Le Crociate non finiscono mai, di Amedeo Finiello

Il volume di Franco Cardini e Antonio Musarra sottolinea un paradosso: le prime spedizioni armate in Terrasanta non si chiamavano così, ma l’espressione sopravvive ancora oggi

Franco Cardini e Antonio Musarra affrontano un tema storico di grande rilievo in un ampio volume ricco di illustrazioni, dal titolo Il grande racconto delle Crociate (il Mulino). Lo fanno con una narrazione scorrevole che si allarga rispetto ai confini cronologici tradizionali, in una prospettiva che travalica il Medioevo e raggiunge perfino la contemporaneità. Mentre lo spazio raccontato non è solo quello che chiunque si immaginerebbe — il Medio Oriente, inteso in accezione larga dall’Egitto alla Palestina fino a Costantinopoli — ma si amplia in una dimensione che segue i tempi della storia, con uno sguardo che dallo spazio mediorientale tra XI e XIII secolo si schiude al Mediterraneo cinquecentesco di Lepanto fino all’Est asburgico durante l’aggressione ottomana del secondo Seicento. E piomba addirittura nei luoghi del terrorismo attuale e della propaganda pervasiva dell’oltranzismo sia musulmano sia cristiano che, attraverso le nuove tecnologie di diffusione delle notizie, non ha né limiti né barriere.

Il primo avvertimento degli autori è, certamente, una novità per il grande pubblico: nessuno dei partecipanti alle prime crociate pensò di partecipare a qualcosa che fosse definito come crociata. Cardini e Musarra spiegano così: «Alla fine dell’XI secolo — allorché, secondo l’ordinaria narrazione storica, decolla la cosiddetta “Prima Crociata”, 1096-99 — non esiste alcuna crociata. Non esiste nemmeno la parola, che si afferma tardi, sostituendo — ma mai del tutto — i più utilizzati iter, expeditio, succursus, auxilium, peregrinatio ».

Che cosa c’era allora? Un’idea, entusiastica ma confusa, di una serie frammentaria di attività belliche e religiose, prive di una coerenza ideologica interna. Dove ciò che prevale non è il fenomeno in sé, ma la massa che vi partecipa, i pellegrini diretti a Gerusalemme, i crucesignati come si definirono essi stessi, che recavano cucita o ricamata sulla spalla o sul petto una piccola croce. Un incamminarsi che è nel contempo « iter e peregrinatio, spedizione militare e viaggio di penitenza».

Solo dopo appare il termine crociata, ma sempre in modo sfumato. Il suo vero e proprio battesimo avvenne molto dopo, quando, nell’Histoire des Croisades di Archange de Clermont del 1638, la parola crociata viene adoperata per la prima volta nel senso odierno, per definire «quell’insieme di azioni che avevano portato alla conquista di Gerusalemme nel 1099 e alla difesa del regno latino di Terrasanta e dei principati che ne erano vassalli sino alla loro caduta nel 1291».

Crociata come movimento informe e eterogeneo: questa la prassi iniziale. Cui però si affiancò l’idea della crociata come istituzione, incardinata entro binari definiti, di condivisione ideologica e dottrinaria. Il processo fu lento e ci volle circa un secolo perché essa trovasse una codificazione. Solo nel Duecento, infatti, la Chiesa tentò di «fissare con precisione le caratteristiche del voto connesso alla spedizione, ovvero della promessa solenne che i crucesignati erano chiamati a formulare quando partivano, impegnandosi a osservare le indicazioni che il Papa dava loro in un’apposita bulla ». In cambio della promessa, i vantaggi per i pellegrini erano parecchi — e concreti — come la sospensione di certe condanne penali e la moratoria dei debiti per sé e per le proprie famiglie. Però l’obiettivo principale rimase l’ambìto premio spirituale: l’indulgenza plenaria, che solo dal 1300 sarebbe stata concessa dai Giubilei.

La crociata è, agli occhi degli autori, anche mito e avventura, in cui si mescolano esaltazioni collettive e spiritualità, avventura cavalleresca e pellegrinaggio, toni apocalittici e sincere aspettative di redenzione. Con una suggestione che si riverbera proprio nel lungo racconto che comincia ancor prima dei vagiti di Clermont-Ferrand del 1095 — quando il Papa Urbano II indice la prima spedizione, accolta al grido Deus vult, «Dio lo vuole» — e si concretizza nelle fasi convulse e mirabolanti della presa di Gerusalemme. E prosegue, con la formazione dei regni latini di Oltremare fino alla rovinosa sconfitta cristiana alle forche di Hattin nel 1187 e alla vittoria della jihad di Saladino.

Da qui in poi la crociata sembra diventare qualcosa di inedito. Cambiano gli scenari: non più solo la Palestina ma la Francia provenzale degli Albigesi come rinnovato teatro dello scontro con gli eretici. Non più Gerusalemme ma l’assassinio, con la Quarta Crociata del 1204, di Costantinopoli, con una inversione degli obiettivi e uno shock per il mondo bizantino da cui si riprenderà a fatica. Crociata non più come sciamare confuso di folle di pellegrini, ma luogo di azione politica delle nascenti monarchie europee: dell’imperatore Federico II di Svevia che, mosso da Realpolitik, trova un accordo col sultano d’Egitto. O di san Luigi IX di Francia, che si lancia in due crociate, la prima contro l’Egitto, in cui cadde prigioniero dei mamelucchi, nel 1250; la seconda, contro Tunisi, dove, nel 1270, morì.

Con un fatto stravagante, di cui Cardini e Musarra sono fini conoscitori, che avviene nel corso della Quinta Crociata. Un episodio dalle mille interpretazioni su cui, spesso, si è favoleggiato: l’incontro tra san Francesco e il sultano al-Kamil avvenuto proprio nell’autunno di ottocento anni fa, nel 1219. Un incontro tra un cristiano, che pochissimo conosceva dell’islam e in cerca di martirio, e un sovrano musulmano. Vicenda che introduce però, per gli autori, una grande novità colta soprattutto nell’atteggiamento di Francesco, «nella testimonianza e nella discussione, nel confronto delle due leggi, nell’amore per l’avversario che traspare da quella stessa sete di commuovere e di convincere».

La stagione della crociata verso i luoghi santi di Gerusalemme si chiude il 3 agosto 1291 con la caduta di San Giovanni d’Acri, l’ultimo caposaldo cristiano in Terrasanta. Da allora, recuperarla non fu più possibile. Anzi, bisognava salvaguardare la stessa Cristianità dalla nuova minaccia ottomana. Comincia così l’epopea di un’altra crociata, che si inaugura con la sconfitta di Nicopoli nel 1396 e si chiude con l’assedio di Vienna del 1683, con in mezzo Lepanto, nel 1571, vicenda che «la Cristianità — non solo cattolica ma anche riformata — salutò unanimemente come un miracolo»: secoli che rappresentano il «lungo autunno della crociata». Dopo, però, l’idea di crociata non si arena. Permane, notano gli autori, nell’armamentario dell’ideologia occidentale, sorta di grande «balena bianca» che, nel bene e nel male, ha continuato ad attraversare la nostra storia. Con una parabola che, dal Settecento in poi, è stata declinata nei modi diversi di un uso propagandistico che ha alimentato tanti miti, dalla Vandea ai sanfedisti dell’Italia meridionale, «dalla Roma di Pio IX alla cristiada messicana del 1926-29, dalla guerra civile spagnola del 1936-1939 alla war against terror di George W. Bush».

 

Condividi su:

    1 Comment to “Le Crociate non finiscono mai, di Amedeo Finiello”

    1. By Antonio Musarra, 15 gennaio 2020 @ 09:12

      Molte grazie per la bella recensione! Antonio Musarra