

 

I tre congressi episcopali regionali di cui tratta Cabizzosu nella prima parte della sua opera con un importante  supporto documentario – ben 27 unità relativi al 1850, una quarantina addirittura riguardanti il 1876 (qui includo la silloge deliberativa d’ordine tutto regolamentare curata dal bosano monsignor Cano, su gerarchia, parrocchie, clero secolare e regolare, scuole di seminario, confraternite, disciplina, amministrazioni temporali, forme sacramentali), una decina riferite al 1890 (in capo a tutto, e di evidente importanza, i corposi “atti” in 118 punti con appendice da “non darsi alla stampa” ed il supplemento epistolare d’informazioni fra la Sardegna, papa Pecci e il suo segretario di Stato) – si collegano a passaggi storici isolani (e per altri versi anche nazionali) rilevanti: il 1850 significa la “disfida” del governo di Torino sulle decime (con il finale esilio punitivo dell’arcivescovo di Cagliari Emanuele Marongiu Nurra), primo tempo di una azione riformatrice e modernizzatrice in chiave liberale del sistema fiscale ed anche giudiziario che si compirà nell’arco di tre lustri interi, completandosi infatti in contesto di Regno d’Italia: si tratta innanzitutto delle leggi Siccardi (abolizione del foro ecclesiastico, del diritto d’asilo, della manomorta), cui seguiranno quelle dette eversive, espropriatrici dell’asse ecclesiastico, della soppressione degli ordini religiosi non a funzione sociale, ecc.

 

L’incontro circolare: 1850 e dopo

 

L’estraneità degli uomini di chiesa e del ceto episcopale rispetto alla cultura liberale (eppure la formula cavouriana di “libera Chiesa in libero Stato” poteva dirsi derivazione della massima evangelica del “date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio”), e il permanente intoppo della teocrazia di Pio IX – che aveva giurato di non cedere neppure un metro di territorio dello Stato che aveva ricevuto al momento della sua elezione al soglio di Pietro, con questo rivelandosi incapace di scorgere i pur evidenti “segni dei tempi” – furono lì a determinare contrasto e lotta, direi proprio lotta furibonda fra storia avanzante ed antistoria resistente, ed a determinare anche, come dolorosa conseguenza, la lunga vacanza delle sedi vescovili che volta a volta andavano a privarsi, per inesorabile legge di natura, del loro ordinario.

 

A dire dei protagonisti. Impegnò dieci giorni del loro tempo, nell’aprile 1850 (dal 18 al 28), il “conventus episcoporum” di Oristano. Da neppure una settimana Pio IX era rientrato nella sua urbe dopo l’autoesilio di diciassette mesi a Gaeta ed a Portici, città entrambe di quel Regno delle due Sicilie che era stato invocato insieme con l’Impero asburgico e la Repubblica francese, e le cui armi, felicemente fermate dai garibaldini, idealmente s’integrarono con quelle degli stranieri che abbatterono la gloriosa Repubblica Romana, uccisero i patrioti repubblicani ed anche il poeta ventiduenne Goffredo Mameli. Seminando morti allora e poi, nella cui scia anche si sarebbe posto, il 10 agosto 1849 festa di San Lorenzo, il tredicenne Lorenzo Brunetti, con suo padre Ciceruacchio e anche un prete, tutti fatti fuori dal fuoco cattolico e benedetto degli austriaci.

 

Ma è in questo quadro che anche entra, non soltanto come pennellata di stravagante surrealtà – e tale fu: surrealtà! –, il basso conflitto fra l’arcivescovo di Cagliari Marongiu Nurra e il suo confratello metropolita sassarese Domenico Varesini (amministratore apostolico di Galtellì-Nuoro e dichiarato nemico di Asproni nel 1847) a proposito del diritto di convocazione. Sottostante, incartapecorita da secoli, la disputa circa il primato ecclesiastico sardo. Per dire quanta assenza di senso della storia ineunte, della storia liberatrice, e del vangelo rivoluzionario aveva l’episcopato sardo che avviava allora le sue prove d’incontro circolare.

 

Se dunque il congresso di Oristano del 1850 visse l’inizio di un ciclo storico che all’apparenza fu tutto a perdere per la Chiesa – e ben poco portarono, se non fulmini vaticani, le solitarie invocazioni del 1861 del canonico Muzzetto e del clero gallurese perché papa Mastai Ferretti rinunciasse evangelicamente al potere temporale – diverso fu il contesto in cui si collocò il secondo congresso, nel 1876, ed altri furono i protagonisti. Stabile Iglesias (con Montixi con fama di antifallibilista, nonostante la sua dichiarazione di formale adesione al dogma), ogni sede vescovile era stata nel frattempo soddisfatta con la provvisione, in parte nel 1867 (Nuoro ed Ales) in parte nel 1871 (Cagliari e Sassari ed Oristano cattedre metropolitane, e suffraganee Lanusei, Bosa ed Alghero, Ozieri e Ampurias-Tempio), dei nuovi residenziali muniti di exequatur governativo.

 

Ancora sotto il regime di papa Mastai – in debol forza ancora per due anni –, nel 1876, riunitisi ancora nella sede baricentrica di Oristano (e sotto la presidenza di quell’ordinario monsignor Soggiu), i presuli sardi – tutti tranne uno di nomina appunto Mastai – volsero la loro prevalente cura a dar sistematicità, come peraltro avvenuto in altre circoscrizioni continentali, alle traduzioni canoniche particolari degli indirizzi che dalle prefetture di curia romane erano partite per ogni diocesi d’Italia, d’Europa e del mondo, così sotto il profilo ordinamentale come sotto quello strettamente religioso o chiamato ministeriale (amministrazione dei sacramenti, liturgie).

 

 

 

 

 

 

 

 

Data la maggior anzianità nella data di ordinazione episcopale, toccò a monsignor Marongiu Delrio, che… in gioventù – allora trentenne – , da canonico, era stato deputato al Parlamento subalpino ed era un intellettuale con i fiocchi, eminente giurista e docente universitario, convocare la terza assemblea vescovile sarda: lo fece nella sua Sassari, ovviamente, nel 1890.

 

A far da ponte fra il 1876 ed il 1890 – spia positiva di una sensibilità collegiale di ambito regionale che era parsa svilupparsi fra i vertici diocesani – furono due «indirizzi collettivi» datati 8 febbraio 1886 e 23 novembre 1887: il primo per confermare il tomismo come portante asse dottrinale del cattolicesimo anche nei tempi moderni, il secondo per confermare l’indefettibile papismo della catena apostolica isolana.

 

Di un terzo documento (firmato alla vigilia del congresso del 1890) fa rapido cenno Cabizzosu relativamente alla protesta che si credette di dover presentare ai parlamentari impegnati nella discussione delle bozze del nuovo codice penale voluto dallo Zanardelli – dal guardasigilli liberale e massone che aveva abolito la pena di morte in Italia! e anche i lavori forzati, e anche l’obbligo di estradizione per reati politici, ecc. –, e contenente «disposizioni lesive dei diritti del clero in materia matrimoniale». Il contenzioso, punibile legalmente – sintetizza Cabizzosu (io non conosco il documento) – concerneva «gli interventi pastorali nei campi riguardanti l’ingiunzione da parte dei ministri del culto della restituzione dei beni tolti alla Chiesa, la separazione di coabitanti, il divieto di fungere da padrini o di ottenere la sepoltura ecclesiastica secondo le prescrizioni del codice di diritto canonico».

 

Certamente di interesse fu la modalità preparatoria del congresso sassarese: ogni vescovo fu infatti richiesto di compilare un articolato questionario vertente soprattutto su questioni pastorali, andando dal catechismo e predicazione alla stampa religiosa, dall’organizzazione dei seminari all’assistenza alle confraternite e pie congregazioni.

 

In trenta pagine, nella sezione documentaria, è riprodotto il verbale dei sei giorni di lavoro cui presero parte attiva tutti i vescovi in servizio (assente soltanto Pinna, presule di Ampurias e Tempio, infermo e rappresentato dal confratello di Alghero don Eliseo Giordano). Si tratta di un documento di estremo interesse perché porta il suo lettore – invero come i due precedenti – all’interno della mentalità dei protagonisti sulla scena, della loro cultura religiosa e civile prima ancora che all’interno della complessa organizzazione o statutaria e precettistica ecclesiastica da essi elaborata o strutturata. Inducendo, sempre con il rispetto dovuto ad una istituzione due volte millenaria ed a radice perfetta per la nettezza delle parole pronunciate quella volta nei dintorni di Cesarea di Filippo («tu sei Pietro»), a considerazioni critiche che valgono per il passato – passato storico, passato di uomini – ma valgono, straordinariamente imperiose, anche per l’oggi.

 

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Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).

 

 

 

 

 

 

 

 

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