Controgiornale (2), di Maria Michela Deriu

SU DISTERRU DE SOS SARDOS. Il programma radiofonico di Michelangelo Pira prodotto da Radio Sardegna alla fine degli anni settanta. La pesantezza della partenza, pesante perché carica di occhi. Occhi che vedono il villaggio, i canti e le danze (poesia di Giovanni Maria Cherchi. Di altro dolore è quello di Marcello Serra, che non ha lasciato la  Sardegna.

 

 

 

 

 

Controgiornale. Questo era il titolo di un programma radiofonico prodotto da Radio Sardegna alla fine degli anni settanta.

Tra gli autori insieme a Michelangelo Pira c’erano: Manlio Brigaglia, Salvatore Chessa , Antonio Sanna e Fernando Pilia.

Ascoltando la bella voce di Michelangelo Pira si rimane colpiti dai contenuti del programma.

Controgiornale era veramente il titolo che definiva la prospettiva degli argomenti che venivano trattati. Tra le righe si diceva agli ascoltatori: nei giornali trovate quello che il potere vuole che si sappia, noi vi raccontiamo quello che non si vuole che si sappia.

Difficile oggi avere la possibilità di produrre un programma così.

La trasmissione dedicata al “Il tributo all’emigrazione” è del 1967.

- Abbiamo riportato alla luce parte del Controgiornale, patrimonio degli archivi di Radio Sardegna, direttamente dai vinile.- Racconta Cristina Maccioni regista del recupero del programma.

Ricordo che Radio Sardegna fu la prima radio libera in Italia dopo venti anni di dittatura.

Nacque a Bortigali nel 1943 ed e’ stata la prima radio al mondo ad annunciare da Cagliari il 7 maggio del 1945, la fine della guerra in Europa.

Erano i mitizzati anni ‘60, l’Italia puntava al progresso. Al miracolo economico  mal si coniugava la piaga dell’emigrazione. Tanti, troppi lasciavano la casa, la terra, gli affetti per andare verso l’ignoto in cerca della sopravvivenza.

 

Controgiornale

“ Il tributo dell’emigrazione”

La trasmissione inizia con un dialogo tra il veristico e il surreale tra un uomo e una donna.

 

Voce di donna : Che cos’è l’emigrazione?

 

Voce di uomo : E’ il tributo doloroso pagato per il progresso del paese.

 

Voce di donna: e in che cosa consiste il progresso del paese?

 

Voce di uomo :Nell’elevamento del tenore di vita delle masse lavoratrici.

 

Voce di donna: E chi paga il tributo doloroso dell’elevamento delle masse lavoratrici?

 

Voce di uomo :Le masse lavoratrici.

 

Voce di donna :Ma se le masse emigrano chi beneficerà dell’elevamento del tenore di vita ?

 

Voce di uomo: Quelli che rimangono

 

Voce di donna: Ma chi e’ rimasto qui?

 

Voce di uomo: Praticamente nessuno!

Nessuno tranne il Paese che grazie al doloroso tributo è in netto miglioramento.

 

Dopo questo dialogo altamente provocatorio, incombe la tristezza dell’emigrante che deve fuggire spinto dal bisogno.

E’ con una bellissima poesia che si chiude la trasmissione dando voce all’emigrato che tristemente narra “ in custu locu sa die pare notte, in custu locu è notte sa die.” Poi  si consola di tutti i sacrifici quando manda i soldi a casa perché “Innoche non bà sole ma bà soddu.”

 

La poesia, malattia dei sardi, dal dopoguerra  fino agli anni ottanta vi è un rifiorire della poesia sarda anche se oramai la scolarizzazione privilegia la poesia in italiano.

 

Tanti sono i poeti che cercano di pubblicare i loro versi che inevitabilmente traducono le loro emozioni.

 

Giovanni Maria Cherchi, vede così gli emigranti che partono dall’isola Bianca ultima striscia di terra verso l’ignoto.

 

La lirica, che nella prima riga ricorda quasi testualmente il Giuramento di Pontida, continua con una originale interpretazione di una nave che nell’andar via è molto pesante. E’pesante perché carica di occhi. Occhi che vedono il villaggio, i canti e le danze .

La nave non può scomparire leggera

 

Giovanni Maria Cherchi

da “Una vicenda, un’isola”

 

SUL MOLO DELL’ISOLA BIANCA

 

 

 

Son venuti dal colle e dal piano

respinti dal silenzio.

Oh miei fratelli, contadini e pastori!

Per negare alla morte se ne vanno

con le sacche rigonfie

del pane di casa.

Raggruppati sul ponte

guardano a riva e non hanno parole.

Apre la nave una strada implacabile

con le labili spume.

Già sommersa nel buio è la costa

e cessato a di battere

il cuore del faro.

Ma guardano ancora.

 

Nel silenzio degli occhi

traluce la casa

e la donna,

il villaggio,

i canti e le danze

di tristezza e amore

i canti e le danze solitudine e amore.

Oh miei fratelli, contadini e pastori!

Come può la nave così carica d’occhi

andarsene leggera

così carica d’occhi

a fiore delle spume ?

 

 

 

Di altro dolore è quello di Marcello Serra che non ha lasciato la  Sardegna.

 

Marcello Serra, nel suo “Mal di Sardegna”, dedica alla sua mancata emigrazione la lirica Esule sul Mare.

L’emigrazione di cui si duole il poeta non ha come ambizione quella di entrare in una miniera del Belgio larga 30 centimetri profonda 1500 metri e infestata  dai topi. Topi che godevano dell’immunità da parte dei padroni delle miniere belghe, in quanto in caso di perdite di gas sarebbero stati i primi a fuggire, era quindi severamente vietato uccidere i topi antigas.

Penso che le quattro strofe in cui Marcello Serra rinchiude il rimpianto d’essere rimasto nella sua “la piccola patria” che”Ha chiuso tutto il suo destino” si riferisse piuttosto al non aver seguito le orme  dei nostri emigrati “di lusso”: Grazia Deledda, Salvatore Satta, Salvatore Farina.

Il rimpianto del non aver saputo rischiare è palese  e poco riscatta la quinta e ultima strofa dove afferma che “Soltanto qui ritroverà la patria e il palpito perenne.”

 

 

ESULE SUL MARE

 

Piccola patria, dove ho chiuso i sogni

e tutto il mio destino,

forse non meritavi

quest’intrepido amore che trattiene

frenato all’ancoraggio

il mio veliero con la chiglia inerte.

 

La fedeltà ha tradito

l’attesa di salpare

verso altri porti

e le inutili vele

l’ilare sferza attesero di venti

impazienti d’audacia.

 

Rassegnata deriva la mia vita

intorno alle tue sponde e si disflora

l’impeto primo e l’ardua giovinezza

delle antiche speranze.

Il tuo geloso amore ha dissecato

le mie verdi stagioni in quest’esilio

di confini salati e vivo escluso

dal cuore dei fratelli oltremarini.

E forse non avrà più nome

questa mia voce di esule sul mare.

 

Ma quando senza eco di creature

e ignota come il vento

si scioglierà nell’aria,

correndo tra le lande e le scogliere

soltanto qui ritroverà patria

e il palpito perenne.

 

 

 

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    1 Comment to “Controgiornale (2), di Maria Michela Deriu”

    1. By Mario Pudhu, 9 settembre 2021 @ 08:10

      «le mie verdi stagioni in quest’esilio»… nadu cun peràulas prus ladinas, in custa galera, in custa presone, in d-una terra chi, pro retórica e pompa bóida, nachi fit «quasi un continente»!!!
      E poi nachi sunt tontos sos malevadados e innangarados de isfrutamentu e domíniu, de séculos chentza guvernu e mandhados a totu sos masellos, chi si fuint che dae presone de una terra rica de donzi bene (a gosu de chie bardanat dae fora)!!!
      No isco in ite ant impreadu su “intelletto” sos “intellettuali“ (e no faedhemus de sos “politici”, chi no sunt mancu “intellettuali”)