STATI GENERALI: PERCHE’ NON PROPORLI ANCHE E SOPRATTUTTO PER LA SARDEGNA? di Federico Francioni

Le preoccupazioni del “Pompiere della sera” – Fare storia è una cosa seria – Tra Francia e Sardegna – Le oligarchie autoreferenziali dicono no agli Stati generali – Un New Deal per la Sardegna, correlato ad uno globale – Conclusioni: Stati generali ed Assemblea costituente sarda per accelerare la transizione ecologica.


Le preoccupazioni del “Pompiere della sera”. Il “Corriere della sera” è certamente meno noto con la denominazione – che però è di sicuro più realistica – di “Pompiere della sera” (coniata su “Il Fatto quotidiano”), in quanto aduso, per decenni, alle sviolinate nei confronti dei governi, per l’abitudine a sminuire, a minimizzare, a cuare, cioè a nascondere la gravità dei problemi socioeconomici e dei conflitti politici, se non a mistificare e a depistare (pensiamo agli anni Sessanta-Settanta). Questa volta l’austero organo di stampa si mette le mani nei (pochi) capelli rimasti, quasi si straccia le vesti, più o meno scompostamente; oppure, più mollemente, “aita aita parea dicesse”, per usare i classici versi di Giuseppe Parini, nel Il giorno, riferiti a “la vergine cuccia de le Grazie alunna”.

Ma lo sa il premier Giuseppe Conte, si chiede il quotidiano milanese, a quali eventi rimanda il termine “Stati generali”? Portò jella al re di Francia Luigi XVI che fu poi ghigliottinato sotto la nuvolaglia nera di Place de la Concorde. L’ipocrisia dell’apparentemente compassato “Corrierone” è abbastanza evidente perché, dietro ciò che esso paventa, c’è in fondo l’avvertimento, se non è l’auspicio, che Conte venga, diciamo così, ghigliottinato, sostituito con un leader più gradito, più vicino alla dittatura della finanza. Che nostalgia di Mario Monti, che desiderio di un Mario Draghi! E perché non provare con Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone, residente a Londra?

Il potere di banche, Borsa e finanzieri da decenni prevarica anche il capitale produttivo, già drasticamente ridimensionato (si veda l’illuminante saggio del sociologo Luciano Gallino sulla deindustrializzazione in Italia); per non parlare del capitalismo italiano assistito ed assistenziale (secondo la definizione di Giorgio Galli ed Alessandra Nannei), sempre alla ricerca di aiuti dello Stato, desideroso di mettere le mani sulle decine di  miliardi di euro del Recovery fund e del Mes (il fondo europeo salva-Stati, su cui non c’è accordo nella maggioranza dell’attuale governo; su “Il Sole-24 Ore” del 5 giugno, Nicola Zingaretti ha scritto: “Dico sì al Mes senza se e senza ma”): soldi europei magari per grandi opere che servono solo a certi colossi oligopolistici come Salini Impregilo – ora diventata We build, pronta a divorare altre imprese – che si accaparrano tutto o quasi delle sovvenzioni statali e lasciano nella preoccupazione, si badi bene, la stessa dirigenza dell’Ance. Infatti, l’Associazione nazionale costruttori edili è giustamente preoccupata per le sorti di tutte quelle aziende del proprio settore che, nella migliore delle iptesi, si beccano solo le briciole.

Fare storia è una cosa seria. La storia, insomma, non è buccia di ciogga, come si dice efficacemente nel dialetto sassarese. Ma, visto e considerato che il “Pompierone della sera” ci rinvia alla storia, bisogna prenderlo sul serio, andando oltre, tuttavia, i pseudo storici come l’ex-direttore Paolo Mieli che in vita sua non ha mai fatto i conti con una bibliografia appena articolata ed estesa, per non parlare dei problemi metodologici e delle fonti, archivistiche o meno. Lo stesso si può dire di altre illustri firme come Indro Montanelli e Roberto Gervaso (appena defunto; era stato, fra l’altro, iscritto alla P2 di Licio Gelli): Montanelli e Gervaso si diedero da fare per scrivere insieme una parte della Storia d’Italia. Qualche intuizione più o meno geniale, qualche giudizio più o meno tranchant e voilà, il gioco è fatto! Per carità sapevano scrivere, non lo si vuole mettere in dubbio, ma siamo convinti che faire de l’histoire o, come diciamo noi, fàghere istòria est pròpiu un’àtera cosa. Detto ciò, quei vandali, quei poveri imbecilli che hanno imbrattato il monumento del Sor Cilindro a Milano sono riusciti nell’impresa di promuoverne una nuova divinizzazione.

Tra Francia e Sardegna. Del 5 maggio di quel fatidico Ottantanove francese è la seduta inaugurale degli Stati generali; il 17 giugno il Terzo Stato si costituisce in Assemblea nazionale; del 20 giugno è il giuramento della Pallacorda; il 9 luglio la stessa Assemblea si proclama Assemblea nazionale costituente; del 14 luglio è la presa della Bastiglia. Qualcuno sorriderà, riderà o si metterà a sghignazzare più o meno sgangheratamente se ricordiamo che è del 21 luglio 1789 l’agitazione di Thiesi contro il feudatario don Antonio Manca Amat, duca dell’Asinara: Thiesi diventerà villa antifeudale per eccellenza, arriverà quasi a diroccare il palazzo baronale, prenderà le armi e non sarà il solo villaggio sardo a farlo; circa 800 suoi uomini resisteranno eroicamente (nel 1800) alla spedizione punitiva – ordinata da Placido Benedetto di Savoia conte di Maurienne (Moriana), governatore di Sassari – composta da truppe regie e da centinaia di banditi e delinquenti comuni che si daranno al saccheggio e ad ogni genere di atrocità e di violemza.

Ma già negli anni Ottanta del XVII secolo, malcontento ed agitazione avevano scosso le comunità rurali della Sardegna: parte da allora un’onda lunga che avrà come sbocco il triennio rivoluzionario sardo 1793-96 (non dimentichiamo che esso precede quello italiano 1796-99).

Gli Stati generali di Francia sono un’istituzione rappresentativa di Antico regime, travolta dal tumultuoso succedersi degli eventi dopo l’Ottantanove. Ebbene, un’organismo di tipo analogo sedette in Sardegna dal Medioevo all’Età moderna: i tre Stamenti militare, ecclesiastico e reale, rispettivamente composti: da feudatari, nobili e cavalieri; da arcivescovi, vescovi, abati mitrati, rappresentanti dei Capitoli delle Cattedrali; da sindaci o procuratori delle sette città regie (Sassari, Castelsardo, Alghero, Bosa, Oristano, Iglesias e Cagliari). Nel triennio 1793-96, di cui assumerà la guida don Giovanni Maria Angioy, complessa ed affascinante figura di docente universitario, magistrato, imprenditore e leader politico, gli Stamenti vanno oltre la rigida tripartizione in ceti privilegiati diversi; le sedute si tengono alla presenza di molti popolani, fra cui spiccano i membri dei Gremi; la plurisecolare assise, diventata anomalia istituzionale, potrebbe avviarsi a diventare Assemblea costituente nazionale sarda, ma il moto antiassolutistico ed antifeudale viene stroncato da una sanguinosa repressione.

Decenni di ricerche e di dibattito storico-storiografico hanno studiato momenti, problemi e figure di quegli anni cruciali, cui è legato il più grande sommovimento sociopolitico che abbia scosso la Sardegna: pensiamo ai libri di Lorenzo Del Piano, Antonello Mattone, Tito Orrù, Piero Sanna, Carlino Sole, Girolamo Sotgiu ed altri. I dibattiti degli Stamenti di fine Settecento sono stati meritoriamente ricostruiti in quattro consistenti volumi curati da Luciano Carta per gli Acta Curiarum Regni Sardiniae, l’edizione critica complessiva degli atti dell’antico Parlamento sardo, promossa dal Consiglio regionale della Sardegna, cui ha partecipato anche il sottoscritto (i testi sono disponibili anche on-line). In anni recenti è stato messo in crisi lo stolido paradigma dell’arretratezza che configura la Sardegna come irrimediabilmente tagliata fuori dalle spinte poderose degli eventi sociopolitici francesi ed internazionali.

Le oligarchie autoreferenziali dicono no agli Stati generali. Appena il premier Conte ha reso nota l’idea degli Stati generali, a parte la già segnalata reazione del “Pompiere”, c’è stata la replica preoccupatissima – se non si è trattato di un immediato diniego – dei vertici del Partito democratico: il presidente del Consiglio non ci ha coinvolto! Indubbiamente, è credibile che Conte non lo abbia fatto sapendo bene che il gruppo dirigente di questa formazione (e non solo) aborre ogni iniziativa diversa dalle trattative interne o esterne alle oligarchie dominanti. Al riguardo, le posizioni di Dario Franceschini e Pier Luigi Castagnetti sono state esemplari: quest’ultimo, in particolare, ha dichiarato: ohibò che “menata” (proprio così) gli Stati generali! Piuttosto – questo il suo auspicio – il Consiglio dei ministri si riunisca in un convento e ne venga fuori con un programma chiaro e preciso. Insomma, tutti a discutere, ma fra di noi (beninteso), nelle segrete stanze: le principali componenti della società non vanno assolutamente coinvolte.

Di fronte all’invito ed alla disponibilità manifestata da Conte per il dialogo, quasi convergente con il Pd è sembrato l’atteggiamento dell’opposizione, dalla Lega ai Fratelli d’Italia: i dibattiti si fanno in Parlamento! L’immaginate la ricchezza di una dialettica politica che tocca solo le istituzioni rappresentative – per quanto insostituibili nella vita costituzionale – e non investe tutta intera la società civile?

Fra gli obiettivi strategici, delineati dal presidente del Consiglio a Villa Pamphili, figurano la “modernizzazione” del paese, la transizione ecologica e l’inclusione sociale, territoriale e di genere (fra gli ampi resoconti, cfr. Emilia Patta, La Ue chiede riforme ambiziose. Conte: non sprecheremo un euro, in “Il Sole-24 Ore” del 14 giugno 2020). A parte lo stolido concetto di modernizzazione, buono per tutti gli usi ed i consumi, soprattutto per le menti intellettualmente pigre – quante volte ci hanno detto che l’arretrata Sardegna deve marciare verso la modernizzazione! – un nodo cruciale è costituito dalla necessità inderogabile di andare verso una drastica svolta socioeconomica ed energetica di tipo ecocompatibile.

É stata ridimensionata da Conte anche la task-force guidata da Colao che, fra l’altro, ha riproposto il ponte sullo Stretto di Messina (Il piano Colao a Palazzo Chigi: cantieri e incentivi a chi rientra, “Il Sole-24 Ore” del 7 giugno 2020): solo una logica bacata potrebbe rilanciare un progetto di questo tipo, da costruire in un contesto investito nel 1908 da uno tzunami di paurose proporzioni e conseguenze. Dunque, va ribadito, la risposta alle grandi opere – che servono solo al portafoglio di chi le costruisce – deve essere un no netto e deciso: questo vale, tra l’altro, anche per la dorsale del metano in Sardegna.

Non ci risulta – per la cronaca, per la storia – che, alla guida dei loro rispettivi governi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni abbiano mai minimamente menzionato emergenze climatiche, collassi dell’ambiente, scioglimento dei ghiacciai, aumento del livello dei mari, fenomeni epocali che colpiscono inesorabilmente, in primo luogo, i poveri, i diseredati, i dimenticati del pianeta: ce lo ha ricordato autorevolmente, ancora una volta, papa Bergoglio – l’unico grande leader politico-spirituale esistente sulla faccia della Terra – che, cinque anni dopo l’enciclica Laudato si’, ha ispirato una consistente ed articolata pubblicazione che fornisce anche alcune linee fondamentali, inderogabili, per una drastica inversione di rotta.

Un New Deal per la Sardegna, correlato ad uno globale. La vita umana è in pericolo; la Terra sta per diventare inabitabile (si veda al riguardo un recente volume di David Wallace-Wells); occorre un nuovo quadro complessivo: importanti indicazioni vengono da un libro di Jeremy Rifkin, Un green New Deal globale, percorso da feconde indicazioni operative; fra i programmi, purtroppo non realizzati, dal caro e compianto Vincenzo Migaleddu, medico radiologo, responsabile per l’isola di Isde (International society doctors for environment) c’era l’arrivo in Sardegna dello stesso Rifkin. Ad un New Deal globale, ci permettiamo di aggiungere, occorre raccordarne uno per la nostra isola e per altri territori oppressi, nell’Europa e nel mondo. Bisogna partire dai luoghi – insostituibili, non interscambiabili, dotati di una loro sacralità, come la vita di ogni persona umana – occorre prendere l’avvio dall’essenziale contributo che le singole comunità devono dare per disinnescare localmente i meccanismi che minacciano l’estinzione generale.

Conclusioni: Stati generali e Assemblea costituente sarda per accelerare la transizione ecologica. Nel caso della proposta formulata dal capo del governo italiano, l’idea degli Stati generali è venuta dall’alto, ma ciò non è bastato per evitare un bello spavento al gruppo dirigente del Pd che, nel contesto sardo, sa dibattere solo in quelle riunioni che sono state definite “le Tramatze”.

In Sardegna è indispensabile, invece, pensare a Stati generali che siano il punto d’approdo di un dibattito di massa contro lo spopolamento, per una mobilità elettrica, per l’estensione dell’agricoltura biologica, per una rivoluzione industriale endogena che l’isola – se non altro sul piano aurorale – ha già conosciuto in passato (prima delle devastazioni anche culturali della petrolchimica), ma che ora occorre ripensare, rilanciare in chiave di compatibilità ambientale. Si dirà che siamo sul versante utopico. Ebbene una progettualità di ampio respiro può favorire una prospettiva utopica che, lungi dall’essere porto delle nebbie, può diventare la realtà di domani.

Un passaggio intermedio, da collegare a quello degli Stati generali in Sardegna, potrebbe essere rappresentato dalla ripresa del tema dell’Assemblea costituente, obiettivo su cui in passato stava per decollare un movimento di massa, venuto purtroppo meno per diserzioni e divisioni interne: l’argomento della Costituente è stato ripreso recentemente da Salvatore Cubeddu in una seduta del Consiglio regionale, riunito per Sa die de sa Sardigna.

 

 

 

 

 

 

 

 

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