L’avventura di Nino Rovelli e i veleni della chimica: ambiente sardo a rischio, di Pier Giorgio Pinna

Questo testo è tratto dal recente  libro di Pier Giorgio Pinna – già caporedattore de La Nuova Sardegna e corrispondente di ‘la repubblica’  -   dal titolo  “Virus & censure. Il contagio mediatico”, Editrice Mediando, Sassari, 2021.

Ciak, si gira. Questo è un documentario con tonalità nere su salute e sicurezza sanitaria. Possibile titolo: Dalle scatole cinesi alla catastrofe sociale. La serie? Difficile decidere. Il genere potrebbe rientrare tra le collaudatissime commedie all’italiana dal sapore amaro, con scenografia in terra sarda tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Primo antefatto. Inquadratura a distanza sul padre della creatività del linguaggio, Noam Chomsky, uno degli intellettuali che non hanno mai rinunciato al ruolo di coscienza critica dell’Occidente. Filosofo dalle radici anarchiche, sino a novant’anni e oltre ha continuato a occuparsi di giornali e mezzi di persuasione occulta: qui – in uno schema simbolico – ripropone una delle sue citazioni esemplificative, passo tratto da Sant’Agostino che serve a far capire meglio certi concetti. È la storia di un pirata catturato da Alessandro Magno al largo dell’Egitto. «Il sovrano – riferisce il vecchio Noam – chiese al prigioniero come ardisse portare scompiglio in mare. “Ma come osi tu, piuttosto, creare scompiglio in tutto il mondo?”, gli rispose il pirata: “Io lo faccio con una piccola nave, e mi chiamano malfattore, mentre tu, che lo fai con una flotta, sei chiamato imperatore”».

Secondo antefatto. Si passa dal Mediterraneo orientale alla Sardegna. L’aneddoto su Alessandro e il pirata da queste parti è tutt’altro che surreale: fotografa il quadro economico sorto alla metà degli anni Sessanta nell’isola. Così la scena cambia, ma non del tutto. Nelle nuove sequenze si vedono da una parte fuorilegge che mettono a segno rapimenti e rapine: uccidono per interesse o vendetta, seminano odio passando da una disamistade già aperta ad altre faide. Poi, giustamente, vengono braccati, quasi tutti condannati e rinchiusi in galera. Da altre parti, invece, sbarcano nell’isola alcuni primattori descritti da Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani nel loro libro Razza padrona. Personaggi che puzzano d’inganno, ma autorizzati dalla classe politica al governo ad agire indisturbati. Tutto ciò sebbene saccheggino i forzieri delle casse pubbliche, godendo tra i banchieri di un credito tanto smisurato quanto privo di garanzie.

Terzo antefatto. Al lato degli interpreti di questa sceneggiatura popolata da predoni d’alto bordo spunta un nuovo patron, quello della chimica nazionale. Si chiama Nino Rovelli e ama senza riserve il business. Sorriso intrigante, fascino da conquistatore, è soprannominato il Clark Gable della Brianza, per la straordinaria somiglianza, patrocinata da un prepotente paio di baffi, con l’attore hollywoodiano. Dà vita a Porto Torres e a Ottana a giganti d’argilla. Colossi fragili che, franando in modo clamoroso dopo esser passati da un crac all’altro fra società costruite per drenare una montagna di soldi regionali e statali, lasceranno macerie. La vicenda personale dello scafato attore e quella del quotidiano “La Nuova Sardegna” s’incontrano a percorso industriale già avviato da qualche tempo nel polo turritano. Alla fine, l’unico che riuscirà a salvarsi non sarà Rovelli, ma il giornale di Sassari, che all’inizio parla quasi solamente dei pirati e alla fine dovrà occuparsi soprattutto dell’imperatore.

Fatto. Tra il 1964 e il 1965 si mette in marcia il Piano di rinascita. Nell’aprile 1967 il principale proprietario della “Nuova”, Arnaldo Satta Branca, trova l’acquirente disposto a sganciare il denaro richiesto: è, appunto, Rovelli, nato a Olgiate Olona nel 1917 (e morto a Zurigo nel 1980). Figlio del dirigente tecnico di una fabbrica lombarda, laureato al Politecnico di Milano, in gioventù campione di bob a quattro, emerso in pieno boom economico, l’ingegnere è stato uno dei più controversi imprenditori della Prima repubblica. Comunque, in quella primavera, a Sassari, mette sul piatto una somma che il maggiore azionista (75 per cento) non può rifiutare. E della società editrice compra anche le quote di minoranza. «Mio padre, Fernando, mi riferì che la vendita totale avvenne per 300 milioni e che l’intera famiglia Gallizzi titolare della tipografia ebbe nel suo complesso 16 milioni di lire: a lui toccò un terzo», racconta il giornalista Bruno Gallizzi (alla “Nuova” dal 1966 al 1997). Se dunque quelle cifre saranno confermate, si parlerà di una somma complessiva oggi pari a tre milioni di euro. Poco dopo, nel 1969, Rovelli si attiva a Cagliari per far entrare nella sua orbita anche l’altro storico giornale dell’isola, “L’Unione”, sia pure in modo mascherato: per evitare che si sveli subito il pieno controllo sull’informazione sarda. Satta Branca manterrà la carica ufficiale di direttore sino al marzo 1971. Di fatto la guida del giornale continuerà a restare nelle mani del caporedattore Aldo Cesaraccio, che gli subentra dall’aprile successivo. Delle trattative e delle vendite i giornalisti saranno informati a cose fatte. In breve la Sir otterrà il monopolio sulla carta stampata: una leva non secondaria per chi come il Gable italiano possiede stabilimenti che si rivelano a elevatissimo rischio d’inquinamento ambientale, impianti dove per lui è preferibile che nessun estraneo si azzardi a ficcare il naso.

Alla ripresa delle nuove sequenze si può notare come i condizionamenti diventino presto fonte di contrasti all’interno dei due quotidiani sardi, coinvolgendo di lì a poco l’intera categoria dei professionisti della comunicazione. Tuttavia Rovelli è coccolato dalle giunte regionali e dai governi nazionali a guida dc che si alternano a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Gli danno una grossa mano, salvo qualche eccezione, i dirigenti che si avvicendano alla guida di Cgil, Cisl e Uil: in larga misura i sindacati vedono nell’occupazione in fabbrica l’unico futuro. Un domani al coro di plauso generale si accoderanno molti esponenti della nomenclatura di Pci e Psi. Tutti a proclamare la necessità d’industrializzare in modo massiccio la Sardegna. A migliaia i pastori e contadini lasciano pascoli e campagne per arruolarsi nell’esercito della Sir (o, non lontano, nella raffineria Saras dei Moratti). Unici scettici, isolati nel quadro generale, pochi ecologisti. Gli stessi che sin da allora vedono sparire la spiaggia della Marinella a Porto Torres, guardano il petrolio finire nel Golfo dell’Asinara tra lavaggi delle cisterne dei cargo e perdite dai serbatoi a terra, osservano i rifiuti tossici seppelliti in mezzo agli impianti di Minciaredda. E le palline di plastica ricoprire come un tappeto la superficie del mare.

 

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