LA DINAMO CHE HO VISSUTO. DALLA “BANDA DEI SARDI” ALLA SERIE A. INTERVISTA A GENNARO GUARINO di Federico Francioni

Guarino, con il suo storico n. 5, in azione al Palazzetto di Sassari.

La clamorosa conquista dello scudetto, i brillantissimi piazzamenti raggiunti anche in seguito nel campionato della serie A di basket, nonché i risultati conseguiti dalla Dinamo come protagonista anche sul piano europeo, potrebbero costituire uno dei punti di partenza per una più ampia e circostanziata riflessione sulla profonda crisi socioeconomica e culturale che oggi attanaglia Sassari. Anche in passato, in tempi più cupi, il nostro centro ha mostrato guizzi di vitalità che facevano ben sperare nella possibilità di pervenire ad un futuro migliore.

La Dinamo nasce il 23 aprile 1960, per iniziativa di un gruppo di studenti che in maggioranza frequentano il Liceo classico “Domenico Alberto Azuni”, lo storico “istituto principe” di Sassari. Tra i fondatori, Pietro Barracani (cui si deve la proposta di dare quel nome alla squadra), Graziano Bertrand, Roberto Centi, Antonio Lavosi, Antonio Manca, Giovanni Pilo (primo presidente, purtroppo scomparso), Bruno Sartori, Francesco Soccolini e Salvatore (Uccio) Virdis. Nel 1963 la squadra partecipa per la prima volta al campionato regionale di basket; nel 1966 milita nella serie C “nazionale”; nel 1981 conquista la serie B; nel 1989 approda alla serie A. Una parte degli anni Settanta e quasi tutti gli anni Ottanta sono stati attraversati dalla carriera sportiva di Gennaro Guarino.

Fra i primi dirigenti, va ricordato con particolare stima e simpatia Sandro Agnesa. La prima partita cui ebbi modo di assistere fu quella con la Don Bosco Crocetta di Torino, dopo la metà degli anni Sessanta, quando la Dinamo partecipava al campionato di serie C. Si giocava al “Peppino Meridda”, presso l’allora Istituto d’arte (oggi Liceo artistico). Mi recai anch’io, assai curioso di seguire l’evento, dietro invito dell’amico e compagno di scuola Marcello Pilo (attualmente assai stimato farmacista nella nostra città, fratello di Giuseppe (poi diventato medico pediatra), una delle colonne portanti della squadra. L’ingresso degli avversari fu salutato da qualche salace battuta del pubblico sassarese, la quale si appuntò su un’eccentrica blusa da “marinaretto”, indossata, nella fase di riscaldamento, da quelli della Don Bosco (quanto a Crocetta, com’è noto, è uno dei più eleganti ed esclusivi quartieri di Torino). Per il resto, la partita fu giocata correttamente da entrambe le squadre. Salutammo con entusiasmo la vittoria (per 56 a 49, se mal non ricordo) sulla squadra torinese.

Allora – e negli anni successivi – oltre a Giuseppe Pilo, giocavano Adriano e Valerio Mazzanti (quest’ultimo fu anche, dal 1967 al 1968, dopo Cosimo Zoagli, allenatore della squadra e divenne in seguito apprezzato artista), Madau, Maiorani, Tatti, il funambolico algherese Sandrino Oggiano (detto Jair, per la sua somiglianza con il mitico Jair Da Costa, il calciatore brasiliano dell’Inter) ed altri.

Dei campionati di serie C ricordo anche le partite con altre squadre continentali come l’Alpan Casale. Fu in una di queste occasioni che la Dinamo ed il pubblico sassarese si trovarono di fronte l’ungherese Toth, abilissimo palleggiatore, a suo tempo di livello internazionale: negli anni Cinquanta (ed oltre) era stato titolare della nazionale ungherese ai campionati europei. Immarcabile, nonostante gli anni e con più di un accenno di pancetta, Toth fece valere su tutti la sua superiorità tecnica e contribuì in misura decisiva alla vittoria della sua squadra.

Come succede ancor oggi agli spettatori delle partite di calcio, anche il pubblico di allora doveva fare ricorso all’ombrello quando al Meridda imperversava la pioggia, che creava varie pozze d’acqua sul cemento, rendendo quanto mai difficoltose le manovre dei giocatori.

La storia della Dinamo è stata ricostruita in primo luogo dall’amico e collega Flaminio Mancaleoni, docente, valente acquarellista, collaboratore delle pagine sportive de “La Nuova Sardegna”. A lui si deve il volume Da San Giuseppe al Paradiso (Sassari, 1993). Anche Giampaolo Doro, citato da Guarino più avanti, è stato mio collega nel Liceo scientifico “Giovanni Spano”. Determinate lacune di Mancaleoni, che si potevano cogliere solo col trascorrere degli anni, sono state colmate grazie ad altri libri pubblicati in seguito, ma c’è ancora molto da scrivere sulle diverse fasi attraversate da questa squadra.

È auspicabile che le vicende della Dinamo, sfociate nelle storica conquista dello scudetto e di altri clamorosi traguardi, possano promuovere, come si è detto in premessa, una riflessione sull’attuale crisi socioeconomica, politica  e culturale di Sassari, priva a tutt’oggi di valide alternative. La realtà tecnico-organizzativa, sportiva e amministrativa guidata da Stefano Sardara – senza dimenticare i suoi predecessori Dino Milia e Luciano Mele – ci ricorda che la città non è stata priva di energie imprenditoriali quanto mai valide, come hanno dimostrato gli accurati studi storici di Sandro Ruju.

Ma seguiamo l’interessante testimonianza di Guarino, veterano della squadra che torna in  serie B nel 1984 ed approda alla serie A2 nel 1989 (si vedano al riguardo i seguenti articoli: Nando Mura, Quel fantastico play-off di 31 anni fa, ne “L’Unione sarda” del 18 maggio 2015; F. Mancaleoni, Il “paradiso” è la A2, ne “La Nuova Sardegna”del 22 maggio 1989).

Vediamo di ripercorrere insieme le tappe che ti hanno “segnato” ed esaltato  di più nella storia della “tua” Dinamo.

Oltre che con la Dinamo, ho giocato in serie B, per un anno, con la squadra di San Giovanni Valdarno: sempre con Galli Valdarno, ebbi modo di partecipare alle finali nazionali juniores; ricordo, in particolare, che in una partita mi trovai di fronte un fuoriclasse della statura di Antonello Riva. Per accedere alle finali avevamo eliminato il Livorno di Alessandro Fantozzi, playmaker-guardia fra i più duttili e poliedrici. Nella mia carriera ho partecipato a due finali nazionali juniores: una, per l’appunto, col Galli, l’altra con la Dinamo. Col Galli, nel 1978-79, ci siamo piazzati al III posto nelle finali di Castrocaro; con la Dinamo, l’anno seguente, ci recammo in Sicilia, a Capo d’Orlando, per l’ultima, decisiva fase del torneo, caratterizzata dalla presenza di allenatori del calibro di Dan Peterson, Sandro Gamba e “Dido” Guerrieri, detto “il Professore”.

Nel 1979-80, ero tornato alla Dinamo che conquistò, proprio nell’ultima giornata di campionato regolare, la possibilità di uno spareggio a tre per la promozione in serie B. Dapprima giocammo contro Cagliari, la storica Olimpia, poi diventata la Brill del grande Sutter – e di altri storici giocatori – poi sponsorizzata dalla concessionaria di automobili Acentro. Uomo di punta era l’argentino Firpo, ma non bisogna dimenticare il precedente di un altro giocatore argentino del Brill, Carlos Ferello, dalle non comuni doti tecniche e fisico-atletiche. In quella storica partita “fratricida”, vengo gettato nella mischia, dopo pochi minuti, da Sergio Contini. Occorre tuttavia  tenere presente che Contini, in realtà, doveva attenersi alle precise direttive di “Dido” Guerrieri il quale però, a causa di precedenti vincoli contrattuali e burocratici, non poteva stare in panchina. Questa situazione era stata determinata dal presidente della Dinamo, avvocato Dino Milia, che aveva grande stima e fiducia in Guerrieri. Dietro indicazione di quest’ultimo, entrai in campo e diedi il mio contributo alla vittoria: segnai 32 punti, mentre Firpo si fermò a 18!

Cosa successe dopo?

Dopo la vittoriosa partita con Cagliari, noi, come Sella & Mosca, ci trovammo di fronte nello spareggio l’altra candidata alla promozione e cioè la squadra di Scauri: il suo allenatore, che si chiamava Vincenzo Falso, diede l’ordine di francobollarmi a suo fratello che, fin dal primo momento, mi marcò strettissimo, ricoprendomi inoltre di insulti e contumelie. Riuscii a non farmi condizionare più di tanto, a gestire psicologicamente e fisicamente questo face to face, dapprima segnando canestri pesanti, poi superando il Falso con un tunnel: mi stavo specializzando ed ormai mi veniva abbastanza naturale ricorrervi quando si presentavano le circostanze, quindi, tunnel e vado a canestro. Ciò provocò “l’ira funesta” del Falso medesimo che non esitò a ripetermi: “Io t’accido! Io t’accido!”. Ciò generò in me un’insofferenza che mi portò ad agire conseguentemente: lanciato in contropiede, nel proteggere il pallone, mi trovai alla mia destra il Falso; nello slancio mi arrestai un attimo: il Falso impattò sul mio gomito e cadde, colpito alla bocca dello stomaco. Con lui steso per terra riuscii a segnare; lasciata l’aria avversaria, venni aggredito alle spalle, con calci e pugni, dal Falso. A quel punto, l’arbitro intervenne immediatamente, decretandone l’espulsione. Numerosi i sassaresi presenti allo spareggio, che allora mi chiamarono “il barone”, cioè lo stesso soprannome del giocatore juventino Franco Causio, maestro del tunnel. Risultato finale: 85 a 68 in nostro favore. Segnai 13 punti.

Quindi tu sei stato nella Dinamo che ha fatto il suo ingresso in serie B …

La vittoria sullo Scauri consentì, all’inizio degli anni Ottanta, l’ingresso della Dinamo in una pallacanestro che contava. Si tenga presente che nella serie cadetta militavano parecchi elementi che, dopo una lunga carriera in serie A, continuavano a giocare a notevoli livelli e ad incidere nei risultati.

Una volta ottenuta la promozione in B, giocammo pressoché ad armi pari con squadre più blasonate, come Firenze e Perugia (per fare solo due esempi), che disponevano di ben altre risorse finanziarie. Nonostante un campionato dignitoso, la Dinamo fu infine costretta alla resa ed alla retrocessione. Tuttavia fummo ripescati dalla Federazione in quanto un’altra compagine aveva rinunciato alla serie B. Tuttavia, con gli stessi problemi del campionato precedente, fummo nuovamente retrocessi.

Nel primo anno di B, eravamo diventati Sella & Mosca e avevamo cambiato colori sociali: da bianco-celesti a bianco-rossi. Di quegli anni devo sottolineare la carenza di un’adeguata preparazione atletica che fosse supportata dall’indispensabile allenamento con i pesi:  ciò portava a frequenti infortuni. Devo ricordare che sono stato sottoposto ad alcune operazioni in seguito ai colpacci ricevuti. Tutto ciò ha inciso nel campionato e non solo nella mia carriera perché lo stesso si può affermare per altri miei compagni di squadra.

Ti sei distinto anche nei tornei di Alghero …

Certo, ricordo con piacere la mia partecipazione ai tornei internazionali estivi che venivano organizzati ad Alghero: è un vero peccato che non si facciano più; si trattava di un’autentica, grande palestra per noi e, soprattutto, quel torneo faceva della città una vetrina, un centro di riferimento della pallacanestro internazionale. Non dimentichiamo che anche un giocatore come l’americano Joe Brian, padre di Koby Brian, da poco scomparso, venne ad Alghero: entrambi furono stelle della Nba; in Italia, Joe giocò in serie A, con al seguito il piccolo Koby. Durante uno di questi tornei fu organizzata anche una gara di tiro da tre punti che si svolse durante la pausa fra primo e secondo tempo: si assegnava un trofeo specifico ed io risultai vincitore. Nella semifinale mi trovo di fronte: Oscar Schmidt (Juve Caserta), Roberto Premier (Olimpia Milano), Andrea Forti (Libertas Livorno). Schmidt viene eliminato da Premier; io elimino Forti, vado quindi alla finale con Premier e riesco ad avere la meglio: una grande soddisfazione!

Cosa avvenne dopo la retrocessione?

Il marchio Sella e Mosca ci abbandonò; nelle discussioni tra noi giocatori si paventava la mancata iscrizione al campionato di serie C e addirittura il dissolvimento della squadra, quando si fecero avanti Bruno Rubattu (già presidente della Torres) e Gentile Maccari, appartenente alla nota famiglia dei farmacisti sassaresi. La squadra divenne allora Dinamo-Mercury Assicurazioni (in precedenza, erano stati sponsor la ditta ligure Lisa Parodi, poi l’Olio Berio; dopo la Sella e Mosca e la Mercury, sarà la volta della Banca popolare di Sassari ed infine del Banco di Sardegna). Dopo l’abbandono della Sella e Mosca, si ritornò ai tradizionali, originari colori sociali, bianco e azzurro. Continuammo con entusiasmo: ci legava molto l’appartenenza alla matrice Cantera (dal nome del vivaio del Barcellona), l’essere tutti sardi, insomma, una “Banda di sardi”.

L’anno in serie C non comincia bene; stentiamo ad ingranare ma, dopo varie vicissitudini, riusciamo  a conquistare il IV posto utile per i play-off,  grazie alla differenza canestri. Nei play-off ci troviamo subito di fronte Stamura Ancona che aveva stravinto il campionato con parecchi punti di distacco sulla seconda. Ad Ancona ci accoglie un’autentica bolgia. In un’intervista, però, l’allenatore dell’Ancona aveva affermato di non sentirsi poi tanto tranquillo: hanno un play, egli disse, che è un vero talento, Sergio Milia; Guarino contribuisce a trascinare la squadra;  Giancarlo Carrabs e Giuseppe Pirisi sono due centri da categoria superiore. C’era inoltre Mauro Canu, un play che attraversava un ottimo periodo di forma ed era capace di segnare anche da fuori.

Contro l’Ancona, nella partita di andata, riesco a segnare 33 punti e ricevo i sinceri complimenti di Sergio Milia. Peraltro, bisogna riconoscere che fu proprio lui l’autore dei decisivi due liberi finali che nella bolgia sancirono la nostra vittoria, per 91 a 90, in grado di “gelare” il palazzetto anconetano. Uscimmo fra gli improperi di un pubblico non propriamente sportivo. La partita di ritorno era al Palazzetto del Comune di Sassari, inaugurato nel 1981. Mi sentivo sicuro di una nostra vittoria che arrivò puntuale, con una scarto schiacciante: 89 a 68. Allora segnai 28 punti. Il Palazzetto, pieno come un uovo, sembrò crollare dall’entusiasmo.

Oggi che cosa credi vada in particolare sottolineato di quella storica promozione?

Soprattutto la valenza simbolica: coloro che avevano conquistato la possibilità di tornare in serie B erano “indigeni”: presidente Dino Milia, sponsor Rubattu e Maccari, allenatore Pierpaolo Cesaraccio, massaggiatore Franco Ziranu, giocatori Giancarlo Carrabs, Claudio Castagna, Giampaolo Doro, i fratelli Giuseppe (Peppone) e Luca Pirisi, Mauro Canu, Tore Fozzi (purtroppo scomparso), Massimiliano Ricciotti (algherese, anche lui non c’è più), Sergio Milia e Guarino.

In seguito la squadra fu sponsorizzata, come ho detto, dalla Banca popolare di Sassari e non retrocedemmo più; riuscimmo ad ottenere il passaggio alla B di eccellenza nel campionato 1985-86: allenatore era Mauro Cerioni, già giocatore della Simmenthal Milano.

Ricordi un altro evento chiave, di svolta nella tua carriera di giocatore di basket?

Certo, l’incontro col Siena! La promozione in serie A2 avviene col campionato 1988-89. Nella fase finale (aprile 1988), sono costretto ad abbandonare la squadra per gravi motivi familiari. Ma veniamo all’incontro col Siena: ero fuori squadra dal raduno precampionato per motivi personali – mio padre era morto a settembre – quando si verificò l’imponderabile. Ricevetti una chiamata dell’avvocato Milia che mi ordinava di presentarmi quanto prima negli spogliatoi. Il mio numero non era stato assegnato: ebbi quindi di nuovo il mio numero storico, il 5. Sponsor era allora la Numera della Banca Popolare di Sassari.

Il Siena era già allora una squadra importante, destinata a diventare in seguito di grande blasone grazie all’abbinamento con Montepaschi; la Dinamo, dopo un campionato rocambolesco, venne ammessa ai play-off, con la prima partita da giocare in casa. Dopo una vittoria a testa, la bella si svolse al Palazzetto di Sassari. Il coach Mario De Sisti decise di gettarmi da subito nella mischia, a causa della forzata assenza di Angelo  Longo, vittima di un incidente con la moto. Ero il veterano della squadra e diedi il mio apporto alla vittoria con una decisiva bomba da tre punti. Risultato finale 86-77! La squadra di Sassari approdava alla tanto sognata serie A!

Grazie, Gennaro, per questo tuo contributo, utilissimo per scrivere una più articolata e completa storia della Dinamo.

 

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