«Restauro a Cabras e museo a Mont’e Prama», di Mario Sechi

Il giornalista ‘crabarissu’ intervista l’archeologo prof. Raimondo Zucca, ‘oriestanesu’.

(…) Non so se andrà bene al protagonista di questo colloquio.
Professor Zucca, le va bene così?
«Va benissimo».
L’oggetto di questa intervista è il destino dei Giganti di Mont’e Prama. Domanda secca: il restauro delle statue si può fare anche a Cabras?
«Sì, certo».
Come? (Zucca gira la chiave che accende la sua macchina del tempo).
«Per quanto concerne il restauro, dovremmo fare riferimento alla situazione successiva agli scavi avvenuti a Mont’e Prama tra il 1974 e il 1979, com’è ben noto quella indagine portò ad acquisire un numero esorbitante di frammenti, 5.178. Solo un 25% degli stessi poté essere ricondotto a 25 statue oltre a un numero rilevante di modelli di Nuraghe. Tuttavia, dal 2014 fino a oggi si sono avuti numerosi altri scavi e soprattutto le indagini del 2014 hanno restituito un numero consistente di frammenti di statue e anche due statue quasi complete. Gran parte delle indagini è stata effettuata nel terreno di proprietà della confraternita del Rosario di Santa Maria di Cabras, passata all’amministrazione della Curia arcivescovile di Oristano. La Sovrintendenza ha effettuato degli scavi al di fuori di quest’area, a Sud, e ha rinvenuto diversi elementi archeologici, tra cui due modelli di nuraghe tra i più belli mai trovati in Sardegna, alti oltre un metro e mezzo, un corredo di una torre centrale e altre otto torri laterali. Anche verso nord sono stati ritrovati frammenti di sculture. Perciò un restauro deve tenere conto di questa complessa situazione. D’altro canto, la cifra del finanziamento per questi restauri è di… 14 mila euro».
Manca la condivisione e anche l’idea. Prendo le statue, poi le restituisco e tanti saluti. Che senso ha?
«Penso che sia molto più razionale l’individuazione di risorse adeguate per compiere il restauro. Si tratta di un patrimonio della comunità che in tempi antichi espresse quest’arte, poi della nostra Regione, della nostra Repubblica e dell’umanità. Secondo la Convenzione di Faro, che è stata ratificata nel 2020 dal nostro Parlamento nazionale, si deve giungere a una valorizzazione condivisa da parte della comunità».
Torniamo ai Giganti, sono guerrieri.
«Sì e con diversi gradi. Il massimo è quello degli opliti con la spada e lo scudo circolare, poi al grado intermedio ci sono gli arcieri, e poi ci sono i giovani – che sono la maggior parte – armati con il pugnale, tenuto stretto con il guantone».
Sull’Unione Sarda ho avuto l’ardire di fare un paragone tra i Giganti di Mont’e Prama e le statue cinesi dell’esercito di terracotta. Quanto è grande il mio errore? (Zucca ride e poi tira fuori dal suo cilindro l’incrocio meraviglioso della storia).
«I guerrieri di Xi’an sono stati ritrovati proprio nel marzo del 1974, come le statue di Mont’e Prama. C’è questo parallelo, che si è approfondito a più riprese: la scoperta fu fatta da un contadino, c’era la siccità nell’area, si tentava di piantare degli alberi sul letto secco di un fiume e iniziarono a venire alla luce i frammenti di terracotta».
Un mese e un anno straordinario, marzo 1974.
«A quanto pare, vero, in due parti della terra, a ottomila chilometri di distanza, sono germinati dalla terra, da un sonno millenario i guerrieri di terracotta e i guerrieri di Mont’e Prama. Solo che questi ultimi sono più antichi: dal 220 Avanti Cristo dei guerrieri di terracotta passiamo all’850 Avanti Cristo dei giganti».
Che significato hanno i Giganti?
«Bisogna avere il coraggio di affermare che questa grandiosa, inaspettata scoperta, non ha, tutt’oggi, a 45 anni dall’evento, rivelato una soluzione. Perché l’area è di gran lunga più vasta rispetto a quella dello scavo originario».
Un mistero che va ancora indagato.
«Chiaro, perché questa strada funeraria dove passavano i carri è lunga (i sassi che costituivano la lastricatura sono segnati dalle ruote che passavano là, carichi di blocchi che venivano da S’Archittu). E poi, mi chiedo, che rapporto c’era tra i morti e le statue? Un’ipotesi sostiene che le statue fossero in piedi, posizionate sulla copertura delle tombe».
Lei propone un museo del Sinis legato ai Giganti. Ci racconta la sua visione? (Zucca vola altissimo, come solo il genio sa fare).
«Mont’e Prama non è un luogo come gli altri, e bene si farà a espropriare i terreni – almeno dieci ettari – sulla parte orientale di Mont’e Prama (anche se difendo l’idea che il terreno dove si è fatta l’originaria scoperta, quella della confraternita del Rosario di Cabras, ora della Curia arcivescovile, sia lasciato all’arcivescovado e così possa partecipare alla Fondazione). Mont’e Prama non è solo il luogo di una sequenza di tombe, di alcune strutture a capanna, è qualcosa di più, lo scavo deve essere compiuto. E forse arriverà allora la documentazione di un luogo sacro distinto dall’area funeraria».
So che ha un colpo di scena…
«Le statue – ne possediamo la riproduzione in 3D – dovrebbero essere tradotte matericamente in copie e disposte con coraggio all’esterno, perché l’area deve essere monumentalizzata. Immaginiamo un’area di 10 ettari, con la ricostruzione filologica delle statue, dei betili, dei modelli di nuraghe, con una proposta di sistemazione. E questo non basterebbe ancora. L’idea sarebbe: se la Regione riprendesse dal cassetto il gigantesco progetto di una meraviglia dell’architettura contemporanea, il betile di Zaha Hadid, quello che Soru volle, e lo trasportasse dal “waterfront” di Sant’Elia a Cagliari, nel Sinis su un altro “waterfront”, quello della Laguna di Cabras, e si raccordasse l’area monumentale di Mont’e Prama e il Museo delle sculture, il museo dei betili, il museo dei modelli di nuraghe, dei frammenti di bronzetti trovati a Mont’e Prama. Un complesso, un’unità che vede insieme lo Stato, la Regione Sardegna, il Comune di Cabras. Il museo Marongiu, il museo di Cuccuru is Arrius, il museo del tempio a pozzo, il museo di Tharros, il Museo della nave naufragata a Mal di Ventre, verso il 60 Avanti Cristo, il più ricco carico di piombo marcato con i timbri degli appaltatori di Cartago Nova, i loro nomi sono lì, sono sui lingotti, e ci sono i proiettili a forma di ghianda che dovevano difendere la nave naufragata. Il museo di Cabras ha tante mirabilia. E Cabras potrebbe avere un secondo museo, consacrato solo a Mont’e Prama, uno spazio grandioso».
Incastonato nella luce del Sinis.
«Sono nel Sinis adesso, è quasi il tramonto… pensate alle statue che proiettano la loro ombra, l’ombra che diedero tremila anni fa, un messaggio: erano gli eroi, erano i giganti. È questa ombra, l’ombra della sera che fa giganti quelle statue. E al di là della strada (la provinciale 66) si vede sullo sfondo, non solo la laguna, ma il betile dedicato alle statue. È un’idea visionaria, certo, ma non capisco perché i ben meritati 400 mila euro dati allo studio di architettura di Zaha Hadid rimangono nel cassetto, perché non si tira fuori quel progetto? Perché non c’è un accordo tra Stato, Regione ed Europa per fare questo? Penso che sia un’occasione per tutti».
La cronaca ci dà il chiodo per fissare una visione. Ecco perché mi pare assurdo prendere le statue, restaurarle altrove, il popolo di Cabras lo sente come un esproprio.
«Ha ragione. Chi lavora in questo campo, non fa un lavoro riservato agli esperti. C’è l’interesse pubblico preminente. Si devono stabilire percorsi che non intralcino i lavori, ma è sacrosanto che tutti possano partecipare all’opera degli archeologi, degli antropologi, dei restauratori. Non si tratta di fare una kermesse, si tratta di capire che con il denaro pubblico si fanno opere pubbliche, che l’archeologia pubblica non è una battaglia di nicchia, ma è la volontà di educazione, niente è più bello».
Quale proposta farebbe al ministro Dario Franceschini?
«Che si sbloccasse subito l’acquisto dei terreni di Mont’e Prama, conservando l’accordo con la Curia Arcivescovile di Oristano, perché possa entrare nella Fondazione. I fondi ci sono, si può procedere celermente. Poi, io direi, bisogna che lo Stato – articolo 88 del Codice Urbani – diriga la ricerca archeologica, ma la apra alle università del mondo, per confrontare scuole diverse, arriverebbero molte équipe, significherebbe confrontarsi con tutti. Ci vuole coraggio. C’è un progetto, c’è anche la possibilità di intercettare finanziamenti europei, anche del Recovery Fund…»
… se non ora quando.
«Giusto! Se non ora quando. Quanto può costare oggi il Betile? Soru aveva messo sul tavolo 84 milioni. Ne costerà 100 milioni? Ma pensi al sole che sorge dalle acque della laguna, al sole che tramonta sulla sabbia di quarzo di Mari Ermi. Eccolo, il cammino del Sole. Con i giganti che ritornano a occupare il pendio della collina. Non è un coup de théâtre, è un’idea scientifica. E non è mia, è di Giovanni Colonna, venne da me, voleva vedere Mont’e Prama e mi disse, ammirato: ma perché non riprendono gli scavi? E poi mi disse: io farei le copie delle statue, poi le risistemerei sulla collina, è l’idea di un grandissimo archeologo, un accademico dei Lincei. Bisogna pensare in grande, senza litigi, c’è spazio per tutti. Sono vecchio, mi piacerebbe vedere questa meraviglia e mi piacerebbe che si seminasse oggi per il domani, proprio in questo periodo di rinascita e resurrezione».
Scendo dalla macchina del tempo di “Momo” Zucca, grazie a lui ho visto com’erano e come saranno i Giganti di Mont’e Prama.
Mario Sechi

L’Unione Sarda, 15 febbraio 2021

 

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