Cagliari e San Saturnino: un patronato ancora evanescente, di Antonello Angioni

Oggi, a Cagliari, è la festa di San Saturnino.

 

 

Quattrocento anni fa, e precisamente il 14 ottobre del 1621, la città di Cagliari era protagonista di un avvenimento di grande rilievo per la sua storia religiosa e civile. Infatti, nell’ambito della campagna di scavi promossa dall’arcivescovo Francisco d’Esquivel nel 1614 per la ricerca delle spoglie dei martiri (i cuerpos santos), in un sarcofago romano scoperto nel braccio meridionale della basilica allo stesso intitolata, furono ritrovate le reliquie di San Saturnino, patrono di Cagliari da tempo immemorabile. Le sacre reliquie vennero quindi traslate nel “Santuario dei Martiri”, realizzato nella cripta del Duomo di Cagliari, dove tuttora si trovano. Con esse venne portato anche il sarcofago.

La cripta, consacrata nel 1618, era stata fatta realizzare dal D’Esquivel proprio per accogliere le spoglie dei protomartiri cagliaritani e si articola in tre ambienti: una navata centrale e due cappelle laterali. In una di esse, quella a sinistra per chi accede all’ipogeo, è presente, oltre il sarcofago di cui si è detto, una statua di piccole dimensioni, scolpita su marmo e dipinta, che raffigura San Saturnino in abiti nobiliari con la spada e il Vangelo: risale al 1624.

Quattro anni dopo, nel 1628, nel sinodo dell’arcivescovo Ambrogio Machin, la celebrazione di San Saturnino venne considerata festa di precetto per la città di Cagliari: festività che si estese a tutta la Diocesi e rimase in vigore sino al 1911 (anno in cui il pontefice Pio X restrinse le ricorrenze di precetto abolendo tutte le feste locali).

Quanto precede avrebbe potuto costituire la premessa per il radicarsi, tra la popolazione, del culto del santo patrono. E, al riguardo, l’occasione non tardò a presentarsi allorché, nel 1652, per scongiurare il possibile arrivo della peste a Cagliari, il Magistrato civico, evidentemente non fidandosi dei luminari della medicina, aveva deciso di invocarsi al cielo. E chi più del santo patrono poteva essere destinatario della richiesta di aiuto? E invece no.

Infatti, come tutti sanno, la scelta della città – vale a dire il voto dell’11 luglio 1652 – cadde sul beato Efisio: scelta che potrebbe avere del singolare laddove si consideri che a San Saturnino era (ed è) dedicata l’omonima basilica, la quale costituisce il più antico monumento dell’arte paleocristiana in Sardegna e uno dei più importanti luoghi di culto in ambito mediterraneo.

Il tempio venne eretto, nel VI secolo, nel luogo di sepoltura del martire: in origine (nel IV secolo) si trattava di un martyrium, vale a dire un santuario memoriale innalzato sulla tomba di un martire o di un santo. Per la costruzione della basilica venne utilizzato del materiale di spoglio, proveniente da alcuni edifici vicini di epoca romana. La stessa è menzionata, per la prima volta, dal diacono Ferrando di Cartagine nel racconto della Vita di San Fulgenzio vescovo di Ruspe: Ferrando, che scrive intorno alla metà del VI secolo, è anche il primo a parlare di San Saturnino.

Nelle adiacenze della basilica, proprio ad opera di un gruppo di esuli africani guidati da Fulgenzio, venne poi fondato un cenobio che ebbe grande importanza nella storia culturale – oltre che economica e civile – di Cagliari in quanto, al suo interno, era attivo uno scriptorium dove venivano trascritti i testi sacri. Ferrando ci informa che Fulgenzio – per due volte esiliato nell’Isola, unitamente a numerosi confratelli, dal re vandalo Trasamondo – aveva fondato un monastero iuxta Basilicam Sancti Martyris Saturnini procul a strepitu civitatis, vale a dire nei pressi della basilica dedicata al martire, un luogo allora lontano dal frastuono della città.

Questo edificio di culto paleocristiano, utilizzato in epoca bizantina e giudicale, era comunque caduto in rovina quando, nel 1089, il giudice di Cagliari Costantino Salusio II de Lacon-Gunale lo donò ai monaci benedettini dell’abbazia di San Vittore di Marsiglia venuti in Sardegna per volere del papa Urbano II: i Vittorini. Il priorato di San Saturnino, a suo tempo ricostruito dai monaci provenzali, versava in condizioni di deplorevole abbandono anche al tempo della conquista catalana, tant’è che nel 1327 i Carroz lo smantellarono parzialmente e utilizzarono le sue pietre per rafforzare il castello di San Michele e altre strutture di cui erano proprietari nei dintorni di Cagliari.

La decadenza dell’edificio può forse costituire una delle possibili chiavi di lettura per indagare il motivo della discrasia, tuttora esistente, tra Cagliari e San Saturnino (impropriamente chiamato anche Saturno) e aiutarci a comprendere il rapporto, ancora evanescente, del patrono con la sua città. Un’altra causa di tale scarsa empatia potrebbe essere individuata nell’ubicazione della basilica, che si trovava in una campagna brulla e disabitata, e precisamente nell’area di una vasta necropoli e quindi, di necessità, in un luogo lontano dall’edificato storico.

E poiché l’abbandono e la distanza dal centro della vita pulsante finiscono sempre per svilire il valore dei beni, nel 1669 – allorché si decise di effettuare, sotto l’esperta direzione dell’architetto genovese Domenico Spotorno, importanti lavori di rifacimento della Cattedrale di Cagliari – l’antica basilica paleocristiana divenne quasi una cava e i cantoni dei due bracci (meridionale e settentrionale), che giacevano abbandonati sul suolo, presero la via del Castello.

Uno scollamento e un distacco che, invece di attenuarsi, col passare degli anni, erano destinati ad accentuarsi allorché, nel 1714, la basilica (o meglio quanto ancora ne rimaneva) venne concessa, dall’arcivescovo di Cagliari Bernardo Carinena, alla Corporazione (o Confraternita) dei medici e degli speziali della città. Infatti, con l’occasione l’edificio di culto venne re-intitolato ai santi Cosma e Damiano, protettori della Corporazione, col conseguente uso di chiamare il tempio “Basilica di San Cosimo” e l’affermarsi del culto di tale santo, al quale tuttora è dedicata la piazza antistante la basilica.

E a dire che, proprio in quel periodo, vale a dire nei primi vent’anni del Settecento, nella Cattedrale cagliaritana veniva collocata una seconda statua dedicata a San Saturnino, realizzata da uno scultore di scuola napoletana in legno policromo e dorato. Il santo è raffigurato nelle vesti di un ufficiale romano con casacca e schinieri, armato di spada, benché nessuna fonte richiami una sua carriera militare. Nella mano sinistra, il santo tiene il libro dei Vangeli e nella destra la palma del martirio.

La statua è collocata nel transetto destro della Cattedrale, vale a dire nella “Cappella di Sant’Isidoro”, conosciuta anche col nome di “Cappella della Madonna degli Stamenti” perché vi si trova un grande dipinto della Vergine col Bambino davanti al quale, in epoca spagnola, gli esponenti dell’antico Parlamento sardo si fermavano a pregare prima di iniziare i lavori.

Un’altra occasione per invocarsi al santo patrono si presentò nel 1739, allorché Cagliari si trovò attanagliata dalla siccità. Ma, in quella occasione, il Magistrato civico preferì invocare l’intercessione di San Francesco da Paola, che concesse la grazia, con conseguente formulazione del voto che consiste nel celebrare ogni anno una messa nella chiesa dei Minimi di San Francesco da Paola, in via Roma. Questo santo, tra l’altro, nel 1907, venne elevato al rango di compatrono della città.

Ma chi era Saturnino? Secondo la tradizione – che si rifà alla Passio Sancti Saturnini Martyris, risalente ad un periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio dell’VIII secolo ma pubblicata molti secoli dopo – era un giovane cristiano che, non volendo rinnegare la sua religione e quindi essendosi rifiutato di partecipare ai solenni sacrifici in onore di Giove, all’età di 19 anni, venne sgozzato (o forse decapitato) a Cagliari il 30 ottobre del 304, durante l’impero di Diocleziano.

Quindi venne sepolto extra moenia, lontano dal frastuono della città, nel luogo dove poi, come detto, verrà costruito il martyrium. Per lungo tempo, il martire fu celebrato anche il 23 novembre, per un groviglio di date venutosi a creare nel Medioevo e al quale non furono estranei i Vittorini. Solo successivamente la ricorrenza venne riportata al 30 ottobre, III Kalendorum Novembrium die, di più genuina attestazione e quindi canonico.

Per quanto concerne la figura di San Saturnino, va detto che non esistono i relativi Acta Martyrii e che il suo nome neppure è presente nel Martirologio Geronimiano. La ricostruzione delle vicende legate all’uccisione del santo in odio alla fede e all’origine del suo culto si basa pertanto sulle poche testimonianze pervenute attraverso le fonti storiche: nella sostanza la citata Passio Sancti Saturnini Martyris e la Legenda Sancti Saturni, studiata da Bacchisio Raimondo Motzo, risalente all’incirca al primo quarto del XII secolo (o comunque ad un periodo di poco successivo).

Va anche detto che, per lungo tempo il nostro santo è stato indicato – anche da autorevoli studiosi quali il citato Motzo e Piero Meloni – col nome di San Saturno: in effetti, nella donazione del 1089, si parla della Chiesa di San Saturno e anche nelle bolle pontificie la basilica è sempre citata come San Saturno. Ma nel testo più antico a noi pervenuto (vale a dire la Vita di San Fulgenzio) si cita la Basilica di Sancti Martyris Saturnini.

E anche nella Passio – la cui redazione, come detto, è da considerare non molto posteriore alla biografia fulgenziana del diacono Ferrando – l’esatta formula onomastica del martire cagliaritano è Saturninus, come la recente edizione critica dell’importante documento agiografico ha oramai, inoppugnabilmente e in via definitiva, chiarito.

Tuttavia, avuto riguardo alla formula onomastica, non posso fare a meno di evidenziare che, purtroppo, permane una qualche confusione tra il nostro santo e l’omonimo vescovo di Tolosa, vissuto mezzo secolo prima: confusione – come detto – in parte alimentata dagli stessi monaci Vittorini che, essendo proprietari di due chiese dedicate allo stesso santo (San Saturnino), vale a dire quella di Marsiglia e quella di Cagliari, per distinguerle, indicavano la chiesa cagliaritana col nome di San Saturno.

Ho cercato di fornire un piccolo contributo, di tipo divulgativo, incentrato sul rapporto tra il santo patrono e la sua città. Ho indicato alcune possibili chiavi di lettura non intendendo inserirmi all’interno del dibattito di carattere scientifico che altri, meglio di me, potranno condurre.

Antonello Angioni

 

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    1 Comment to “Cagliari e San Saturnino: un patronato ancora evanescente, di Antonello Angioni”

    1. By Mario Pudhu, 30 ottobre 2021 @ 07:57

      Mai lézida una pàzine goi. Bella. Ma candho pesso a su patronu de Castedhu, in sardu mi paret chi narant Santu Sadurru, e si podet ispiegare sa /rr/ coment’e assimilatzione regressiva de sa /n/ a sa /r/ de Saturnu/o.
      Ma mi ammento sempre chi in sos paris de Benetuti, a pagu tretu de sos Bagnos, sos duos impiantos termales, subra de unu cucuredhu (e de su nuraghe) bi est sa cresiedha de Santu Sadorinu (e Sadorinu l’apo connotu, in sardu e no isco comente faghiat in italianu, postu in bidha, Illorai, a númene de ómine, e Sadorina de fémina) e za si cumprendhet bene comente custu númene benit de Saturninus.
      No isco nudha de custa cresiedha (“romànica”?) de Benetuti, ma significativu su númene de su santu coment’e Saturninus.