Il leone e il polpo, gli eroi di Omero, di Emanuele Trevi

«Uno era leone. L’altro era polpo». Così scrive Matteo Nucci, nella prima riga del suo Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno (Einaudi Stile libero) come se volesse individuare, prima di ogni concetto astratto, due totem, due arcaiche maschere animali che celano due modi divergenti e complementari di vivere la propria vita.

Approfondendo temi già trattati in suo libro precedente, Le lacrime degli eroi (uscito da Einaudi nel 2013), Nucci mette a frutto la sua lunga intimità con i poemi omerici per costruire il doppio ritratto di due guerrieri che fin dalle prime impressioni scolastiche siamo abituati a immaginare come assolutamente opposti nel modo di intendere le azioni e le loro conseguenze: l’impetuoso Achille, con il suo «veloce destino», consapevole che i suoi giorni sono contati, incapace di mentire; e lo scaltro, previdente Odisseo, che pratica tutte le vie traverse, e sa usare le parole come dardi appuntiti e avvelenati.

Nucci non si pronuncia mai decisamente a favore dell’uno o dell’altro. Perché il suo eroe è semmai Omero, e l’Iliade e l’Odissea lui li legge come altri fanno con l’I King o i Vangeli o i poemi epici indiani. Vale a dire che li considera, più che testi letterari in senso ristretto e specializzato, come dei potenti veicoli di sapienza, capaci di orientare il viaggio della vita, di riconoscerle il giusto valore, di collocarla nello spazio e nel tempo.

Tutto questo sottintende l’accettazione integrale, senza futili moralismi, di un mondo, come quello dei poemi omerici, che possiede evidenti manifestazioni di ferocia, arbitrio, sconcertante irrazionalità. Tutto sommato, tra il leone e il polpo è difficile capire chi dei due sia più pericoloso, e conviene stare alla larga da entrambi i tipi.

Omero è un’altra cosa, non lo si può confondere con nessuno dei suoi eroi, e la cosiddetta «questione omerica», ovvero chi diavolo fosse e da dove venisse il fondatore della civiltà mediterranea, non è un tema di esclusiva competenza di filologi e accademici, ma riguarda qualsiasi lettore di qualunque traduzione, perché non possiamo leggere nulla senza immaginare una personalità dietro a quello che leggiamo. Ora, è indubbio che per certi aspetti quella dell’Iliade e dell’Odissea è una mente plurale, il frutto di un lavoro collettivo di generazioni di aedi, fondato sull’esecuzione orale e su un uso oggi quasi inconcepibile della memoria.

Il migliore ritratto di un aedo che ci ha tramandato l’antichità sta in un dialogo minore di Platone, lo Ione, che ci spalanca gli abissi mentali vicini alla pazzia di questi cantori capaci di custodire nella loro mente migliaia di formule narrative, epiteti, ritmi in grado di esaltare le possibilità espressive dell’esametro.

Ma Platone non era diverso da noi, in fin dei conti, perché era arrivato a cose fatte, quando già l’origine dei poemi era avvolta in una nebbia mitologica. Ebbene, se Montale ha definito Shakespeare «una cooperativa», la battuta si addice molto di più a Omero, certamente, se non che chiunque legga i due poemi non può non ammettere anche la presenza di una mano unica, di un supremo artista che ha «ricucito» (come ama spesso dire Nucci) il materiale tramandato dotandolo di una forma di suprema, abbagliante bellezza e verità. E questa mente unica lavorò sull’Iliade e sull’Odissea come alle due colonne dello stesso tempio, dotandole di una serie rivelatrice di simmetrie e allusioni.

Non comprendere questo fatto fu fatale anche a Simone Weil, che nel 1941 pubblicò uno dei più bei saggi della storia letteraria, L’Iliade poema della forza, che è forse l’esempio più luminoso (non a caso adorato da Nucci) di come la poesia omerica possa suscitare una «conversione» in senso religioso.

Ma anche Simone Weil, con tutto il suo genio, svalutò inspiegabilmente l’Odissea, declassandola a prodotto deteriore con influenze orientali, mentre l’unica via per afferrare il senso dell’impresa di Omero consiste nello studio attento dell’unità dei due poemi. Che è ulteriormente ribadita, come dimostra adesso il libro di Nucci, proprio dal confronto, ricchissimo di conseguenze, tra le strategie di Achille e quelle di Odisseo, che vanno ben oltre un conflitto di caratteri tra l’impulsivo e il razionale.

Le opposizioni davvero significative, nel mondo degli archetipi, sono fatte di molte simmetrie segrete. Achille è il contrario di uno stupido; Odisseo, che in una delle ultime scene del suo poema ammiriamo completamente ricoperto del sangue dei proci, è totalmente diverso dall’immagine un po’ melensa di curioso turista esperto di indovinelli che tanti moderni se ne sono fatta.

La realtà è che sono colleghi, non solo nell’arte della guerra, ma anche in quella di vivere fino in fondo la propria vita, che è la cosa che più, secondo Nucci, distingue un eroe dalla mentalità ordinaria.

È semmai il loro rapporto con il tempo a distinguerli, perché il leone vive esclusivamente nel presente, afferma sé stesso a prescindere dalla ragnatela di un progetto, mentre il polpo, al contrario, sembra che non faccia nulla mentre crea una prospettiva, si affida al futuro come a un vento propizio, e fa della sua vita un edificio di cause e conseguenze attentamente calibrate.

Quanto a Omero, il più saggio dei mortali, lui non propende per l’uno e per l’altro.

E questo è il suo insegnamento più profondo, forse: come se volesse dirci che la vita umana è talmente difficile, talmente incerta che per venirne a capo dovremmo essere polpi con zanne e artigli che all’occorrenza sanno ruggire, o leoni muniti di tentacoli e capaci di rifugiarsi nei più inaccessibili anfratti.

La lettura 19 luglio 2020

 

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