Alberto Merler: La sofferenza individuale e sociale della solitudine. Intervista al sociologo di Franco Ferrandu

Professor Merler, lei è un sociologo, docente universitario, in pensione, che ha avuto a che fare con migliaia di studenti e che ha viaggiato in tutto il mondo. Scrive un saggio sulla solitudine come vissuto personale. È irrituale.

«Le dico subito che non è un saggio, né un romanzo. Ma è un insieme di riflessioni, di annotazioni che, come spiega la quarta di copertina, riflettono sulla solitudine intesa come vedovanza. Quando ci chiediamo quale sia il senso della nostra esistenza e quale l’aiuto che possiamo ancora offrire agli altri. Lo faccio senza strumenti sociologici o antropologici. Se qualcosa è scappata nelle pagine, è stato per deformazione professionale. Scrivendo non ho specificato la mia disciplina. Lo fa nella prefazione Luciano Caimi, ma lo dice lui, non io». Indaga la solitudine subìta, per gli eventi della vita. E fa sottolineando la distinzione fra assenza e mancanza, che lei chiama la “non esistenza permanente”.

«Sì. Sin dall’inizio il tentativo è dire che non si tratta di un qualcosa di momentaneo, ma di qualcosa che rimane. Il vuoto che causa orrore, panico e diffidenza. Causa la chiusura di orizzonti che non si riesce più a scorgere. C’è da dire che la separazione da un coniuge a causa della morte non ti lascia, per esempio, l’acredine che può provocare un divorzio, anche quando viene affrontato in modo adeguato e civile. Con la vedovanza questo non esiste. La vita è fatta di incontri e quando trovi buoni incontri cerchi di conservarli anche nella memoria, nel ricordo».

Chi rimane deve fare i conti con i sensi di colpa. Anche per non essere riuscito a proteggere la persona cara.

«Sì. Ti chiedi: come mai non sono riuscito a intervenire, ad aiutare? Accade anche in riferimento ai familiari, ai figli. Il rischio che può esistere è che i parenti pensino o dicano “come mai non hai tutelato a sufficienza”? Il fatto è che noi abbiamo sempre la sensazione di poter risolvere i problemi, ma così non è».

Lei scrive che nei confronti delle persone sole esiste una sorta di “stigmatizzazione sociale”. Sono viste come ambigue, sofferenti, pericolose.

«Solitamente nella quotidianità le cose si fanno in coppia. Il numero dispari non viene quasi mai considerato. Si è visti come persone che sono state abbandonate, o che si abbandonano. Il nostro stereotipo dell’anziano solo e sporco persiste ancora. Anche io a volte vedo persone sole che hanno la camicia macchiata. Nessuno si cura di loro, non dico materialmente almeno finché sono autosufficienti, ma nessuno li avvisa se hanno davvero la camicia macchiata, o se il loro colletto è liso».

Nel libro si parla di “fame di vita” o di “sete d’aria”. Termini divenuti purtroppo consueti in questi due anni di pandemia. Quanto hanno inciso il Covid e l’isolamento nella scrittura di questo libro?

«Togliendo le occupazioni quotidiane di altro genere, anzi rendendole addirittura impossibili, in me ha liberato tutto questo. Non ha per esempio liberato del tempo da dedicare all’approfondimento delle mie discipline. Non lo so perché, ma per me è stato una specie di sblocco».

Un libro che entra nell’intimo. Anzi lei ha abbattuto diverse barriere tra pubblico e privato. E non lo ha fatto con un’opera di finzione come un romanzo, ma raccontando la sua esperienza. Non sarà stato facile.

«Non mi sono messo nella prospettiva di dover dimostrare qualcosa. Questo libro, assieme ad altri miei lavori fanno parte di una serie che io chiamo “Scritti liberi”. Non segue un vero ordine e non esiste una trama. Si può aprirlo e leggerlo per cinque o dieci minuti in qualsiasi punto. Quando lo si riprende in mano si può ripartire da un punto diverso, senza alcun nocumento. Servono solo pazienza e curiosità. Sono considerazioni mie che so che possono essere simili, non uguali, a quelle di tanti altri. Me ne sono accorto a Ozieri, durante la prima presentazione. Nonostante le mascherine, dagli sguardi e dal linguaggio del corpo delle persone venute ad ascoltare, vedevo che si ritrovavano in un’esperienza privata e singolare, ma comune».

Lei è padre di due figli, nonno. Qui in casa assieme a tanti libri ci sono i giocattoli dei nipotini. Però nel libro emerge la figura di una persona che si sente sola in mezzo ad altre persone, anche familiari.

«Sì, è vero. Ho la fortuna di avere familiari, qui i nipoti vengono e giocano, possono riempire la vita. Ma nel libro c’è una frase che avrà notato: dice che quando io apro la porta di casa e passo quella soglia, io so che sarò solo. Esco da un mondo di rapporti ed entro nella mia casa in cui sarò solo. Per quanto ospitale e protettiva non è più un rifugio, o un luogo condiviso. Potrà trovarsi in un ambiente fisico consueto, nella migliore delle ipotesi, ma non uguale a un prima definito dagli eventi».

Da sociologo le chiedo: ci sono istituzioni che possono intervenire per lenire queste sensazioni? Il pubblico può intervenire in qualche modo? Lei dice che la solitudine subita diventa un evento incomprensibile e che dopo certi eventi occorre ridefinirsi. Scrive che “proiettare questa nuova immagine di sé può condurre a un distacco dal mondo”.

«Parlo molto di comunità, può essere quella più ristretta della famiglia, della cerchia dei tuoi amici, o per me dell’università. Le istituzioni che tutelano le persone “fragili” non danno tutte le soddisfazioni intime di cui abbiamo bisogno. Ci sono aspetti affettivi che chiaramente non riescono a coprire. Solitamente riguardano aspetti materiali, a volte necessari per sopravvivere, come capita vendendo le persone sole fare la fila davanti alle associazioni che regalano generi di prima necessità. I luoghi di aggregazione o di ritrovo sono importanti ma devi vedere se trovi il feeling con qualcuno con cui hai delle cose in comune. Con il coniuge in genere c’è un’intesa sul piano delle idee, anche confliggendo, o sul piano delle scelte politiche, dei viaggi, delle memorie. È un po’ diverso».

Per chiudere, da cosa si riparte per non isolarsi dal mondo o, come scrive, per riattivare la capacità di relazione?

«È un fatto fortemente soggettivo. Per me è stato ripartire da questi “Scritti liberi”, non codificati. Forse potrei dire non darsi dei limiti, esplorare strade nuove. Io dò molta rilevanza al sostegno comunitario e familiare però non sempre si hanno questi rapporti stretti e vicini, ne sono cosciente. Sono in pensione, e credo nel lavoro anche gratuito che abbia una rilevanza sociale e civica, di utilità per gli altri».

 

Da La Nuova Sardegna,  28 novembre 2021

 

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