Un museo per l’umanità, di Telmo Pievani

L’intervista: Richard Leakey (nella foto) 25 anni fa ha lanciato l’allarme per la scomparsa di troppe specie. Ora avverte: continuare a mettere sotto pressione gli altri esseri viventi provocherà il passaggio di nuovi patogeni dalla fauna all’uomo.

Ha scoperto alcuni dei fossili più importanti per capire l’evoluzione umana. Ha lottato contro nemici potenti per impedire il commercio di avorio e la distruzione degli ecosistemi africani. È sopravvissuto a uno strano incidente aereo e a tre trapianti. Richard Leakey dice che la morte lo ha sfiorato tante volte, anche adesso che è malato, ma non smette di coltivare i suoi sogni.

L’ultimo, a 75 anni, è un grande Museo dedicato all’umanità, che sorga proprio sul bordo della Rift Valley dove è nato Homo sapiens.

Il libro «La sesta estinzione», da lei firmato con Roger Lewin, uscì 25 anni fa. Le vostre previsioni sull’accelerazione dell’estinzione di specie a causa dell’impatto umano sono purtroppo diventate realtà.

«Un enorme numero di specie sta via via scomparendo. Non solo elefanti e rinoceronti, ma anche molte altre specie, grandi e piccole, che abitavano le foreste e le profondità marine. Dovremo convivere con una situazione che è persino peggiorata rispetto alle nostre previsioni. Se rimarremo seduti a guardare, continuerà a peggiorare perché non abbiamo risolto il problema centrale: la nostra pressione sull’ambiente. Mi preoccupa che ci sia ancora chi vagheggia un ritorno a un primordiale equilibrio con la natura. Non possiamo più ritornare ad alcun equilibrio con la natura. Il processo è irreversibile: siamo in troppi e vogliamo troppo. Quello che dobbiamo fare è, prima di tutto, ricordare che noi siamo parte della natura, non entità separate. Molti credono che Dio abbia creato il mondo a misura di uomo: sì, ma per viverci, non per distruggerlo».

A causa della crisi pandemica, il cambiamento climatico è scomparso dai mass media, ma rimane il maggiore problema globale. Quali sono le sue conseguenze sulle estinzioni?

«Il clima sta cambiando: ci sono più piogge, meno piogge; temperature più alte e più basse; e soprattutto ci sono più persone. Tutto questo mette le specie nella condizione difficile di spostarsi per trovare condizioni migliori. La pandemia di Covid-19 deriva dal fatto che stiamo mettendo pressione su queste creature e le obblighiamo a spostarsi in nuovi habitat. Lo facciamo anche noi, perché non dovrebbero farlo loro? Se mangiamo i pangolini che ospitano il virus e interferiamo con la vita degli animali che fanno da serbatoio a questi patogeni, le malattie si diffondono. Se il Lago Vittoria sale di 5 metri, gli animali dovranno vivere da qualche altra parte. Con l’uso di pesticidi e l’abuso di antibiotici, noi stiamo forzando i microrganismi patogeni a sfruttare la loro variabilità naturale e a cambiare. Qualcuno dice che siamo una specie di successo, ma non siamo la specie meglio riuscita, se è vero che un piccolo virus, andando da una parte del mondo all’altra, infettando milioni di persone, è molto più efficace di noi nel viaggiare».

Il nesso ecologico tra questa pandemia e la devastazione degli ecosistemi non è stato sottolineato abbastanza.

«Dobbiamo correggere la nostra arroganza e riconoscere che non abbiamo abbastanza risorse per nutrire tutti. Non possiamo aspettarci che la popolazione mondiale arrivi a 8 o 9 miliardi e viva con le risorse che abbiamo, che sono già di per sé scarse, visto che il clima è meno stabile, c’è più freddo, più caldo e non abbastanza acqua. La verità di cui essere consapevoli è che noi dipendiamo dalle stesse leggi da cui dipendono tutti gli altri esseri viventi. Il motivo per cui ho deciso di costruire un grande museo in Africa è che noi siamo africani: possiamo dirci italiani o sudamericani, ma rimaniamo sempre africani, perché la nostra specie è nata qui. Un Museo internazionale dovrebbe fare chiarezza sul fatto che siamo intelligenti e siamo in tutto il mondo, siamo tutti una sola specie e dipendiamo dalle stesse necessità: acqua pulita, una dieta adeguata e una vita sociale. Sono le basi di cui ci siamo dimenticati. Noi guardiamo la bellezza degli elefanti e delle giraffe, ma nella vita c’è molto più che la bellezza delle giraffe. Anche il virus Covid-19 è bello a suo modo, anche se non ci aiuta!».

Lei ha combattuto a lungo il traffico di animali. Sappiamo che esiste una connessione diretta tra le pandemie e il commercio illegale di animali che vengono poi portati nei mercati in Asia, Africa e Sudamerica, in pessime condizioni igieniche. Come possiamo eliminare per sempre questa tratta illegale?

«Non sono sicuro che potremo mettere per sempre fine a questi commerci, perché si smercia ciò che le persone desiderano. Dovremmo tornare alla lezione di base per cui c’è un limite a ciò che possiamo mangiare e desiderare. E una questione di realismo. So che non sarò popolare nel dirlo, ma sono preoccupato del fatto che così tante persone nel mio Paese quando le cose vanno male alzino le spalle e dicano: “Ora sta a Dio”. Questa attitudine è molto diffusa nel mondo: la divinità ha scritto un libro e per capire il mondo basta leggere quel libro. Non è così: noi siamo quel libro, noi lo stiamo scrivendo, adesso. Noi siamo figli dell’evoluzione, che è guidata dai cambiamenti nel clima e nell’alimentazione. Un mio amico dice: “Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza”. Ho paura che sia l’opposto: noi abbiamo fatto Dio a nostra immagine. Noi siamo il problema, non Dio. Certo, Dio può fare qualsiasi cosa, ma io sto parlando di ciò che io e te possiamo fare qui, non da qualche parte nell’universo. Dovremmo rendere le persone più responsabili del loro destino».

Trovo assurdo che molti animali siano in via di estinzione a causa di superstizioni umane e di dettami di «medicine tradizionali» privi di qualsiasi fondamento. Fino a che punto dobbiamo rispettare le diversità culturali se, come in questo caso, sono così distruttive per la biodiversità?

«Dobbiamo stare attenti su questo tema. Tu puoi spiegare scientificamente se qualcosa funziona o no, ma le tradizioni hanno una presa molto forte sulle nostre menti. Bisogna spiegare, perché la gente può imparare. Dobbiamo però sapere come è fatto il nostro cervello, che ama le superstizioni: le avete anche voi in Europa con i vostri gatti neri, e così via. Si dice che nel corso dell’evoluzione siamo diventati molto intelligenti, ma questo non è completamente vero: se così fosse, non avremmo tutti questi problemi. Siamo coraggiosi, ma siamo anche stupidi e il fatto che continuiamo a credere che la corazza del pangolino abbia chissà quali proprietà non è tanto più drammatico che credere che l’immagine di un uomo crocifisso possa fare miracoli. Non serve la scienza per mostrare che sono miti, basta il buon senso. Ci sono scuole in America in cui nelle lezioni di storia non si approfondiscono i lati negativi della schiavitù e si dice che gli schiavisti non vendevano persone, ma africani. Come se gli africani non fossero persone e come se tutte le persone non fossero di origine africana. Noi insegniamo che se infiliamo uno spillo nel fianco di un bovino fa male, ma lo facciamo comunque per divertimento, è una tradizione, come se al toro non importasse. In realtà importa. Siamo molto intelligenti, ma anche straordinariamente sciocchi».

Tornando alla pandemia, abbiamo letto che in Africa forse l’età media molto giovane della popolazione sta evitando una forte diffusione del virus.

«Qui in Africa, in particolare in Kenya, probabilmente il virus è molto più diffuso di quanto abbiamo misurato, perché non stiamo facendo test a tutte le persone. Ma bisogna anche dire che qui ogni bambino viene vaccinato contro la tubercolosi, a differenza per esempio degli Stati Uniti. Sul piano evolutivo, i virus mutano e non c’è ragione per cui non possa venirne fuori uno anche più cattivo. Covid-19 non è l’ultima pandemia che vedremo. Per esempio, noi sappiamo che le particelle di plastica nell’acqua sono mangiate dai pesci: immaginiamo quali effetti potrebbe avere un patogeno che imparasse a legarsi alla plastica. Quando troveremo un vaccino, un minuto dopo ci sarà già un nuovo virus dietro l’angolo, pronto a trovare una via per contagiarci. Come dice Greta Thunberg: io non so le cose, ma gli scienziati le sanno, dunque ascoltate la scienza. Gli scienziati magari non sono popolari, ma vanno ascoltati».

I progetti di conservazione della fauna selvatica in Africa stanno aumentando, ma non sono ancora sufficienti per ribaltare i terribili numeri della sesta estinzione. Come vede la situazione?

«Posso rispondere per il Kenya. Abbiamo circa 50 milioni di abitanti, gran parte di loro non hanno acqua corrente, un lavoro, una pensione né assistenza sanitaria. La gente qui è povera. Per loro ammirare gli animali selvaggi è roba da ricchi. Sono orgoglioso di aver contribuito alla realizzazione di parchi nazionali, ma i parchi sono tante piccole isole: se vivi su un’isola e le circostanze climatiche tutto attorno cambiano, e l’isola non riceve più pioggia, sull’isola non sopravvive niente. La gente ha bisogno di spazio, la fauna selvatica libera ha bisogno di spazio e non può competere con le persone. E sbagliato, ma dobbiamo essere realisti. Le persone non possono vivere senza sperare in una vita migliore, in cui si abbia almeno un piatto di pasta al giorno. Le prospettive della fauna selvatica sono molto critiche, perché è in diretta competizione con gli esseri umani».

Che cos’è il Turkana Basin Institute?

«Sono cresciuto in una famiglia di paleoantropologi che per tutta la vita hanno cercato tracce fossili della storia umana nella gola di Olduvai, in Tanzania. Io dal 1968 ho fatto ricerche nel bacino del lago Turkana, centinaia e centinaia di chilometri quadrati di depositi di fossili. Era come sfogliare, strato dopo strato, un grande libro all’aperto sull’evoluzione umana. Mi sento fortunato, perché grazie alla creazione del Turkana Institute ora possiamo ospitare da 50 a 100 scienziati, che fanno sempre nuove scoperte sul nostro passato e su come i cambiamenti ambientali e climatici hanno portato alla nascita e all’estinzione delle specie. L’Istituto sarà lì per sempre, anche quando non ci sarò più, come un magazzino di reperti, di dati e di giovani menti al lavoro».

Ci può anticipare qualche cosa su Ngaren, questo nuovo Museo dell’Umanità che sta per nascere in Kenya?

«Abbiamo bisogno di luoghi in cui le persone possano condividere fisicamente l’emozione, il dramma e la conoscenza dell’evoluzione, osservare i reperti ed entrare davvero in contatto con l’idea che noi siamo un’entità biologica, connessa a tutte le altre entità biologiche. Considerando che non ci sono grandi Musei internazionali su questo in Africa, che l’umanità viene dall’Africa e che i pregiudizi che il mondo contemporaneo sta affrontando sono basati su un errore nel capire chi davvero siamo, e sul razzismo in tutte le sue forme, mi sembra che possiamo raccogliere abbastanza soldi ed esperti per costruire un monumento che commemori l’umanità nel contesto in cui si è evoluta. Potremmo raccontare le origini della civilizzazione mostrando le fantastiche opere d’arte preistorica che abbiamo in Africa, più antiche di quelle europee».

Quando l’inaugurazione?

«Stiamo costruendo il progetto con Naturalis, il museo di storia naturale e centro sulla biodiversità di Leida, in Olanda, con l’aiuto dell’antropologa e designer museale Federica Crivellaro. Il denaro che serve non è troppo, se possiamo generare un impatto sull’umanità futura ed eliminare alcuni pregiudizi sul colore della pelle, sulla razza, sulla religione. Il messaggio di Ngaren sarà che questa creatura che noi chiamiamo Homo sapiens è stata fatta da noi e che noi possiamo distruggerla, non Dio. Stai perdendo la tua casa? Non dire “sta a Dio”, fai qualcosa, sta a noi. Questo è il messaggio che La sesta estinzione, altri libri e film, e il nostro museo vogliono comunicare».

L ALETTURA,  21 luglio 2020

 

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