Soldi & soldati Così l’Onu diventa sempre più cinese, di Guido Santevecchi

Seconda per contributi, Pechino guida 4 agenzie, ha 1.174 funzionari e 2.545 caschi blu.

Non passa giorno senza che nei tg di Pechino scorrano immagini di soldati cinesi con il basco blu delle Nazioni Unite in partenza verso aree calde del mondo, o di ritorno, con medaglie guadagnate durante le loro missioni di pace.

Con 2.545 uomini e donne impegnati in peacekeeping all’estero, la Cina è al primo posto tra i cinque grandi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ne ha il doppio di Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti messi insieme. Nel 1990 i cinesi in missione sotto la bandiera blu erano cinque.

Ancora nel 2013, primo anno dell’era di Xi Jinping, Pechino contribuiva per il 3% alle spese per il peacekeeping (il mantenimento armato della pace), ora dà il 10,25%. E sostiene il bilancio complessivo per il funzionamento delle strutture delle Nazioni Unite con il 12% del totale, secondo Paese contributore dietro il 22% degli Stati Uniti e davanti al Giappone attestato all’8,5%.

Nel 2000 il budget regolare dell’Onu riceveva 12 milioni di dollari dalla Cina, l’1%; oggi i milioni sono 367 e i pagamenti arrivano puntuali, non in perenne ritardo come quelli di molti altri Paesi.

Queste cifre finanziarie e militari riassumono la lunga marcia della Cina sul sentiero dell’ascesa nella governance mondiale.

Una marcia incominciata nel 1971, quando alla Repubblica popolare cinese fu dato il seggio che in origine era stato assegnato a Taiwan, la «Repubblica di Cina» nazionalista di Chiang Kai-shek.

Xi Jinping ha mobilitato l’industria del cinema per mostrare al suo popolo e al mondo quanto siano ansiosi i militari cinesi di difendere la pace quando il Consiglio di Sicurezza chiama.

Il colossal Lupo guerriero racconta di intrepidi soldati cinesi sbarcati in un Paese africano per liberarlo dai terroristi. Operation Red Sea propone il salvataggio di 600 civili cinesi e 225 stranieri nello Yemen, nel 2015. Quel fatto è accaduto realmente: la Marina militare con le cinque stelle gialle in campo rosso organizzò l’evacuazione dal porto di Aden, con una nave ospedale.

Il 2015 è stato un anno cruciale per la nuova tendenza cinese a intervenire sulla scena internazionale, abbandonando la lunghissima linea della «non interferenza» (Mao Zedong sosteneva che «il cosiddetto peacekeeping» era «oppressione di Paesi deboli»).

In quel settembre 2015, Xi salì sulla tribuna dell’Assemblea Generale a New York dopo un discorso un po’ soporifero di Barack Obama (non c’è solo l’America First di Donald Trump dietro il progressivo e storico distacco americano dal multilateralismo). Il leader comunista promise 8 mila soldati e agenti di polizia cinesi per la forza permanente dell’Onu.

Sembra una storia di successo quella cinese alle Nazioni Unite. La presa di coscienza di una grande potenza che vuole diventare «azionista responsabile» sulla scena internazionale.

Ma come sempre quando si tratta di Cina, ci sono dubbi e recriminazioni.

La partita più grossa si gioca per la direzione delle agenzie specializzate dell’Onu. Su 15, già 4 sono guidate da un direttore generale cinese: la Fao (Food and Agriculture Organization), l’Itu (International Telecommunication Union), l’Unidip (United Nations Industrial Development Organization) e l’Icao (International Civil Aviation Organization).

Lo scorso aprile Pechino ha cercato di aggiudicarsi anche la Wipo, sigla che sta per World Intellectual Property Organization: l’agenzia basata a Ginevra si occupa di proprietà intellettuale e brevetti, marchi e disegni industriali, in pratica tutto quello che riguarda innovazione tecnologica e prodotti di qualità, articoli di lusso compresi. La sfida è uscita dai soliti toni sfumati del dibattito politico-diplomatico.

Washington ha gridato: dare alla Cina il timone dell’istituzione mondiale che deve salvaguardare la proprietà intellettuale «sarebbe come mettere la volpe a guardia del pollaio globalizzato».

Risposta di Pechino: «La nostra candidatura è estremamente qualificata, non cerchiamo il dominio delle agenzie Onu, si tratta solo di un processo naturale mentre gli Usa hanno voltato le spalle alla cooperazione multilaterale».

Però la battaglia di retroguardia americana per la Wipo ha avuto successo, è stato eletto un funzionario di Singapore.

Washington insiste nel denunciare il tentativo cinese di trasformare le Nazioni Unite per interesse egemonico. Attenti, la loro leadership porterebbe valori autoritari, ha scritto «Foreign Affairs», ricordando che Pechino teme come il fuoco ogni dibattito sui diritti umani violati.

Xi ha ordinato di tenere alta la bandiera della Belt and Road Initiative in ogni circostanza. E la delegazione di Pechino ha già introdotto al Palazzo di Vetro una dozzina di documenti a favore del piano per nuove Vie della Seta commerciali che Xi sta cercando di aprire nel mondo.

Dal 2007 è sempre stato un cinese ad avere il posto di sottosegretario generale per Undesa, il dipartimento Onu che si occupa di affari economici e sociali: quella carica, poco nota al pubblico ma cruciale, è un’opportunità per mettere in risalto i programmi di sviluppo cari alla Repubblica popolare.

Per rimodellare le Nazioni Unite un altro modo è quello di inserire personale nella sua grande macchina amministrativa, oltre 32 mila funzionari e impiegati. L’organigramma rivela che in questo settore gli Stati Uniti ancora dominano, con 5.274 membri dello staff; seguiti da 4.332 francesi, 3.135 italiani, 2.240 britannici, un migliaio di russi e altrettanti giapponesi.

I cinesi sono 1.174, non un numero eccessivo ma sicuramente qualificato: non si vedono certo uscieri pechinesi nelle sale del Palazzo di Vetro.

La lunga marcia continua con imminenti sfide elettorali: nel 2021 saranno in gioco le direzioni di altre 5 agenzie Onu, comprese il Fondo per lo sviluppo agricolo e l’Unesco.

E nel 2022 verrà scelta la guida dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità. Dopo il coronavirus, Pechino — che già ebbe l’hongkonghese Margaret Chan in quella posizione dal 2007 al 2017 — proporrà un suo candidato?

LA LETTURA,  30 agosto 2020-09-17

 

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