La presenza delle donne nelle istituzioni sarde: coinvolgiamole anche nella politica linguistica, di Elena Fancello

Intervento in aula dell’on. Elena Fancello (nella foto)*** nell’incontro dedicato alla presenza delle donne nelle istituzioni sarde.

La presenza delle donne nelle istituzioni sarde è cresciuta, ma non abbastanza da rispecchiare la realtà dei fatti, in cui la politica, le scelte, le sfide, il futuro, sono quotidiano oggetto di conversazione, riflessione, studio ed impegno.

In Sardegna i grandi cambiamenti, quelli più profondi, sono sempre stati determinati dall’azione costante delle donne: da Eleonora d’Arborea a Grazia Deledda, passando da eventi rivoluzionari come la rivolta di Pratobello a trasformazioni antropologiche più lente come la fine delle faide, ogni passo avanti della società sarda non sarebbe stato possibile senza l’iniziativa e il consenso femminile.

Non è una apologia del matriarcato inteso come leggenda, come favola che vede le donne sarde a comandare e decidere ma di certo si può dire che l’universo femminile abbia l’ultima parola nel decretare il successo o l’insuccesso, di un ideale, di una riforma, di una linea politica. Mettiamola così: non sono le donne a decidere, perché lo squilibrio di potere fra i generi è ancora molto marcato, ma se le donne non forniscono il proprio contributo, o peggio ancora, se si mettono di traverso, una qualsiasi politica – LA POLITICA – è destinata a fallire.

Oggi, vorrei evidenziare la questione linguistica sarda, che si inceppa continuamente di fronte agli stessi ostacoli: unificazione, standardizzazione, varianti.

Polemiche su polemiche hanno avvelenato negli anni un processo che è vitale negli intenti ma è sbagliato, probabilmente, nella forma.

E forse di sbagliato c’è l’assenza, fino a questo momento, del contributo femminile nei luoghi in cui la politica linguistica si dovrebbe decidere. Le donne sarde, là fuori, parlano in limba sarda e di limba sarda. Basta parlarci con le donne sarde, per rendersi conto di quanto sia importante per loro la questione linguistica e chiedersi perché ancora, fino ad oggi, non siano state parte attiva nella politica e nei processi decisionali verso l’istituzionalizzazione del sardo. Possiamo dircelo: siamo di fronte a uno stallo che solo il contributo femminile potrà risolvere.

Stiamo parlando di lingua madre e lingua materna, che pur non essendo esattamente la stessa cosa risultano entrambi concetti imprescindibili per rompere il muro che ancora blocca il realizzarsi di una politica linguistica sarda nella sua completezza. Se la nostra lingua madre è il sardo, la nostra lingua materna è l’insieme delle rappresentazioni simboliche legate a quella lingua che ci riportano a un senso della vita, ai gesti, ai sapori, a ciò che ci è stato insegnato e tramandato, che è l’essenza stessa del nostro essere sardi. La lingua che ci hanno insegnato le nostre madri, la lingua che ci fa sentire comunità, deve essere anche la lingua del nostro cuore.

Quindi ben vengano codifiche, norme, regole, tutto quanto è necessario per conferirle lo status di lingua ufficiale con tutto ciò che comporta. Questo è in verità il passaggio che è mancato finora. Per fortuna le donne sarde ne stanno già dibattendo fuori dalle istituzioni: ed è ora che lo facciamo anche dentro. Sono fermamente convinta che a noi donne non manchi nulla come qualcuno vorrebbe farci credere. Alla radice della disparità di genere nella politica sarda c’è un approccio sbagliato, solo nostro, di noi donne. Dobbiamo acquisire più forza, autostima e consapevolezza, perché solo così potremo raggiungere l’uguaglianza di genere e garantire la corretta rappresentanza femminile aldilà delle quote rosa.

 

*** L’on. Elena Fancello fa parte del gruppo del Psd’Az.

 

 

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    1 Comment to “La presenza delle donne nelle istituzioni sarde: coinvolgiamole anche nella politica linguistica, di Elena Fancello”

    1. By Mario Pudhu, 22 aprile 2021 @ 07:21

      Bene meda!
      Mi ndhe allegro! Personalmente, a propósitu de limba, poto nàrrere chi in cantas deghinas de cursos apo fatu sa parte assolutamente prus manna fint e sunt féminas (e no creo solu pro chistiones de triballu professionale).
      Ma, e meda prus importante, no est solu e mancu pruscatotu chistione de demogratzia o “parità di genere”: gai comente bi at ómines e ómines, bi at fintzas féminas e féminas; ma custas tenent sentidos, cultura e fàgheres diferentes, prus paghiosos, prus contivizos, prus umanos, prus fàgheres de mamas chi no de gherradores, gherristos gherrafundheris sempre in s’idea de VINCERE. Tiat bastare a nos fàghere un’idea de cantas zenias de pane ant fatu sas féminas!
      Ite nades, chi si a guvernare sos istados e àteras istitutziones bi aiat àpidu féminas aimus tentu totu s’isàsinu de gherras, de mortos a milliones a corpos de balla e bombas e fàmine comente amus connotu e semus connoschindhe? Sas fèminas aiant pessadu meda de prus a produire pane e no bombas!
      Est chistione chi su mundhu, s’umanidade, tenet bisonzu mannu de féminas de guvernu!!!
      Sos ómines, si semus bonos e àbbiles, za ndhe agatamus cosas de ispantu e profetu de fàghere, e totu fàghere paghiosu e fintzas pro èssere balentes, si balimus, chentza segai sa matza e meda àteru a is àterus.