Ezio Mauro. Così la pandemia ha infettato le nostre democrazie, di Massimiliano Panarari

Sono state colpite le libertà ma anche la fiducia nella scienza. A creare lo stato d’emergenza non è il pericolo in sé ma la paura. La situazione è peggiorata di molto.

Nulla sarà più come prima. Non è un’affermazione millenaristica, anche se i tempi del contagio inaspettato – ma, a dire il vero, annunciato da alcuni scienziati – evocano precisamente quello spirito dei tempi. E, come ormai palese, a dispetto di certi slogan -sinceri nelloro essere ottimisticamente ingenui o al contrario strumentali e interessati – non sta affatto andando tutto bene. Anzi, al momento, le cose vanno peggio di prima e non si intravede nessuna traccia significativa delle annunciate conversioni dell’umanità sulla strada di una maggiore giustizia e fratellanza (anche se, come accade in ogni frangente drammatico, vi sono alcuni che riescono a dare prove encomiabili di altruismo e generosità).

Per decifrare i segni del cambio di fase imposto dall’era Covid», e ragionare sullo scenario in cui siamo precipitati, si consiglia di riporre sulla propria scrivania Liberi dal male. Il virus e l’infezione della democrazia (Feltrinelli, pp. 144, euro 14) di Ezio Mauro, che nei giorni terribili della quarantena (e in quelli inusitati de lconfinamento) ha posto con forza varie questioni decisive. Temi e problematiche che il motivato allarme sanitario e le comprensibili preoccupazioni che continuano ad aleggiare – e vengono nutrite dalla minaccia della seconda ondata epidemica- rischiano di offuscare, mentre risultano essenziali per salvaguardare l’architettura istituzionale e i principi di fondo di una democrazia liberal-costituzionale. Oltre che di una società aperta, la cui stessa visione – che si colloca al cuore dei sistemi politici dell’Occidente contemporaneo – rappresenta una delle vittime predestinate di questo maledettissimo corona virus.

Eterna – e senza fine – è la lotta dell’umanità con gli agenti patogeni, ma la Sars-Cov-2 pare averci sprofondato in una condizione di smemoratezza e oblio di quello che, tragicamente eppure da sempre, è occorso alle generazioni precedenti della nostra specie. C’è riuscita dal momento che, come annota l’ex direttore di Repubblica, ha mandato «in avanscoperta la paura della morte che ormai è dentro di noi». E perché «prima di attaccare il nostro organismo, dunque, il virus ha contaminato la sfera sensibile del nostro essere, innescando un dispositivo congiunto dì difesa e di vulnerabilità». Suggellando il suo trionfo totale -anche sul piano simbolico – con la conversione di tutti quanti, indistintamente e senza scampo, in vettori dell’infezione (in primis, nelle scomodissime vesti di asintomatici, ovvero «untori» a nostra insaputa). Malattia tremendamente reale, ma anche – nell’epoca dell’imperialismo della comunicazione e del ritorno prepotente della televisione, un aspetto decisivo di questa crisi sanitaria – malattia percepita.

Oggi viviamo, così, in una nuova età dell’angoscia generalizzata, nella quale si affastellano una malvagia triade di «virus» e tre tipi di emergenza da fronteggiare: una sanitaria, una economica e una democratica. Ed è su quest’ultima, in maniera peculiare e necessaria, che Mauro richiama l’attenzione dei lettori e dell’opinione pubblica come giornalista che documenta attentamente, e in presa diretta, i mutamenti dello stato delle cose, ricostruisce le vicende e colleziona i tanti, diversi numeri della pandemia.

E come «public intellectual» che li problematizza, con la finalità di fare sì che l’accadimento (giustappunto, «ciò che accade», e può trascinare con sé un alone – o un uragano -di indeterminatezza) non venga frainteso con un dato di fatto acquisito (e da dovere coercitivamente accettare) per tutto il tempo a venire.

Il Covid-19 ha infettato anche la struttura portante delle liberaldemocrazie e «l’organismo sociale, la nostra libertà», colpendo altresì duramente la scienza a cui i cittadini-elettori-consumatori, trasformati forzatamente in pazienti ansiosi, si sono in larghissima parte ( come giusto) affidati.

Ma l’epistème scientifica – e, in special modo, quella medica, da cui attendiamo la costruzione di un quadro di prevedibilità che ci dispensi certezze – si è trovata al cospetto dell’inaspettato, e ha bisogno di tempo, la variabile con cui non vogliano (o, nella fattispecie, con cui i malati non possono) fare i conti.

E, certamente, non ha giovato alla causa comune della battaglia ingaggiata contro l’invisibile invasore «alieno» la sovraesposizione televisiva di qualche esponente delle discipline epidemiologiche e virologiche, che si è fatto risucchiare dall’impietosa inesorabilità della «media logie», finendo per calare l’epistème nell’agone rissoso – diventato corrida sanguinosa nell’epoca dei social – della doxa.

Come Mauro non manca diribadìre, il nesso tra sapere scientifico e regime politico liberaldemocratico si rivela strettissimo ed è un argine alle nostre «paure primitive».

Il coronavirus ha dunque fatto l’impresa (mostruosa e destabilizzante): le angosce ataviche, riaffiorate, «hanno cozzato contro la modernità organizzata del nostro equilibrio sociale e, sorprendentemente, sono riuscite a metterla in crisi».

E la politica che si fa biopolitica vede ovunque la bilancia pendere, ancora una volta, nella direzione della cessione di quote di libertà in cambio di una maggiore (reale o, per lo più, presunta) sicurezza.

Così, nelle «democrature» e nelle ossimoriche «democrazie illiberali», il Covid ha compiuto alla perfezione il lavoro sporco che ha dato il destro ad autocrati e politici iperpopulisti per ulteriori giri di vita sui diritti residuali.

Le nostre democrazie costituzionali hanno retto l’urto dell’agente sovversivo», ma il potere emergenziale prolungato altera le preziose e delicate regole del gioco e può coltivare la tentazione dell’eccezione permanente. Specie se, come avviene in Italia, la politica è stata «derivata» anche a causa della «paura di morire» dei «baby boomers eternamente al potere». Mai capace di anticipare e prevenire, perennemente all’inseguimento e in affanno, e costretta all’adozione ( con la marcata possibilità di innamorarsene poi … ) di provvedimenti straordinari. Tendenze già in essere, che il virus ha fatto esplodere.

Ma in ballo ora c’è, per l’appunto, una contaminazione dello stesso Dna democratico, insieme con la sofferenza economica che avanza a grandi falcate, consegnandoci la devastante prospettiva di mesi futuri contrassegnati dall’allarme sociale.

È per questo che, scrive Mauro, «abbiamo il compito di ridefinire lo Stato sociale, ricostruendo il patto occidentale tra capitalismo, welfare, rappresentanza e democrazia liberale».

Soprattutto, e con urgenza, qui da noi, tenendo a mente che il coronavirus non costituisce la fine del mondo e dunque neppure quella del pensiero critico e della società aperta. E sapendo – uno dei messaggi centrali di questo libro da utilizzare come anticorpo rispetto alla coronapolitica – che a creare lo stato d’emergenza (eirelativi rischi) non è il pericolo in sé, ma la paura, che uccide il nostro spirito.

 

LA STAMPA 26  luglio 2020

 

Condividi su:

    Comments are closed.