Il mistero dell’epigrafe di S. Nicola di Trullas: caso risolto? di Nello Bruno

Sommario: Premessa. Il Suspu: sua definizione lessicografica. Un inspiegabile enigma. Una sfida ermeneutica. Un’epigrafe in limba sarda. Alla fonte: Pittau 1981. 6 Dicembre 1994 – Festa di San Nicola:  il sovralluogo. «Ancora m’agatto». Cantone in malas. La pseudo-epigrafe citava i versi di una nota ‘cantone’ popolare. Linguaggio in codice: il gergo sardo, il suspu. AUTORE ED EPOCA DELLA FALSA EPIGRAFE. APPENDICE E CONCLUSIONI.

Premessa

Era l’autunno del 1994 e scorrevo un vecchio numero della rivista “Quaderni bolotanesi”, ricco di articoli di un certo interesse. Tra gli altri, la rivista presentava un saggio dal titolo: Testimonianze toponimiche ed epigrafiche delle relazioni tra l’Iberia e la Sardegna, firmato dalla studiosa catalana di antichità iberiche Maria Isabel Panosa i Domingo.[1] Quel saggio catturò la mia attenzione: riportava un enigma[2] linguistico che mi spinse a cercarne la soluzione. La soluzione venne fuori quasi subito, ma su quella scia di ricerca venne anche fuori un “volume” di 150 pagine circa, venti delle quali sull’enigma e altre centotrenta sul suspu. Entrambe le parti sono rimaste nel cassetto sino ad oggi, come cetacei spiaggiati, dopo alcuni sfortunati tentativi di pubblicazione. La soluzione dell’enigma – ovvero la sua individuazione come suspu – segue dappresso in forma appena aggiornata. La ricerca sul suspu, cioè il saggio lungo che da lì si era sviluppato, potrebbe finalmente ritornare a vivere in mare aperto, restituito alle correnti della vita  da questo piccolo ma resiliente «rimorchiatore» e da generosi lupi di mare.

Il Suspu: sua definizione lessicografica.

Per chi non avesse dimestichezza con un vocabolo così sfuggente (per sua propria natura) come suspu , chiamato anche sespe-suspu e suspu-saspa dagli informatori (forse a suggerire il parlottìo fitto di chi trama e complotta, e il sussurrare nell’orecchio), così  ricco di sfumature,  è bene chiarire subito i diversi significati che gli informatori attribuiscono al termine «suspu»; senza alcuna pretesa di esaustività, ma sulla base certa delle definizioni da noi raccolte presso parlanti nativi in diversi villaggi e contesti, oltre a testi scritti e dizionari.

Suspu, m.s . A 1 parlare per allusioni, parlare sotto-metafora, parlare allusivo; fare della velata ironia: faeddare in suspu = faeddare sutta-matafora= faeddare in cobertanscia; //e como pruite ses faeddende in suspu?” , e adesso perché parli oscuro? bi l’at nadu in suspu , glielo ha detto sotto-metafora  2 parlare in gergo, parlare in codice, parlare coperto://no b’apo cumpresu nudda, fini faeddende in suspu, non ci ho capito nulla, stavano parlando in gergo;  3 faeddare assichuja/ =a s’iskuja (Florinas e Logudoro), a s’iskusìu (Galtellì), a s’iskusa (Benetutti), a iscusi suo (CSMB 128) di nascosto; [3] “e bendit sa uinia d’Ortu Donnicu a Petru Serette ad escuse mea” (CSPS 146)[4], e vende la vigna d’Ortu Donnicu a Petru Serette di nascosto da me // (parlare)  sottovoce, all’orecchio; parlare  o fare le cose di nascosto, // bi l’at nadu a s’iskuja glielo ha detto di nascosto, nell’orecchio; (etimologia alla buona  nel DES di M. L. Wagner  che lo deriva dall’italiano scusare – che in realtà non c’entra granché -  deriva infatti da un fondo greco antico del tutto inesplorato, sul quale stiamo attualmente lavorando – impensabile che possa trattarsi di un lascito greco-bizantino -  e precisamente da  esychè [pron. essyxé ], ‘piano, sottovoce, di nascosto’) 4 Linguaggio «farfallina» : tecnica di manipolazione delle parole nella frase che consiste:  a. nell’aggiungere ad ogni sillaba un’altra sillaba di simile ‘colore’ , es. ufu,efe, afa, ofo, ifi,  “tufu efe – sefe sefe – mafa cufu” = tue sese maccu ‘tue sei matto’; b. nell’accorpare le parole in modi artificiosi, o tagliando le parole arbitrariamente o legando le sillabe di parole diverse o entrambe le cose insieme; sono anche possibili eventuali altre manipolazioni, come in un qualsiasi linguaggio in codice. B. pl. suspos, allusioni’, ‘metafore’ : milla, sa mastra e sos suspos!; eccola la maestra delle metafore allusive, // finimilla cun sos suspos e faedda ladìnu!, finiscila con questo parlare per allusioni e parla chiaro e tondo, sin. Iskusìos, pretesti, sotterfugi (iskùjas).  C v. intr. suspare, 1 alludere, complottare, tramare;  dire le cose di nascosto, parlare di nascosto; fare segni di intesa, mandare segnali in codice //a mi lassas su suspare? , smettila con le allusioni; los an bidos suspende, li hanno visti che tramavano. 2 sospettare, suspende s’aspru rigore d’una barbara cadena , sospettando la dura condanna d’una barbara catena ; 3 sospirare, Segnore no so dignu/ qui intres in corpu meu/suspende custa intrada/dae te tantu pretesa(…) (B. Licheri), Signore non sono degno che tu entri nel mio corpo, sospirando (= lamentando, temendo) questo ingresso da te tanto preteso (…) Sinonimi: faeddare in cobertanscia (Florinas), faeddare sutta-matafora (Florinas, Ossi), faeddare a sa kua, faeddare suttalimba (Ossi) faeddare a s’iskuja/a s’iskusìu/a s’iskusa (Logudoro e Nuoro); ass’iskùsi ass’iskùsi, di nascosto, di soppiatto, (Camp.).

Come si può vedere faeddare in suspu , sespe-saspa o a s’iskuja, ha molti significati che però ruotano tutti intorno al nascondimento, al parlare per metafore, indiretto, per allusioni, tra il dire e il non dire: come nella frase “deo no ti so nende chi ses maccu no?”. Oppure decisamente in codice, in gergo,come nei gerghi criminali, con l’intenzione di “coprire”, di non farsi comprendere, se non dal destinatario con il quale si condivide il codice o l’argomento sottinteso.

***

Un inspiegabile enigma.

Il manoscritto, dal titolo “Il gioco del dire e non dire il suspu e la comunicazione gergale in Sardegna” prendeva come spunto l’articolo su “Quaderni Bolotanesi” della Panosa I Domingo riguardante una misteriosa iscrizione, traslitterata in caratteri romani dall’alfabeto greco, il cui significato rimaneva oscuro, non essendo apparentemente spiegabile -secondo quanto scriveva la studiosa – “in nessuna lingua dell’area mediterranea”: né greco, né latino, neppure fenicio o etrusco, e neanche, naturalmente, sardo. Un vero enigma linguistico.

Questo il testo dell’iscrizione, così come veniva presentato nel saggio:

ANKO RAMAFANE TANKO RAPODA REPENA SATIE

La studiosa catalana citava come fonte un celebre volume del Prof. Massimo Pittau “La lingua dei sardi nuragici e degli Etruschi”.[5] In esso, il noto studioso presentava l’iscrizione considerandola come un “relitto della lingua nuragica scritto in alfabeto greco.

L’iscrizione era stata scoperta dal Pittau sulle pietre absidali della chiesa di San Nicola di Trullas, in agro di Semestene.

Veniva subito da chiedersi se fosse davvero possibile che un testo iscritto sulle mura di una chiesa campestre , in Sardegna, e dunque nel cuore del Mediterraneo, non solo non avesse alcun rapporto con le lingue che erano state parlate sull’isola, oggi e nel passato, ma neanche alcun legame con una qualsiasi lingua dell’intero bacino mediterraneo. Da un punto di vista logico e linguistico il fatto rappresentava un mistero difficile da accettare senza un piccolo approfondimento.

Anche se non nutrivamo molte speranze di trovare una spiegazione andavamo ripetendo a mezza voce le misteriose parole del testo. C’era in quelle parole un indefinibile “sapore” di familiarità, che ci attirava e ci  sfuggiva allo stesso tempo.[6]

Per quanto ne sapevamo, il proto-sardo o sardo-nuragico non aveva lasciato di sé alcuna testimonianza scritta, in quanto, probabilmente, non possedeva la scrittura, patrimonio invece dei popoli colonizzatori che giungevano dal mare, fenici, greci, punico-fenici, romani, etruschi, e forse altre popolazioni che al momento ignoriamo.

Non resistevamo alla tentazione di giocare ad interpretare l’iscrizione, cercando in qualche modo di mettere alla prova l’ipotesi del Prof. Pittau, peraltro non respinta dalla studiosa iberica, la quale si limitava a citarla riportando l’opinione dello studioso sardo senza suggerire altre interpretazioni. Era evidente peraltro che la studiosa vedeva nell’epigrafe una possibile connessione con relitti iberici.

Una sfida ermeneutica.

A rileggere il microtesto, due parole ci colpirono più delle altre, anko e tanko. Curiosamente la parola tanko pur in un testo così breve conteneva in sé la prima: t-anko. D’altra parte il suono della parola anko richiamava alla mente il sardo logudorese anku.. Ancu è infatti la parola che introduce molta parte delle imprecazioni e maledizioni in lingua sarda (irroccos e frastimos). Alcune di queste erano scolpite per sempre nella nostra esperienza della lingua madre: “Ancu ti pissighen sos canes de Fonni”; “Ancu ti falet unu raju”, “Anc’ andes chej s’ae olende”, e tantissime altre, sfoghi passionali di una vita rustica, troppo spesso dura e cattiva, raramente stemperata da ozi borghesi. I duri ricordi linguistici legati a quell’ancu parevano inesauribili e rendevano quella iscrizione in qualche modo già più familiare. Eravamo solleticati  dall’idea di poterci trovare con grossa probabilità di fronte ad una sorte di maledizione magica, magari di tipo “jeratico”, sacerdotale e preventiva. La cosa non ci pareva del tutto peregrina[7]. Ma l’aspetto più interessante, a parte l’originalità di iscrivere una maledizione sulle pietre di un luogo sacro, era l’aspetto di quell’anko che suggeriva un testo in lingua sarda, sebbene di oscura interpretazione. Rileggemmo più volte il testo, anche a voce alta, per cercare di coglierne tutte le sonorità.  Così facendo veniva spontaneo pronunciarlo tutto d’un fiato:

ànkoramafànetànkorapòdarepènasatìe

C’era una regolarità nella disposizione delle sillabe che non suonava aliena. Ci sembrava di percepire delle sonorità familiari, in particolare nella tranche finale, repenasatie, che suonava come il sardo-logudorese: RE (?) PENAS A TIE, “pene, dolori per te”. Persino una giovane donna – presente a quei tentativi – sentendoci bofonchiare quelle strane parole esclamò: – A me sembra suspu! E spiegò che, da ragazza, con le amiche, era solita fare giochi di parole inserendo dei gruppi consonantici tra una sillaba e l’altra per rendere le parole inintelleggibili. Ne veniva fuori un linguaggio segreto chiamato suspu[8]. Molto interessante – pensammo – e se si trattasse di qualcosa del genere? Avevamo sentito parlare del suspu come “parlare sottometafora” o “parlare provocatorio”, ora come “codice segreto giocoso”. Venimmo a sapere più tardi, da una tesi di laurea sul suspu di Ozieri[9], che questo linguaggio giocoso veniva anche chiamato “lingua farfallina”. Ma non sapevamo molto di più. Era comunque solleticante l’idea di trovarci di fronte ad un messaggio “in codice”.

C’erano già tre parole inequivocabilmente sarde, ben più di anko che “sapeva” solo di sardo. Esse parevano confermare sia l’ipotesi del sardo sia quella della maledizione, “pene per te”. Inoltre, con l’ipotesi del suspu che manipola le sillabe per occultare il significato, scattò l’ipotesi di soluzione. Se quella parte poteva avere un senso compiuto, allora la chiave di interpretazione di tutto il testo poteva consistere semplicemente in una diversa suddivisione delle sillabe, che apparivano manipolate artificiosamente dall’ignoto autore. Se fossero risultate delle parole in lingua sarda il gioco sarebbe stato evidente. Dopo alcuni rapidi tentativi appariva un senso compiuto, seppure con qualche leggera ambiguità semantica e grammaticale. Il testo che ci trovavamo di fronte era il seguente:


ANKO-RA M’AFANE-T ANKO-RA PO DA-RE PENAS A TIE

Un’epigrafe in limba sarda.

Non chiarissimo ma certo meglio dell’incomprensibile iscrizione di partenza. Altro che Etrusco. Altro che Iberico. Aveva tutta l’aria di essere logudorese schietto, sardu.

Dopo qualche rapido aggiustamento si poteva giungere ad un testo perfettamente grammaticale in su faeddu sardu:

“Ancora m’af(f)an(n)’ et ancora po dare penas a tie”.

Il cui senso ora suonava:

“Ancora mi affanno ed ancora per procurarti dolori”.

L’aspetto più buffo dell’interpretazione era il permanere di quest’aurea di maledizione che aveva resistito alla decifrazione del senso, seppure l’anku ipotizzato all’inizio si fosse rivelato un più prosaico “ancora”.

La decifrazione dell’iscrizione come sardo-logudorese rendeva dunque implausibile l’interpretazione del Pittau, la quale aveva tratto in inganno anche la studiosa di cose iberiche. Non proto-nuragico quindi, non sardo-iberico, ma sardo contemporaneo chiaro e nitido, ladinu, come si dice in lingua di Sardegna; (con grande involontario omaggio, ironia della storia, alla lingua dei dominatori romani, di cui il sardo sembrerebbe fedelissimo erede[10]).

Alla fonte: Pittau 1981.

A questo punto controllammo il testo del Pittau del 1981.[11] Vi si può leggere l’iscrizione ripresa dalla scrittrice catalana con una piccola differenza: il Pittau registra “ramafame” invece di “ramafane.” Nel volume lo studioso afferma peraltro di avere posto l’iscrizione “nelle mani di numerosi colleghi linguisti, filologi ed epigrafisti”, ma nessuno era stato in grado di fornirgli alcunadelucidazione in merito”.

Il volume del Pittau affermava inoltre che la pietra sulla quale l’iscrizione era incisa appariva “presa da un edificio sacro o sepolcrale di un santuario pagano”, il quale aveva preceduto nel medesimo sito l’attuale chiesa cristiana. Ciò era certo verosimile essendo confermata la presenza di una “mansio” romana nello stesso sito. La pietra parrebbe tuttavia coeva alle altre dell’edificio, infatti il Pittau non accenna ad eventuali azioni di restauro e quindi alla possibilità che il concio potesse essere stato collocato in epoca successiva alla costruzione.

Lo studioso nuorese aggiungeva  di non poter riscontrare “alcun vocabolo o radicale greco, latino, né neolatino” ; non si trattava inoltre di un testo “fenicio scritto in alfabeto greco” e il testo “non era propriamente etrusco”. Ma, egli concludeva, “ciò nonostante, dei sei vocaboli dell’iscrizione, ben quattro trovano un qualche riscontro nel materiale lessicale etrusco”. Egli riteneva quindi di trovarsi di fronte ad una “iscrizione in lingua nuragica ma in caratteri greci” [12].

Il Pittau ribadirà ancora queste sue affermazioni nel suo volume del 1984[13], dove alla voce “ancus” afferma essere “voce quasi sicuramente nuragica” citando l’iscrizione di San Nicola di Trullas.

Appare evidente come il Pittau facesse queste affermazioni considerando il testo nella sua forma linguistica apparente senza (voler?) ipotizzare una manipolazione di tipo criptico, quale invece lo avrebbe sicuramente portato ad una decifrazione dell’insidiosa iscrizione.

6 Dicembre 1994 – Festa di San Nicola:  il sovralluogo.

A questo punto chi reggeva più alla curiosità di recarsi sul luogo per vedere l’epigrafe con i propri occhi? Considerammo di ottimo auspicio l’avvicinarsi del 6 dicembre[14], festa di San Nicola, e pensavamo di poter anche assistere ad una sagra campestre. Scoprimmo invece che non vi era alcuna sagra. Ci venne poi spiegato che la sagra era stata spostata ad un periodo dell’anno più propizio, dopo che – in occasione di una festa dicembrina – una tempesta di neve aveva semi-assiderato i fedeli. E così il 6 dicembre 1994 ci recammo sul luogo del “delitto”. Armati di macchina fotografica, block notes, decametro, giungemmo alla piccola chiesa campestre di San Nicola di Trullas, in Semestene, presso Bonorva,  piccolo borgo di 200 anime circa. La chiesa, in stile romanico, non grande, ha una sua semplice e commovente bellezza e richiama subito tante altre chiese sarde dell’epoca dei giudicati , della dominazione pisano-genovese e dei monasteri benedettini: la stupenda Trinità di Saccargia, San Michele di Salvennor, Nostra Signora di Castro, Nostra Signora di Tergu, la cattedrale di Ardara, la cattedrale di Otzana (Ottana) la chiesa di Sant’Antonio in agro di Florinas, e tante altre.

Individuammo ben presto l’iscrizione all’esterno della chiesa, lungo la parete posteriore, in basso, ad un’altezza di circa 50 cm dal suolo, su un blocco di arenaria di dimensioni 80 x 47 cm circa facente parte della parete absidale posteriore, proprio nel punto di maggior curvatura dell’arco.

Questo é ciò che si poteva leggere, in alfabeto maiuscolo che imitava grossolanamente l’alfabeto greco (F per Φ, NK anzichè ΓΚ) ma la cui disposizione sillabica (con regolari finali in vocale) doveva suggerire forse – nelle intenzioni dell’autore – altre lingue (proto-sardo? etrusco?):

ANKO: RAMAFANNE:

TANKO : RAPODA:

RHPHNA : SATIE:

Si può notare come il testo dell’ iscrizione corrisponda a quanto pubblicato dalla studiosa catalana e dal linguista sardo tranne che per la parola più difficoltosa da decifrare. Infatti, là dove la Panosa riporta ramafane e il Pittau ramafame, ad un esame più attento si legge ramafanne, come risulta dal calco fotografico dell’iscrizione che qui riportiamo:

Figura 1 Calco fotografico dell’iscrizione.


 

 

 

 

 

 

 

 

RAMAFAME, RA-MAFANNE?

Qui, ce ne scusiamo, ma occorrerà  soffermare un attimo l’attenzione del lettore. Come si vedrà più sotto, in conclusione di questo scritto, Pittau e altri insistono a voler leggere RAMAFAME anziché correttamente RAMAFANNE. Ma, poiché l’iscrizione qui riprodotta è una copia esatta fatta a ricalco da una fotografia della stessa, il lettore potrà agevolmente notare che la ‘M’ di ‘RAMA’ è proprio una lettera ‘M’ – non confondibile in nessun modo con una ‘N’. Nel prosieguo di parola si può notare invece che le lettere tra la ‘F’e la ‘E’ di RAMAFANNE sono due ‘N’ unite per avere un’asta in comune, non una ‘M’ che, come si è appena visto,  ha una conformazione tipica, normale, totalmente diversa. Che si tratti di due ‘N’ lo mostra chiaramente il fatto che il tratto centrale discendente delle due ‘N’ è perfettamente identico a tutte le altre ‘N’ del testo ed è, all’opposto, del tutto diverso dai due tratti convergenti, regolarmente più in alto e centrati, della ‘M’. Del resto quante volte ci sarà capitato, leggendo antiche epigrafi o iscrizioni arcaicizzanti di vedere le due lettere ‘N’ unite a questo modo? Trattandosi di una pseudo-epigrafe trabocchetto non sono dettagli da potersi ignorare. Quanto non riportato dal calco fotografico rinvia a libere interpretazioni  che non rispondono affatto a ciò che si può leggere nell’epigrafe.

«Ancora m’agatto». Cantone in malas.

Nessuno nel villaggio sembrava avere mai notato l’epigrafe, sebbene su di essa apparissero anche i segni di un recente restauro volto a rallentare l’azione erosiva degli agenti atmosferici sulla fragile arenaria.

L’iscrizione era anche ignorata dalle persone che affermavano avere preso parte al restauro risalente agli anni tra il 1980 e il 1983. La spiegazione del fatto che nessuno l’avesse mai notata era molto semplice: “Quando si va alla festa, si va per bere, mangiare e divertirsi, non certo per ammirare le pietre. E quand’anche l’avessimo notata, chi ci avrebbe capito nulla?”

Era comunque evidente anche ad un esame superficiale che si trattava di un iscrizione recente di venti trent’anni addietro, lo scherzo di qualche buontempone con qualche frequentazione scolastica.

Subito dopo avere rilevato il testo dell’iscrizione, decidemmo di sottoporre il testo a qualche abitante, nella speranza che potesse in qualche modo riconoscerlo, almeno come sardo autentico.  Pensammo così di leggerlo alle prime persone che avessimo  incontrato. Incontrammo subito una coppia di anziani intenti a prendere il pallido sole dicembrino contro il muro di una vecchia casupola. Dopo i convenevoli  leggemmo loro il testo: “ancora m’afann’et ancora po dare penas a tie” chiedendo se fosse sardo e se, per caso, l’avessero mai sentito. La donna ascoltò attentamente e subito mi rispose in perfetto logudorese:

Custa est una cantone, ma no narat gai.”

“Ma è sardo?”, chiesi.

Zeltu chi est sardu”, riconobbe, e continuò:”Sa cantone narat: ‘Ancora m’agatto ancora/po dare penas a tie/e si no mi cheres bide’/sos ojos ti nde ogas fora’.

Tutto appariva ormai chiaro, le parole dell’iscrizione erano i versi di una strofa popolare abbastanza nota e che l’autore dello scherzo – possiamo dirlo – aveva “riciclato” per la singolare capacità dei versi di prestarsi a molteplici ed ambigue interpretazioni, aggiungendovi di suo qualche variazione (m’affanno per m’agatto) e diverse complicazioni nella traslitterazione in caratteri greci e nello stile epigrafico arcaico. [15]

La canzone appariva come una quartina di ottonari, forse una strofa improvvisata, una battorina.

Le parole della donna, se mai ve ne fosse stato bisogno:

confermavano che la scritta era in sardo-logudorese;

che la lingua era irriconoscibile per la sua trasformazione in suspu;

fornivano una corretta interpretazione –m’agatto – per quel “m’afann’et” di dubbia interpretazione, che ora appare come un errore “in progress” forse la F al posto di un Γ) ;

collocavano il micro-testo in un determinato contesto socio-linguistico (quello della poesia popolare orale);

attribuivano al testo una certa “nobiltà d’origini”;

ribadivano una volta per tutte la intuizione originale di testo “cattivo”,  che se non era una maledizione era comunque di scherno e dileggio;

di più, il testo completo sottolineava il sarcasmo dell’ignoto autore nella scelta del messaggio “e si no mi cheres bide’ sos ojos ti nde ogas fora” omesso nell’epigrafe ma certamente presente nella mente del burlone di Trullas.

La pseudo-epigrafe citava i versi di una nota ‘cantone’ popolare.

Canzone per offendere, di amore tramutato in scherno, canzone in spregio, “a inzunzu”, “in malas[16], quali se ne potevano e se ne possono ancora sentire nei villaggi del Logudoro.

Custa cantone la cantaiant cando fia pitzinna” aggiunse la donna.

Quando spiegai alla donna la provenienza del testo, sia la donna che l’uomo affermarono di non averlo mai notato sulle mura della chiesa, ma precisarono comunque: “Ma est dae meda chi no bi colamus”.

La canzone é popolarmente attribuita a diversi poeti. Qualcuno la attribuisce a Paolicu Mossa, il noto poeta di Bonorva, il quale sarebbe stato anche autore di poesie cosiddette “a inzunzu”, filippiche in spregio contro lo sfortunato bersaglio di turno. All’apparenza essa può considerarsi una improvvisada anonima quale qualsiasi anziano rimatore o giovane cantante poteva comporre su due piedi – in una serata di allegra tenzone poetica nell’ovile o, magari sotto una finestra, da un amante respinto. In realtà, il testo ha sì la struttura tipica di tante brevi composizioni popolari per rima – ABBA, numero di sillabe – otto, accenti – tre; ma il contenuto fa tuttavia pensare ad una composizione più lunga.

………………………………

Ancora m’agatt’ancora

po dare penas a tie

e si no mi cheres bide(r)

sos ojos ti nde ogas fora.

Sentiti questi versi, un’anziana e cara signora, oggi ultranovantenne, notevole cultrice di poesia e di saggezza popolare in lingua sarda, ci fece notare la notevole somiglianza con alcuni versi di un’altra canzone, molto diffusa ai tempi della sua giovinezza che ella ci recitò a memoria:

Dagh’enit su mamentu

De chi Deus de me s’at a servire

Lu lasso in testamentu

Affaccu tou de mi seppellire

Ca b’at un atter’ora

De t’aggravare penas pius ancora.

La canzone, popolare tra le persone di una certa età, di cui lei stessa era in grado di recitare decine di ottave a memoria, era notissima in tutto il Logudoro nella prima metà del secolo scorso: “Cantone in odiu a Flora”, di Bertulu ‘e Serra, poeta tissese[17].

La nostra quartina in suspu verrà definita semplicemente “un’improvvisada”, da un anziano pastore ultra-ottantenne, il quale affermava di conoscerla sin da quand’era ragazzo, come pure lo confermavano molte altre persone interpellate in proposito.

Il destino dell’anonima strofetta era proprio quello di essere adatta per tutte le stagioni e per tutti gli usi. Un’altro pensionato, a Semestene, affermava infatti che quello era il testo di una canzone molto popolare perché cantata da una originale figura di intrattenitore da palco, un Benito Urgu ante-litteram, certo Tamponeddu, cantante comico di Luras. Rintracciato telefonicamente, il “cantante” (che non esercita più, ma si dedica invece alla ricostruzione di giocattoli in legno e alla raccolta della relativa nomenclatura), riconobbe il testo come parte del suo repertorio, chiarendo di non esserne l’autore, ma di averla inserita in un suo spettacolo che egli aveva recitato anche a Semestene. La canzone faceva parte della sua prima incisione discografica, risalente agli anni ‘60 e intitolata “Comica di Famiglia”. Tamponeddu chiariva come nella sua “comica” fosse unall moglie, in lite con il marito, a pronunciare quelle parole “affettuose”. La donna, spiegò Tamponeddu, ammoniva il marito, il quale volentieri l’avrebbe preferita già dipartita: “Sì, lo so che mi vorresti morta, ma sono ancora viva, e son qui per procurarti nuovi dolori”. E, dal momento che il marito, suonatore di fisarmonica, era anche orbo, aggiungeva: “E se non mi sopporti più (si no mi podes bider), cavati gli occhi (l’unico che ti è rimasto)”. Il cantante comico affermava di avere sempre conosciuto quella quartina la quale risaliva, a suo giudizio, almeno agli anni ‘30. Egli escludeva peraltro che l’autore di tale quartina potesse essere Paolicu Mossa, perché il Mossa non avrebbe mai scritto composizioni del genere (affermazione peraltro smentita da altri, anche compaesani del poeta bonorvese).

Qualsiasi poeta de pittiracca poteva essere dunque l’autore della popolare strofa.

Linguaggio in codice: il gergo sardo, il suspu.

Il testo, con i suoi diversi livelli di manipolazione linguistica, è definibile nella lingua sarda come suspu. Per suspu (pronunciato in logudorese settentrionale anche /supu/) si intende, infatti, nel logudorese-nuorese comune, qualsiasi tipo di manipolazione linguistica che ha come fine quello di occultare il senso di ciò che si dice, rendendolo evidente solo a chi condivide il codice.

Nel nostro caso si tratta di un suspu particolare in quanto la manipolazione é avvenuta sulla forma scritta del testo: si tratta comunque di una manipolazione del significante linguistico proprio come avviene nel suspu dei bambini o «linguaggio farfallina». Nel caso specifico a questa manipolazione, per rendere la decifrazione più complicata, ne é stata aggiunta una seconda, quella dell’alfabeto pseudo-greco. Quest’ultima, a sua volta, ha creato una «decontestualizzazione» temporale e di codice che si è aggiunta alla decontestualizzazione operata dalla collocazione dell’iscrizione in un luogo sacro. Diciamo che è un caso di suspu “elevato al cubo”.

Suspu, o come viene anche chiamato, suspu-saspa (Semestene), o sespe-suspu (Usini),é un termine-ombrello che ha molte accezioni, tutte appartenenti allo stesso ambito metaforico-manipolativo:

  • faeddare in suspu, parlare in modo allusivo, alludere, lasciar intendere più di quello che si effettivamente si dice;
  • faeddare in cobertanscia, parlare coperto;
  • faeddare suttamatafora, parlare figurato, sottometafora;
  • faeddare a s’iscuja, parlare nascostamente, sottovoce, all’orecchio;
  • gergo della mala;
  • suspos, metafore, ma anche inganni, trame, imbrogli;
  • suspare, tramare, complottare;
  • «lingua farfallina» gioco tra bambini in cui si inseriscono tra una sillaba e l’altra delle sillabe accessorie, con una consonante fissa e una vocale mobile che segue l’alternanza delle vocali presenti nella parola noto come “linguaggio farfallina” forse per la preferenza da parte dei bambini delle sillabe in efe, ufu; esistono anche degli inserimenti alquanto particolari e dal suono arcaico , detti “in eleghe-ulugu”dove si inseriscono due sillabe anziché una come ulteriore forma di “straniamento”.

Secondo l’ultimo tipo di manipolazione, molto simile a quella operata nell’iscrizione di Trullas, la frase sarda:

tue ses maccu,

suonerebbe, a seconda del tipo di suspu:

in ufu:

tufu efe sefe mafa cufu;

in eleghe-ulugu:

tulugu eleghe seleghe malaga culugu,

che – oltre ad avere curiose risonanze esotiche – sarebbe un bel rompicapo per chi lo sentisse senza averne cognizione.

Niente di strano che un linguaggio del genere possa avere costituito, nel passato, una qualche forma di lingua della resistenza.

Esistono inoltre delle definizioni di suspu che suggeriscono più di quanto non dicano: suspu-saspa, sespe-suspu, e una in rima suggerita dall’amico Nino Fois: suspu saspa/ sespe suspu/ ej su salauspu i s’oju.[18]

Di suspu si sono occupati – a suo tempo – alcuni neo-dottori della facoltà di Magistero[19] nelle loro tesi di laurea.[20]

Naturalmente, il discorso sul suspu è troppo vasto e non è questa la sede per affrontarlo,[21] ma si tratta certo di un interessante uso socio-linguistico che attende ancora una adeguata trattazione. E il nostro caso parrebbe dimostrarlo.

AUTORE ED EPOCA DELLA FALSA EPIGRAFE



L’autore dell’epigrafe, del quale noi ci siamo completamente disinteressati, in quanto a noi importava soprattutto l’aspetto linguistico, viene suggerito da Giovanni Deriu, nell’articolo dell’Areddu del 2014, come un “impiegato bonorvese nel comune di Semestene, ancora vivente” , “noto a tutto il paese, anche ai bambini”, il cui nome comunque non si intendeva fare per ovvii motivi di opportunità, ma che doveva comunque essere una persona erudita, con cognizioni di epigrafia, dell’alfabeto greco (nozioni minime) oltre che di poesia sarda e di … suspu. L’epoca della falsa epigrafe, sempre secondo l’informatore dell’Areddu, doveva essere fine anni ‘60 inizio anni ’70, in quanto il Deriu lo vide per la prima volta al ritorno dal Belgio, dove la sua famiglia era stata nel frattempo emigrata.

In chiusura vogliamo rendere omaggio alla onestà intellettuale del prof. Massimo Pittau, il quale, da noi avvicinato e informato della possibile soluzione, non solo si disse soddisfatto dell’ interpretazione che ne avevamo data ma si offrì anche di darci una mano a pubblicare il lavoro. Generosa offerta che non ritenemmo di potere accettare in quel momento, nella speranza di approfondire meglio alcune problematiche relative al suspu e pubblicare quindi un saggio di più ampio respiro, che avrebbe richiesto ancora del tempo.

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APPENDICE E CONCLUSIONI

La stesura di base di questo scritto risale al 1994-1995 per diventare quasi subito il capitolo iniziale di una riceca sul suspu.. Dopo alcuni malriusciti tentativi di pubblicazione dell’intera ricerca, esso venne messo da parte in attesa di tempi migliori.

Nel 2006,  un collega del Liceo Classico Azuni di Sassari, il prof.  Giovanni Deriu, studioso e autore di alcuni volumi di storia locale, di Semestene, dopo una conversazione sui reciproci interessi di studio, venuto a conoscenza del fatto che avevamo scritto un saggio sulla interpretazione della falsa epigrafe di San Nicola di Trullas, si mostrò entusiasta e  ci disse che esso avrebbe potuto ben figurare in una pubblicazione collettanea in preparazione a cura del Comune di Semestene e della Sovrintendenza ai Beni Culturali della Provincia di Sassari e Nuoro. Accettammo la proposta con entusiasmo e gli facemmo avere una copia del saggio. Una copia su floppy disk la consegnammo anche al funzionario della Sovrintendenza incaricato a questo compito, ci pare ricordare che fosse  il Dott. Padua. In seguito, come accade, si persero i contatti, ma venimmo a sapere dopo qualche anno che quella pubblicazione non era poi andata in porto, ne ignoriamo i motivi.

Passano gli anni e ci eravamo quasi dimenticati del nostro saggio. Nel 2015, un caro amico ci telefona stupito  dicendo di avere visto un articolo, tale e quale il nostro, su una rivista , : «Ma la firma non è la tua» disse meravigliato . Ci precipitammo a casa sua. Effettivamente, sul numero 22 di “Almanacco gallurese” 2014-2015 , che lui aveva appena acquistato, nelle primissime pagine della rivista, appariva un articolo dal titolo  L’enigma dell’epigrafe di San Nicola di Trullas. Lay out ed impaginazione erano del tutto simili al nostro scritto. Cosa assai buffa, l’articolo proponeva la soluzione dell’epigrafe, citando il sottoscritto,  come autore della interpretazione dell’epigrafe, sia il Giovanni Deriu, che a suo tempo aveva avuto una copia dello scritto, come informatore principale per la “sua scoperta”. Anche la ricerca della fonte poetica confermava ciò che già avevamo scoperto e proseguiva con ulteriori, marginali disquisizioni. Ma, cosa ancora curiosa, pur essendo la falsa epigrafe una operazione tutta in suspu,  non ne parlava mai, neanche un accenno. Beh, sarà certamente un caso pensammo, insolito e strano, ma un caso. Non potevo neanche lontanamente nutrire il volgare sospetto  che uno studioso approfitasse di un saggio inedito, senza neanche prendersi il disturbo di citarlo! L’articolo era firmato da un certo Alberto Areddu, e non faceva alcun riferimento allo scritto nelle mani del suo principale  informatore. A posteriori, c’è un’altra curiosa incongruenza nell’Areddu:  in “Almanacco gallurese”  – ci attribuiva un errore di lettura che non avevamo commesso: anziché “ancora m’affann’et ancora po dare penas a tie”  egli ci attribuiva, sbagliando, un “pena e a tie” invece di “penas a tie” . Ora, invece, nel medesimo articolo pubblicato sul sito www.academia.edu/8143104/ Lenigma_dell_epigrafe_ di_San Nicola_di_Trullas egli emenda il suo errore. Come mai? Chi o che cosa gli ha fatto cambiare idea? Ma lo fa  solo in parte, ad ogni modo,  perché immediatamente sotto la foto con il calco (inesatto) dell’epigrafe -  come si può vedere dallo screenshot del suo articolo su “academia.edu” -  egli continua ad attribuirci  quel presunto errore (avere scambiato un sigma per una epsilon). Lapsus calami? O errore freudiano?


Subito dopo l’apparizione dell’articolo dell’Areddu su “Almanacco gallurese”  il Pittau interviene nel suo blog on line http://www.pittau.it/Sardo/trullas.html (reca la data dell’anno  2014)  con un articolo dal titolo “La misteriosa iscrizione di San Nicola di Trullas”, per  fare alcune precisazioni. Riportiamo qui alcuni estratti – che riteniamo illuminanti- dal blog del noto studioso. Un’avvertenza tuttavia: quanto alla soluzione dell’enigma il Pittau, che non poteva assolutamente sapere del nostro articolo del 2006, viene tratto in inganno dall’articolo dell’Areddu che mal riporta la «traduzione» , con vistosi errori e commenti negativi ingiustificati che sviano il Pittau. Ma siamo poi proprio sicuri che non ne fosse a conoscenza? A leggere tra le righe, rimane nell’ aria il dubbio che anche il prof. Pittau avesse contezza del nostro inedito documento. Egli infatti cita il nostro «intervento» (quale poi? Il dialogo tra di noi in facoltà o lo scritto di cui non poteva sapere?) come anteriore all’Areddu ma poi attribuisce all’Areddu e al Deriu – la risoluzione dell’enigma. Ma l’Areddu (o il Deriu) non risolve un bel nulla. Usa la nostra interpretazione e da lì parte per i suoi excursus. Ma il mio intervento, orale o scritto che fosse, consisteva proprio nella soluzione.

Non è una contraddizione logica davvero curiosa?

«Nella mia opera La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi (Sassari 1981, pg. 118) ero stato io il primo a segnalare e a pubblicare una strana iscrizione che è incisa su un masso accuratamente levigato dell’abside esterna della chiesa medioevale di San Nicola di Trullas, in agro di Semestene (SS) […] Dato che alcuni vocaboli mi sembravano corrispondere ad altrettanti etruschi, io ne avevo tratto l’opinione che si trattasse di una iscrizione in lingua nuragico-etrusca, ma scritta in alfabeto greco. Però non avevo neppure tentato di prospettare alcuna traduzione.[…] In seguito, soltanto in una mia opera immediatamente successiva (Lessico Etrusco-Latino comparato col Nuragico, Sassari 1984, pg. 44) avevo fatto un breve cenno dell’iscrizione, ma poi l’ho trascurata del tutto, dato che alla lunga non mi ero più sentito di insistere sulla mia interpretazione iniziale».

«(…)Sull’argomento invece sono in seguito intervenuti Giulio Paulis, dell’Università di Cagliari, e Nello Bruno, del Liceo Azuni di Sassari, i quali hanno sostenuto che in realtà il testo è in sardo-logudorese e inoltre conterrebbe una “dichiarazione di amore».

 

«(…) Di recente ha ripreso il problema di questa strana iscrizione Alberto Areddu, nell’ultimo fascicolo della rivista “Almanacco Gallurese” – 2014-2015, pgg. 11-15), il quale ha messo le basi essenziali – a mio giudizio – per una esatta interpretazione dell’iscrizione e pure quelle di una sua verosimile traduzione. In effetti egli ha interpretato che siamo di fronte a una iscrizione semicriptata, con la quale ‘chi ha scritto voleva esser letto e capito fino a un certo punto’».

«(…) Anche l’Areddu ha fissato la sua attenzione sugli ultimi tre vocaboli, che ha ricomposto e interpretato come po dare penas a tie ‘per dare pene a te’. Si tratta di una formula che l’Areddu ha ritrovato, tale e quale, nei numerosi frastimos ‘impropreri’ che il bravo studioso Salvatore Patatu di Chiaramonti ha raccolto, studiato e pubblicato. Un esempio di frastimu è il seguente:  Ancora m’agatto ancora/ancora m’agatto ancora/ pro dare penas a tie.[…] L’Areddu ha avuto buon gioco nell’eliminare come insostenibili la interpretazione e le traduzioni di Giulio Paulis e di Nello Bruno, ma poi ha presentato una sua proposta di traduzione, che, a mio giudizio, è anch’essa insostenibile. Infatti in primo luogo egli ha forzato troppo la lettura della seconda sequenza grafica PAMAFAME dell’iscrizione, leggendola, in caratteri latini, come RAMAGA, con l’intento di interpretarla come m’agatto «mi trovo». In secondo luogo a lui in realtà è sfuggita una cosa molto importante: in un frastimu «improperio» unico ed unitario è assurdo che manchi il nome del destinatario, uomo o donna che sia.

«(…) Alberto Areddu ha anche citato il dott. Giovanni Deriu di Semestene come colui che gli avrebbe fornito alcune indicazioni sull’autore della nostra iscrizione, innamorato deluso, ma il dott. Deriu – già mio allievo nell’Università di Sassari – si è lamentato di essere stato frainteso dall’Areddu e ha proceduto a darmi la sua seguente, testuale, precisazione:

‘Ho visto per la prima volta l’epigrafe in oggetto, al mio rientro dal Belgio dove ero emigrato, durante la scampagnata di Pasquetta del 1971. Incuriosito, e allora del tutto a digiuno relativamente all’argomento, chiesi ai miei congiunti di Semestene di che cosa si trattava. Pietrina Bissiri, una delle mie zie materne (deceduta nel 2010), mi disse che tale «scrittura» era stata eseguita, per scherzo, da un bonorvese impiegato al comune di Semestene durante gli anni ’50… Dopo la sua pubblicazione dell’epigrafe in un sua opera del 1981 (“La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi”), andai in “loco” col prof. Marco Tangheroni (allora docente al Magistero di Sassari) e con Salvatore Chessa di Semestene, ora coautore di alcuni miei libri (anche lui è stato suo allievo nel corso di linguistica sarda), il quale affermò che, quando era ragazzo, si divertiva con i suoi compagni a cercare di ritoccare l’epigrafe e ad aggiungere qualcosa. Ecco ciò che ho dichiarato ad Alberto Areddu, circa due anni orsono. Aggiunsi che, secondo Nello Bruno, un mio collega al liceo Azuni di Sassari, la scritta andava letta nel seguente modo: “Ancora m’affanno et ancora po dare penas a tie” (basandomi sulla memoria, visto che il mio collega me ne aveva parlato nel 2006 e non avevo preso appunti)’[...].» (Il corsivo è nostro, e ogni ulteriore commento è del tutto superfluo. N.B.).

Etc. etc.

E così conclude, non senza involontaria ironia, il Pittau:

«Bravo il dott. Deriu per la esatta soluzione prospettata del nostro rebus e molte grazie per la sua piena disponibilità».

 


[1] “Quaderni bolotanesi”, 15, 1989, pp. 299-317.

[2] Parola chiave che verrà ripresa tal quale dall’Areddu (vedi Appendice e bibliografia) nel titolo del suo articolo del 2014-2015.

[3] A iscusi suo, (Condaghe di Santa Maria di Bonarcado ,128 : “carta bullata (…) ki aviant armada a iscusi suo” ) in Maria Teresa Atzori, Glossario di Sardo Antico, Parma, 1953, cf  anche Maurizio Virdis,  (a cura di),  Il condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Cagliari, Cuec, 2002.

[4] Ignazio Delogu, (a cura di) Condaghe di San Pietro di Silki, Sassari, Libreria Dessì Editrice, 1997.

[5] Massimo Pittau, 1981, La lingua dei sardi nuragici e degli Etruschi, pp. 118-119.

[6] Mi riferisco qui alla lezione del Leo Spitzer, in Critica stilistica  e semantica storica, p. 77, Bari Laterza, 1975.

[7] Maledizioni a carattere “preventivo” (al fine di scoraggiare il furto) erano già presenti nelle tavolette d’argilla degli archivi di Ebla e mesopotamici, ma anche, comuni nel medioevo. Pietro Nurra (“Studi delle tradizioni popolari”,1894),cita un ms di Fedro dell’ XI secolo proveniente dall’abbazia di Saint Benoit in Francia, dove si trova scritto “Hic est liber sancti Benedicti floriensis quem siquis furctum, vel aliquide magno inge…tulerit anathema sit”.

[8] E che sucessivamente appresi essere chiamato anche col termine di «linguaggio farfallina».

[9] A.I. Baralla, Tesi di laurea, 1991-1992.

[10] Stando almeno a sentire l’insolito orgoglio – forse dovuto ai tempi della romanità fascista? – con il quale taluni Bittesi ostentano la parentela con i romani: “Vitsichesu de sambes Romanu” e stante anche la non sempre giustificata sottolineatura dei sardi di possedere la lingua più vicina al latino, (cosa peraltro discutibile stante la quantità enorme di lemmi non ascrivibili nè al latino nè ad altra lingua “indoeuropea”; cfr. Sardella, 1981, Il sistema linguistico della civiltà nuragica; Pittau 2001, La lingua sardiana o dei protosardi o qualsiasi carta topografica della Sardegna).

[11] Massimo Pittau, op. cit.

[12] Massimo Pittau, ibidem.

[13] Massimo Pittau, 1984 “Lessico etrusco-latino comparato col nuragico“, Sassari, Chiarella, pag.44.

[14] Correva l’anno 1994.

[15] Noi abbiamo considerato che questa fosse l’esatta interpretazione perché ci sembrava che l’iscrizione recasse “m’afann’et ancora” tuttavia, riguardando con attenzione la fotografia, possiamo vedere che il gruppo di lettere –NNE di  RAMAFA-NNE in effetti non è in linea con il resto dell’iscrizione e sembra quindi un’aggiunta posteriore; se si considerano F come un gamma al quale è stato aggiunto il trattino medio della F e -NNE come aggiunte posticce,  quali in effetti potrebbero anche  essere, ci starebbe che l’originale fosse proprio quello che ci fornirà l’informatrice:  “ankora m’agat’ankora po dare penas a tie” (e si nomi cheres bider sos ojos to nde ogas fora), il che corrisponderebbe in toto al testo di una improvvisada, o di una cantone sarda, alquanto nota nei villaggi tra gli amantiosos de poesia e sfruttata da diversi poeti popolari.

[16] La definizione  ci è stata fornita dallo stesso prof. Pittau durante un colloquio all’università dove gli illustrammo la nostra interpretazione e che lui giudicò , cavallerescamente, perfettamente esauriente.

[17] Bartolomeo Serra, 1893: “Odiu a Flora” in “S’amore cambiadu in odiu”.

[18]Gioco di parole intraducibile e forse senza senso dove – metaforicamente – si allude alla capacità del suspu di offuscare sia la percezione che la comprensione (su salauspu i s’oju).

[19] Poi Facoltà di Lettere e Filosofia, ora Facoltà di Scienze dell’educazione.

[20] Maria Angela Ballette, 1984, Un gergo sardo:su suspu (indagine sociolinguistica a Bortigali tesi di laurea,; Rosario Porcu 1986, Una forma di comunicazione alternativa in Sardegna: il suspu a Nuoro, materiali, Tesi di laurea; Maria Angela Boi 1989, Il suspu di Bonorva tesi di laurea; Anna Ignazia Baralla 1992, Aspetti del repertorio linguistico ozierese: italiano, sardo, gerghi, tesi di laurea, tutte presso l’Università di Sassari con relatore il prof. Massimo Pittau.

[21] Ne diede peraltro una buona definizione Michelangelo Pira alla voce Suspu, in La Sardegna, Enciclopedia, a cura di Manlio Brigaglia, Cagliari, Della Torre, Vol. 2, pp.69-70.

 

 

Bibliografia.

Areddu, Alberto G., L’enigma dell’epigrafe di San Nicola di Trullas, in “Almanacco gallurese”, Gelsomino Editore, 2014-2015.  (L’Areddu mostra di avere avuto ampie notizie o accesso diretto al presente documento, per averne discusso con il prof. Giovanni Deriu – che ha confermato la circostanza – e che aveva in consegna il presente documento per la sua pubblicazione a partire dal 2006).

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Ballette, Maria Angela, Un gergo sardo: su suspu (indagine sociolinguistica a Bortigali), tesi di laurea, Università di Sassari, Facoltà di Magistero, rel. prof. Massimo Pittau, 1984.

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Wagner, Max Leopold, Dizionario Etimologico Sardo, I-II, Heidelberg, 1960-1964. (si consiglia la versione originale, in quanto quella pubblicata a Cagliari è infarcita di refusi ortografici, la qual cosa, nel caso di un dizionario etimologico fondamentale, scritto da un’autorità mondiale, non è proprio il massimo della filologia– quanto alla tipologia degli errori un qualsiasi esperto di tecnologie digitali riconoscerà che sono tipici di  una lettura digitale OCR, neanche riveduta da un editor, che li avrebbe facilmente espurgati).

 

Weinrich, Harald, Metafora e menzogna: la serenità dell’arte, Bologna, Il Mulino, 1976.

 

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