Un’alleanza tra le fedi sulla salute, di Marco Ventura

Le religioni contano, vogliono contare, soprattutto ora che i credenti e le loro organizzazioni si sentono rafforzati dalla pandemia.

Nella catastrofe sanitaria e sociale hanno dato senso, hanno dato una mano. Sanno che il loro ruolo sarà indispensabile dopo l’emergenza, quando dovrà strutturarsi lo sforzo globale sulla salute dell’uomo e del pianeta, sullo sviluppo e la sostenibilità. C’è bisogno della loro salvezza per la salvezza del mondo.

Tra i tanti segnali da cui si percepisce l’offensiva delle religioni, spicca quello lanciato alla comunità internazionale dal G20 delle fedi: una piattaforma che comprende leader, funzionari ed esperti di tutto il mondo, nella quale sono coinvolti i culti religiosi di maggiore rilievo.

Ospitato dalla presidenza saudita del G20 degli Stati (il suo interlocutore istituzionale) e tenutosi online dal 13 al 17 ottobre, il G20 Interfaith di Riad ha segnato una tappa senza eguali nella storia contemporanea delle mobilitazione religiose.

Il comunicato finale è eloquente. Dal punto di vista istituzionale, il G20 delle fedi chiede ai governi dei venti Paesi più potenti del mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Regno Unito alla Germania, dal Brasile all’India, dalla Turchia al Giappone, di essere ufficializzato quale interlocutore stabile.

Se nel G20 saudita degli Stati, il 21-22 novembre, la richiesta sarà accolta, il G20 delle fedi diverrà un engagement group, al pari dei G20 del business, delle donne, dei giovani, della ricerca, del lavoro, delle città e della scienza.

La richiesta rende più che mai esplicita l’ambizione delle religioni di essere riconosciute, si legge nel documento finale di Riad, «partner degli strumenti del governo globale».

La cronaca giudiziaria (una gestione quantomeno allegra di fondi) fa tremare la Santa Sede; la cronaca sanitaria (l’esplosione del Covid-19 e un ruolo ancillare della religione rispetto alla scienza) ha derubricato il culto a «servizio non essenziale». Accanto a questo, due eventi meritano attenzione. Primo: il G20 delle fedi che si è appena tenuto online, organizzato dalla presidenza saudita del G20 degli Stati, ha radunato leader religiosi e studiosi di tutto il mondo (il prossimo anno sarà in Italia) per un’iniziativa comune a favore del vaccino e un patto per salvare il pianeta. Secondo: l’accordo tra il Papa e Pechino, ostacolato dagli Usa, aggiorna la diplomazia vaticana

Non è meno ambizioso, il G20 delle fedi, dal punto di vista sostanziale. «Non possiamo reclamare un posto al tavolo se non abbiamo niente da dire», confida a «la Lettura» una delle leader del G20 delle fedi, Katherine Marshall della Georgetown University di Washington.

Sono tre, in questo senso, i cardini del documento. In primo luogo le religioni si ergono davanti al G20 degli Stati come portavoce delle «comunità più vulnerabili»; in secondo luogo mettono la propria doppia forza «etica e pratica, fisica e spirituale» al servizio della protezione del pianeta; infine, si offrono come attori nella prevenzione dei disastri e nella risposta alle emergenze.

Il documento consacra, in proposito, l’alleanza delle fedi per i vaccini anti Covid-19. Contro la saldatura tra conservatori religiosi e movimento No Vax, contro la tentazione di mettere i credenti in concorrenza con medici e scienziati, i leader che si sono convocati virtualmente a Riad individuano «la priorità dei prossimi giorni nell’impegno delle comunità religiose per lo sviluppo, i test e la distribuzione dei vaccini».

Di anno in anno, dal G20 australiano del 2014 a quello giapponese del 2019, il G20 delle fedi si è fatto sempre più autorevole.

La sua forza sta nella plasticità. Da un lato la piattaforma sa adattarsi alla dinamica dello sviluppo sostenibile, alle priorità e alle agende, alle emergenze e alle tendenze, alle istituzioni e ai movimenti che proprio nel G20 degli Stati, più e meglio che nelle Nazioni Unite, hanno trovato espressione. Dall’altro sa rispecchiare la multiformità del religioso contemporaneo. Come è apparso bene nella conferenza di Riad, il G20 delle fedi è cresciuto nel tempo per la sua capacità di includere e articolare i mille caratteri di una religione volta per volta materiale e spirituale, Chiesa e Ong, confessionale e interreligiosa, formale e informale, umanitaria e culturale, nazionale e internazionale, del centro e della periferia.

Hanno rispecchiato la varietà del religioso odierno la disomogeneità della rappresentanza delle fedi a Riad e il caleidoscopio di competenze, sensibilità, sigle e temi proposti nel programma. Si sono avvicendate tradizioni come la sunnita e la buddhista, l’ebraica e la shinto, si sono confrontati battitori liberi e capi di Chiese come il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, si sono parlati indiani e canadesi, senegalesi ed egiziani, si è discusso di energia e di fame, di discorsi di odio e di discriminazione.

Ora che la conferenza è terminata, strutturano il coacervo la dichiarazione finale, le raccomandazioni ancora in corso di redazione, i gruppi di lavoro che proseguiranno il processo.

Si sviluppa così la diplomazia religiosa, nel contrappunto tra il caos vitale delle fedi e la progettazione degli esperti, tra gli scatti irruenti degli attivisti e il passo felpato dei rappresentanti. Grazie alla sua fluidità, il G20 Interfaith Forum può proporsi quale rete di reti, «network di networks» secondo il disegno caro a Katherine Marshall.

Può raccordarsi con iniziative nazionali, come la tedesca Partnership delle religioni per lo sviluppo, o internazionali, come le varie agenzie delle Nazioni Unite che coinvolgono attori religiosi.

LA LETTURA, 25 OTTOBRE 2020

 

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