La nostra clausura si rinnova ogni giorno, di Marco Ventura

Mentre si allentano le regole del confinamento, «la Lettura» è andata in un luogo in cui quelle regole dureranno per sempre: perché sono un atto di fede. Un monastero di clarisse. Qui si riflette sul ritmo («il ritmo delle persone è lento; non basta un clic per fare una comunità, non solo monastica»), la distrazione («la vita va inventata tutti i giorni. Come? Curando i dettagli»), il flagello del virus («siamo nelle mani di Dio? Siamo nelle mani degli altri»).

 


Sta a poco a poco finendo il confinamento degli italiani. Non siamo più rinchiusi in casa, siamo meno limitati nello spazio. C’è qualcuno, però, per cui ciò non vale, per cui non cambia nulla, perché ha scelto il confinamento senza esserci obbligato. È il caso delle religiose di clausura. La loro condizione è sempre diversa dalla nostra, ma in questo momento sembra più diversa che mai. Noi lasciamo una clausura imposta e affrontiamo una nuova vita, mentre loro restano in una clausura scelta e non abbandonano la vita di prima. Per comprendere lo stato d’animo di chi sceglie di restare dentro mentre tutti gli altri escono fuori, «la Lettura» ha parlato a distanza con tre clarisse cappuccine della comunità monastica San Romualdo. La comunità è stata fondata nel 1635 e si è trasferita tre anni fa da Fabriano (Ancona) in Primiero, provincia di Trento. Riflettono sul senso del nostro uscire dopo la pandemia, e del loro restare in monastero, suor Michela, di Cagliari, 47 anni e 21 di vita monastica; suor Chiara Francesca, di Orbetello, 54 anni e 35 di vita monastica; suor Stefania, di Faenza, 71 anni e 45 di vita monastica.

 

Che cosa perdono e che cosa guadagnano gli italiani che in queste settimane escono dalla clausura obbligata?

SUOR MICHELA — Abbiamo guadagnato la consapevolezza di questa fragilità umana che ci accompagna e ci accomuna. Abbiamo sperimentato che siamo in realtà nelle mani…

…di Dio?

SUOR MICHELA — Nelle mani degli altri. Pensiamo alle cure rese alle persone che sono state male. Sono stati spesso i sanitari a vedere per l’ultima volta le persone che sono decedute. Non le hanno solo curate. Le hanno ospitate nella loro vita, forse ne hanno raccolto l’ultima parola, l’ultimo gemito. (Pausa) La domanda che mi pongo è: tutto questo enorme capitale umano, dove andrà a finire?

SUOR STEFANIA — Forse c’è stata una riscoperta degli affetti fondamentali. Chi fa una vita normale, porta a scuola i bambini, va in ufficio… sono tutti gesti di attenzione, di sollecitudine, ma non c’è il tempo per l’elaborazione dei sentimenti. Mi chiedo se sia possibile che questo capitale di sentimenti non vada disperso.

SUOR CHIARA FRANCESCA — Forse una perdita sta nel fatto che si interrompe troppo presto questo stop forzato. Qualcuno perderà le cose belle e buone apprezzate in questo periodo. Per chi invece ha patito di più il peso di relazioni ferite, stanche, malate che hanno incrementato sofferenza, abusi e violenze, la sosta forzata ha contribuito a creare ancora più rabbia e disperazione.

 

Sembra che per voi la fine del confinamento non cambi nulla. È così?

SUOR MICHELA — Nel momento in cui cambia la vita degli altri cambia anche la nostra. La gente non è più venuta in portineria, in parlatoio, in chiesa. Questo ci ha sollecitato a essere comunque presenti attraverso il telefono, le email, i media.

SUOR STEFANIA — In questo periodo non abbiamo ricevuto persone. Si sono persi i contatti. Alcuni li abbiamo recuperati con il telefono. I poveri no. Questo è stato pesante per noi. Speriamo che qualcosa si possa recuperare, tanto più che ora ci sarà più bisogno di prima.

SUOR CHIARA FRANCESCA — Gli avvenimenti sollecitano dei pensieri, delle emozioni. Siamo state spinte ad aprire diversi canali di comunicazione e di condivisione di aspetti della nostra vita. Con rubriche sui social, di pochi minuti, pensieri sulla liturgia del giorno o su quello che stava avvenendo.

 

È stata una decisione facile?

SUOR CHIARA FRANCESCA — È stata una scelta sollecitata dalle persone. Ne abbiamo parlato tra noi, è stato naturale dire che in questo momento la piazza su cui offrire la nostra voce può essere questa. Abbiamo comunque scelto di non condividere gli spazi della preghiera.

 

In questi mesi la condizione di clausura ci ha in qualche modo avvicinati. Ora che torniamo a vite diverse possiamo capire meglio cosa davvero ci differenzia e cosa ci accomuna?

SUOR MICHELA — C’è una cosa che ha un grande impatto sulla nostra vita. Il ritmo di crescita di una comunità è lento. C’è uno scarto enorme tra la velocità delle interazioni che ci sono permesse dalla tecnologia e i ritmi umani, e questo scarto non può essere bypassato, perché il ritmo delle persone è lento, non è come un clic. Una comunità, anche monastica, non si costruisce con un clic.

Per noi che viviamo fuori da un monastero le cose stanno diversamente.

SUOR MICHELA — Quando si è divorati dalla mancanza di tempo e dalle occupazioni c’è uno scollamento che noi non viviamo. E non sapremmo più vivere. Dopo vent’anni… non riesco più a vivere in quel modo lì… ecco. Stefania?

SUOR STEFANIA — Io non dico cosa ci accomuna, ma cosa ci dovrebbe accomunare. Condizionale.

 

D’accordo.

SUOR STEFANIA — Ci dovrebbero accomunare alcune domande. Dopo questo trauma, siamo diventati più attenti all’essenziale? Più preoccupati per il futuro degli altri? Una crescita culturale è lenta. Diceva Michela prima, non basta un clic.

 

Suor Chiara Francesca, per lei cosa ci differenzia e cosa ci accomuna?

SUOR CHIARA FRANCESCA — Esprimo delle speranze su ciò che potrà accomunarci. In questo tempo di stop dovremmo esserci accorti di quello che in fondo non porta da nessuna parte, non genera vita, non merita energie; e di quello che merita di essere incrementato, nutrito, custodito. L’altra speranza è che possiamo ricordare con gratitudine che ce l’abbiamo fatta, che questo tempo faticoso ci ha fatto crescere, ci ha fatto spostare dalle nostre posizioni.

La nostra clausura non è stata una scelta come la vostra. Eppure anche noi abbiamo dovuto scegliere responsabilmente quanto e come rispettare le regole, e ora nella nuova fase s’impone ancora più questa scelta responsabile della distanza.

SUOR MICHELA — Ne abbiamo parlato tanto in comunità. Il confinamento ha messo a tema il bene comune come priorità. La nostra clausura non è un fine. Significherebbe ridicolizzare la nostra vita. È una autolimitazione che ha senso se può far crescere una libertà in vista del bene altrui. Si può spaziare in senso fisico, ma si può spaziare in molti altri sensi.

SUOR STEFANIA — Scegliere la distanza è scegliere un certo distacco. Quanto più si è distaccati, tanto più si riesce a essere vicini. La clausura in questo aiuta. Consente di concentrarsi sulla parola di Dio. Lo vedo bene adesso che sono… né vecchia né anziana, semmai antica…

SUOR CHIARA FRANCESCA — La distanza, la clausura, sono un laboratorio di vita. La nostra opzione fondamentale è Gesù Cristo, è il Vangelo. Viviamo dentro luoghi circoscritti che ci consentono di dedicarci alle nostre passioni, la preghiera liturgica corale, lo studio, la macinatura delle Scritture, un clima di relazioni fraterne, il lavoro per il nostro sostentamento e per la condivisione con chi è nel bisogno.

Il confinamento ci ha interpellati individualmente e collettivamente.

SUOR MICHELA — Noi condividiamo tutto, a partire dal motivo che ci ha radunate in monastero. Bisogna imparare quando parlare e quando tacere, a stare un po’ sulla soglia della vita altrui, e a non permettere agli altri di invadere la propria. È il distacco di cui parlava prima Stefania. Una sana vita autonoma ci consente di rendere autonomi anche gli altri e di favorirne lo sviluppo umano, psichico, perché per vivere la nostra vita ci vuole un discreto equilibrio psichico, oltre che spirituale. Poi per me individualmente c’è l’attenzione a una solitudine, che non è isolamento.

SUOR STEFANIA — Il Qoelet dice che c’è un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. In fondo è quello che ci veniva chiesto. Per alcuni è stato molto pesante, per noi è quasi normale, noi non siamo abituate a questo tipo di contatto fisico.

 

Voi avete la comunità.

SUOR STEFANIA — La nostra è una vita strana. Quando si mettono insieme, le persone si scelgono. I fidanzati si scelgono. Noi non ci scegliamo. Si sceglie una comunità nel suo complesso. Che persone ci trovi dentro, che siano così o cosà è una grande sorpresa. Ci sono spazi vitali e spirituali di una persona, e di un’altra, che sono incomunicabili. Non bisogna mai cercare di forzare quest’area che appartiene solo a Dio.

SUOR CHIARA FRANCESCA — Si tratta di trovare gli equilibri necessari perché il bene comune rimanga un bene non negoziabile. Questo comporta che si rispetti un distanziamento vitale. Noi non stiamo nel distanziamento sociale. (Suor

Stefania ride)

 

Molti temono che la voglia di cambiare qualcosa di profondo nelle nostre vite sarà frustrata dal ritorno alla normalità.

SUOR MICHELA — Mi chiedo quale sia la normalità. Anche la nostra è una normalità. Per noi, la normalità è la nostra. Una vita molto semplice, di relazioni e di lavoro.

 

Quale ispirazione possiamo trarre dal vostro percorso?

SUOR MICHELA — Forse dovremmo chiederlo «noi» a «voi», tra virgolette. Non so come la nostra vita può ispirare. La fedeltà alla normalità deve mettere in campo il cambiamento. Se rimane statica è una maschera, è…

SUOR STEFANIA — … è rigidità.

SUOR MICHELA — Il cambiamento è necessario, nella fedeltà a una scelta di vita. I cambiamenti avvengono non perché qualcosa accade, ma perché viene in qualche modo elaborato, pensato. In questo passaggio è inutile avere lo stesso atteggiamento che avevamo vent’anni fa, o anche solo due mesi fa. È un passaggio. E nei passaggi bisogna mettere lo zaino del passaggio.

SUOR STEFANIA — Mi viene in mente la scena di un film. Spero non le dispiaccia.

No davvero.

SUOR STEFANIA — In Kundun di Scorsese, il giovane Dalai Lama viene portato al funerale tibetano del padre dove secondo tradizione il corpo è smembrato e dato in pasto agli avvoltoi. Il maestro che lo accompagna in questa scena trucida gli dice «non sia distratto». Forse uno dei nostri peccati è che siamo distratti.

 

Distratti?

SUOR STEFANIA — Noi abbiamo giornate molto ripetitive. So già a che ora mi alzerò domani, e cosa farò dopo. È il ritmo della tua vita. Quello che hai sposato e ti piace. Però potrebbe essere la fine della tua vita se non te lo reinventi tutti i giorni. Per questo bisogna non essere distratti, cogliere le sfumature, i dettagli.

SUOR CHIARA FRANCESCA — La storia cambia, ma noi possiamo anche non cambiare, nel senso che se qualcosa sarà diverso è perché una decisione lo renderà tale. Lo slogan «che niente sia come prima» rimane solo uno slogan senza una decisione. Forse dalle rinunce di questi mesi può essere nato il germe del cambiamento. Forse. Però per cambiare ci vuole un capitale da investire. Questa è la domanda, per ognuno di noi: quali capitali vogliamo investire perché il futuro sia diverso?

 

LA LETTURA , 10.05.2020

 

 

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