Nico Motzo soldato e partigiano in Grecia (1939-1944), di Luciano Carta (2. Continua).

SECONDA PUNTATA. La prima parte del saggio è stata pubblicata il 18 dicembre 2019.

 

4. La guerra contro la Grecia, i rovesci dell’Esercito italiano sul fronte greco-albanese e il decisivo intervento tedesco (ottobre 1940 – aprile 1941).

«Intanto la guerra contro la Grecia era scoppiata, e gli italiani le stavano prendendo sode. In poco tempo ci equipaggiarono e partimmo per l’Albania»: così il Motzo introduce la partenza della sua Divisione per il fronte greco-albanese[1]. Il Reggimento Fanteria “Forlì” si imbarcò la sera del 3 febbraio 1941 al porto di Bari e mise piede a Durazzo, sul suolo albanese, il giorno successivo per andare a prendere posizione lungo la linea del fronte che gli era stata assegnata dall’Alto Comando.

L’espressione con cui Nico Motzo definisce la situazione del nostro Esercito nel momento in cui il suo Reggimento partiva in tutta fretta per il fronte geco-albanese, se appare poco rispettosa del linguaggio strategico militare, è tuttavia, nella sua lapidaria semplicità, di grande efficacia: «gli italiani le stavano prendendo sode!»[2].

L’aggressione dell’Italia contro la Grecia, secondo il piano denominato “Emergenza G”, aveva avuto inizio all’alba del 28 ottobre 1940. Essa era maturata, ancora una volta, nel quadro di una guerra “concorrenziale” dell’Italia rispetto ai successi dell’alleato tedesco, e al tempo stesso per assicurare al nostro paese un settore dello scacchiere balcanico insidiato in quegli anni dalla massiccia penetrazione economica tedesca.

Sul piano dello sviluppo delle vicende belliche, la Germania, dopo aver piegato la Francia, nell’agosto 1940 aveva dato inizio alla cosiddetta “battaglia d’Inghilterra”, dando vita ad un’azione micidiale di bombardamenti di Londra e di altre città, alcune delle quali, come Coventry e Birmingham, furono rase al suolo. Contemporaneamente inaugurava la guerra sottomarina nell’intento di impedire i rifornimenti marittimi all’isola britannica. Mesi prima sul fronte del Baltico, la Russia aveva provveduto, dopo che la Germania aveva invaso la Polonia, a invadere a sua volta la Norvegia nel novembre 1939. L’inattesa resistenza del piccolo paese nordico all’avanzata delle truppe russe ne aveva posto in evidenza l’impreparazione, aveva stimolato gli appetiti di Hitler e ne aveva rafforzato la convinzione che la Germania doveva trovare il suo Lebensraum (spazio vitale) a Est. Nell’aprile 1940, sfruttando il fatto che la Norvegia aveva deciso il suo allineamento con la politica tedesca, la Germania occupava il Paese finnico in funzione anti-sovietica. Era il segnale che doveva ritenersi ormai superato il “Patto di non aggressione” e che prendeva forma il “Piano Barbarossa”, cioè l’imminente avvio dell’invasione della Russia da parte dei nazisti. Tale disegno fu però ritardato proprio dall’alleato italiano, che alla fine di ottobre 1940, come si è detto, aveva proceduto all’invasione della Grecia e aveva inoltre attaccato le forze britanniche in Egitto con lo scopo di estromettere l’Inghilterra dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, consolidando così l’impero coloniale italiano nell’Africa Orientale.

Artefice dell’avventurosa e tragica campagna di Grecia, ulteriore dimostrazione di quei «caratteri di dilettantismo e faciloneria irresponsabile» dei governanti fascisti,[3] fu il ministro degli Esteri Gian Galeazzo Ciano, che negli anni precedenti aveva perseguito una politica di penetrazione italiana nei Balcani con l’annessione dell’Albania e l’instaurazione di cordiali rapporti diplomatici con l’Italia dei Paesi balcanici.

La Grecia era uno di questi Paesi che guardava con particolare simpatia all’Italia fascista. Ad Atene, dove dal 1863 l’Inghilterra aveva posto sul trono la dinastia danese dei Glücksburg, il sovrano Giorgio II, che era tornato sul trono nel 1935 dopo che era stato spodestato nel 1923, nell’aprile 1936 aveva affidato il governo del Paese al generale Ioannis Metaxàs, sincero ammiratore di Mussolini, che instaurò nel Paese ellenico una dittatura modellata su quella dell’Italia fascista. Fidando sulle assicurazioni del ministro Ciano, secondo il quale l’attacco alla Grecia sarebbe stato addirittura favorito dall’amico Metaxàs, Mussolini il 28 ottobre 1940 faceva recapitare l’ultimatum al primo ministro greco. Si chiedeva alla Grecia di consentire all’Italia l’occupazione in territorio greco di alcuni punti strategici al confine con l’Albania, con il pretesto che la sicurezza dei territori balcanici di pertinenza dell’Italia erano minacciati da eventuali attacchi degli inglesi, presenti in Grecia e nel Mediterraneo orientale. Consegnato alle ore 3 della notte, l’ultimatum dava tempo di sole tre ore al Metaxàs; la risposta negativa avrebbe avuto come conseguenza l’invasione della Grecia. Al diniego del primo ministro greco, alle 6 del 28 ottobre iniziava la penetrazione nel paese ellenico delle truppe italiane schierate sul confine albanese. A sostegno della iattanza e dell’albagia del duce stava la convinzione che ormai le vittorie tedesche e la battaglia aerea della Luftwaffe rendevano imminente e certa la caduta dell’Inghilterra, cui avrebbe fatto seguito l’instaurazione di un “nuovo ordine” in Europa.

Gli eventi presero una piega del tutto diversa. Quella che al dilettantismo e alla faciloneria degli Alti Vertici Militari italiani appariva come una “passeggiata”, si trasformò per l’Italia in una disonorevole ritirata e per i nostri soldati un atroce calvario. La ricerca storica ha posto sempre in rilevo come gli Alti Comandi, proni nell’assecondare gli avventati progetti di Mussolini e del genero ministro Ciano, fatta eccezione per il Capo di Stato Maggiore generale Pietro Badoglio, fossero incredibilmente convinti che il nostro Esercito avrebbe potuto emulare, con un Blitzkrieg italico, le imprese dell’esercito nazista e che la conquista della Grecia si sarebbe conclusa nell’arco di poche settimane. Nessuna delle opere storiche dedicate a questa nostrana “drôle de guerre” (strana guerra) descrive meglio di quel bizzarro scrittore che fu Gian Carlo Fusco, che come Nico Motzo fu testimone diretto degli eventi, l’amaro e repentino rovesciamento di posizioni avvenuto sul fronte greco-albanese, dove, nel volgere di due settimane, gli aggressori erano già diventati aggrediti.[4]

Le truppe italiane, schierate lungo il confine orientale dell’Albania dalle montagne della Macedonia al Mediterraneo, occupavano in linea d’aria un fronte di 120 chilometri e contavano attorno ai 100.000 mila uomini così distribuiti: 1) nel settore Nord nella Macedonia occidentale, stazionavano 15 battaglioni del XXVI Corpo d’Armata, sotto il comando del generale Gabriele Nasci; 2) al centro, tra il lago di Pogradec e la catena montuosa del Pindo, stavano 5 battaglioni della Divisione alpina “Julia”; a Sud, nella zona dell’Epiro e presso la costa mediterranea erano schierati 24 battaglioni, suddivisi tra il Raggruppamento Litorale e il XXV Corpo d’Armata della Ciamuria. I greci avevano a loro volta mobilitato 39 battaglioni lungo tutto il confine, con altri 7 battaglioni di rincalzo.

L’avanzata italiana avvenne senza intoppi nei primi cinque giorni e le nostre truppe penetrarono in territorio greco, giungendo a Sud, sul versante dell’Epiro, fino a Kalpàki e sul fiume Kàlamos, in direzione di Giànnina, conquistando più a Nord la città di Kònitza. Nel settore centrale della catena del Pindo l’obiettivo strategico della Divisione “Julia” era la conquista di Mètsovo, importante punto strategico, ma non riuscì ad impadronirsene per la valida resistenza opposta dai greci. Si attestò pertanto in territorio greco, a 40 chilometri dal confine albanese. La controffensiva greca, guidata da un valente stratega, il generale Alèxandros Papàgos, ebbe inizio il 2 novembre 1940 e nell’arco di dieci giorni le nostre truppe furono respinte e ricacciate all’interno dell’Albania. L’esito, del tutto inatteso, di questa fase dell’attacco alla Grecia fece infuriare Mussolini, che il 9 novembre destituì il comandante delle Armate d’Albania, generale Sebastiano Visconti Prasca, sostituendolo con il generale Ubaldo Soddu, sottosegretario di Stato alla Guerra. Aspre e strumentali critiche furono rivolte anche al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, generale Pietro Badoglio, che pure era stato il più scettico relativamente all’attacco alla Grecia. Egli rassegnò le dimissioni e fu sostituito ai primi di dicembre dal generale Ugo Cavallero.

Dalla metà di novembre le truppe greche, in questa fase nettamente superiori di numero alle nostre, lanciarono una violenta controffensiva che costrinse il generale Soddu a ordinare il ripiegamento e ad attestare la linea di difesa all’interno dell’Albania. L’esercito ellenico, infatti, era riuscito a sfondare le difese italiane in Albania e controllava una parte consistente di territorio, lungo l’asse Nord-Sud, corrispondente a un terzo di tutto il territorio del piccolo paese. Le perdite per i nostri furono consistenti e le divisioni di rincalzo fatte pervenire dall’Italia servirono solo a rafforzare la linea di difesa. Per le truppe italiane fu un inverno terribile, in mezzo al freddo e al fango, in territori impervi, sotto il fuoco nemico incessante e le temperature gelide che provocarono migliaia di congelamenti dei soldati in ritirata. «Per avere un’idea della situazione, in quel terribile inverno albanese – ha scritto G. C. Fusco – basti pensare che i congelati, fra dicembre e marzo, furono 12.368»[5]. Nel frattempo il duce aveva rilevato il generale Soddu, propenso ad una soluzione politica del conflitto, e aveva affidato anche il comando generale della “Evenienza G” – era questo il nome in codice dell’invasione della Grecia – al generale Cavallero, che raggiunse l’Albania alla fine di dicembre.

L’avanzata ellenica continuò fino a metà gennaio. Quando essa finalmente si arrestò, nel settore meridionale e sulla costa aveva occupato il porto di Saranda (Porto Edda Ciano era stata ribattezzata la cittadina dagli italiani) e le cittadine di Argirocastro, Pogradec e Himara, mentre nel settore centrale non riuscirono a sfondare verso Berat e il passo di Klisura.

Era questa la situazione sul fronte greco-albanese quando anche la Divisione “Forlì” e il 43° Reggimento Fanteria furono precipitosamente equipaggiati e trasportati in Albania ai primi di febbraio, andando a posizionarsi, come scrive l’Autore, nella valle del fiume Shkumini, sotto il monte Kosica, nel settore centrale del fronte. Tra la fine di gennaio e la fine di marzo su entrambi i fronti si ebbe una sostanziale situazione di stallo, efficacemente descritta nei paragrafi 11-12 delle Memorie: «il fango e i pidocchi … erano più tormentosi delle granate» e il Reggimento restò inchiodato sulle sue posizioni perché «non poteva né ricevere né fare alcuna offensiva»[6], sotto il costante bombardamento delle artiglierie e le quotidiane schermaglie delle incursioni aeree con la risposta della contraerea, che spesso provocavano gravi perdite di uomini e di animali.

Intanto sul versante Nord della Penisola Balcanica andavano maturando situazioni nuove che avrebbero determinato una svolta decisiva per la “Evenienza G”, ossia l’operazione fascista di invasione della Grecia.

La Germania non aveva visto di buon occhio l’attacco italiano alla Grecia perché sulla Penisola Balcanica e sulle sue risorse, soprattutto sul petrolio rumeno, essa faceva grande affidamento nell’imminenza della “Operazione Barbarossa”, il piano tedesco di invasione della Russia. Inoltre lo smacco subito dalle truppe italiane sul fronte greco-albanese, giudicato da Hitler una “unangenehme Lage” (una spiacevole situazione), aveva aggiunto dei rischi concreti per le forze dell’Asse in quanto l’Inghilterra aveva fatto confluire nel paese ellenico forze consistenti al comando del generale Henry M. Wilson. Per far fronte a qualunque evenienza, mentre era in corso l’infelice esperienza delle truppe italiane sul fronte greco-albanese, diverse divisioni furono ammassate in Romania e in Bulgaria, a ridosso del confine greco nella regione macedone e nella Tracia. Il dittatore tedesco voleva però che anche dal Nord la Jugoslavia consentisse il passaggio di truppe tedesche dirette verso il Sud balcanico. A tal fine, prendendo a pretesto il rifiuto opposto dal governo jugoslavo ad aderire a un’intesa, la Germania il 6 aprile 1941 invadeva quel paese, coadiuvata dall’Italia che fece muovere le sue truppe dalle basi della Venezia Giulia, dell’Istria e di Zara; in Albania fece spostare a Nord diversi contingenti sul confine jugoslavo-albanese.

Mussolini, nella fase in cui Hitler tesseva la sua tela per il consolidamento della presenza tedesca in Romania e in Bulgaria e per l’invasione della Jugoslavia, aveva avuto sentore dei disegni dell’alleato e voleva a tutti i costi che le nostre truppe ottenessero qualche successo significativo sul fronte greco prima dell’arrivo dei tedeschi. Per questo il 9 marzo 1941 si recava personalmente tra le truppe d’Albania per organizzare una nuova offensiva contro i greci che gli desse almeno un successo simbolico. «Mussolini – scrive G. C. Fusco – aveva quindi stabilito di tentare un contrattacco decisivo prima dell’intervento tedesco. Contava molto sull’effetto elettrizzante che la sua presenza avrebbe avuto sulle truppe. Sotto sotto, gli sorrideva anche l’idea di umiliare i militari di carriera, ottenendo risultati che lo Stato maggiore non aveva raggiunto»[7].

La nuova offensiva voluta da Mussolini, effettuata tra il 9 e il 16 marzo 1941, non ebbe però il risultato sperato. Greci e italiani mantennero le loro posizioni di stallo. Il 6 aprile, lo stesso giorno in cui nel Nord della Penisola Balcanica le truppe italo-tedesche invadevano la Jugoslavia, Hitler dava inizio alla “Operazione Marita”, il piano tedesco d’invasione della Grecia. Favorite dall’adesione al Patto Tripartito della Bulgaria (1° marzo 1941), che contribuiva all’aggressione della Grecia insieme all’Italia e alla Germania, le truppe tedesche, partendo dal territorio bulgaro, travolsero le truppe jugoslave schierate a difesa dei confini della Macedonia occidentale, conquistarono la città di Scopje, puntarono quindi verso Sud in territorio greco e albanese, fino a congiungersi con le truppe italiane bloccate su quel versante. Dai confini orientali della Tracia e della Macedonia, le divisioni tedesche penetrarono in territorio greco e il 9 aprile occuparono Salonicco, seconda città per importanza dopo Atene, e il suo fondamentale porto, nonché le isole dell’Egeo.

Come racconta Nico Motzo, le truppe italiane in Albania seppero dell’avanzata tedesca il 9 aprile 1941 e il giorno successivo i greci, nel settore in cui si trovava il 43° Reggimento Fanteria “Forlì”, simularono un attacco per consentire «al grosso della truppa di ritirarsi, appoggiata dall’artiglieria»[8]. Grazie al supporto dell’aviazione italo-tedesca, il 43° poté finalmente uscire dalla situazione di stallo in cui si trovava dal mese di febbraio e inseguire i greci, costringendoli, dopo aver trascorso anche il giorno di Pasqua (13 aprile 1941) a combattere sulle montagne, «a ritirarsi molti chilometri oltre il confine albanese»[9]. Giungeva finalmente, «dopo aver passato tutto l’inverno in linea»,[10] un periodo di   meritato riposo, che consentì al nostro protagonista di dedicarsi anche alla caccia, il suo hobby preferito allora e in seguito nella sua lunga esistenza. Mentre le truppe schierate in tutti gli altri settori del fronte greco-albanese iniziavano la penetrazione in territorio greco, il 43° Reggimento si rimise in marcia e dalla valle dello Shkumini si diresse verso il lago di Ocrida, oltrepassò la cittadina della Macedonia albanese di Koriza e il 23 aprile avvenne il suo incontro con le truppe tedesche provenienti dalla Bulgaria. In quello stesso giorno la Grecia firmava l’armistizio. Ma i veri padroni della situazione erano i tedeschi.

I veri padroni della situazione – ha scritto G. C. Fusco – erano i tedeschi: anche se il loro merito si riduceva ad aver dato il colpo di grazia a un esercito già dissanguato e vacillante. Sulle strade dell’Epiro, le nostre autocolonne, i nostri fanti, in marcia, incontravano, a regolare il traffico, ai posti di blocco, ai bivi, ai crocevia, grossi tedeschi biondi, dagli occhi sbiaditi, che trattavano gli uomini dell’exzellenz Muzolini non come valorosi alleati, ma piuttosto come aggregati che in qualche modo bisognava tollerare[11].

Nella settimana successiva diversi contingenti italiani schierati nella parte meridionale dell’Albania, trasportati su idrovolanti, occupavano le isole dello Jonio, Zante, Corfù e Cefalonia, futuro teatro della ferocia nazista e del calvario della Divisione “Acqui” dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Il 3 maggio 1941 una spettacolare parata miliare italo-tedesca celebrava ad Atene la vittoria dell’Asse.

Per il nostro protagonista il tempo di entrare nella Grecia conquistata non era ancora giunto. La Divisione “Forlì” fu trattenuta fino alla metà di giugno in territorio albanese, avanzando lentamente verso il confine ellenico. Per i soldati fu un periodo di bonaccia in cui “radio fante” trovò anche il tempo di giocare qualche ritardato scherzo d’aprile e i sardi del 43°, grazie alle premure di Nico, ormai capo indiscusso nella gestione dello spaccio, poterono condividere momenti di convivialità cameratesca, grazie ai «due sacchi pieni di bottiglie di birra, di 22 bottiglie l’uno»[12] da lui opportunamente messi da parte. Come spesso avviene dopo lunghi periodi di stress, qualche malanno nell’aprile 1941 visitò anche il nostro protagonista, anche se ciò non limitò la sua febbrile attività alla ricerca di generi di sussistenza e di conforto in favore del Reggimento, costantemente in viaggio tra la zona del lago di Ocrida, Elbasan, Durazzo e Tirana. Nella capitale albanese egli ebbe la ventura di assistere, il 12 maggio 1941, all’attentato contro Vittorio Emanuele III durante la visita ufficiale al “suo” temporaneo regno d’Albania. (2.Continua)


[1] Ivi, p. 111. Dalle Memorie del Motzo sappiamo che sul fronte greco-albanese partirono altri due bolotanesi,

Sassu e Secchi, che facevano parte dello stesso Reggimento, ma erano stati assegnati ad altra Compagnia. Da altra fonte sappiamo che partecipò alla Campagna anche un carissimo amico di Nicheddu Motzo, il sergente Bachiseddu Mimmi (Bolotana, 7 marzo 1917 – 8 dicembre 2008), zio materno di chi scrive, inquadrato in altra Divisione, che operò sul fronte nella zona della cittadina albanese di Argirocastro. Rivolgiamo un particolare ringraziamento a Isidoro Mimmi per le notizie del padre che ci ha cortesemente fornito. Riteniamo sia doveroso da parte dell’Amministrazione comunale rendere noti i nominativi di tutti i concittadini che hanno preso parte alla Campagna greco-albanese come doveroso omaggio a quanti soffersero tanti disagi e molti dei quali perdettero anche la vita.

 

[2] Ibidem.

[3] E. Ragionieri, L’Italia nella seconda guerra mondiale, cit., p. 2295.

[4] Cfr. G. C. Fusco, Guerra d’Albania, Milano, Feltrinelli, 1961. Contrariamente a quanto sembrerebbe suggerire il titolo, il libro è interamente dedicato alle vicende dello sfortunato attacco dell’Italia alla Grecia partendo dal confine albanese, al quale il Fusco partecipò già dalla prima fase. Gian Carlo Fusco (1915-1984), personaggio eccentrico, come giornalista collaborò con “Il Mondo”, “L’Europeo”, “Il Giorno” e “L’Espresso” e fu molto apprezzato per l’estrosità e il linguaggio colorito dei suoi racconti. Tra le sue opere, oltre all’opuscolo citato, che ebbe diverse edizioni, Le rose del ventennio, Torino, Einaudi, 1958-1959; Gli indesiderabili, Milano Longanesi, 1962; Quando l‘Italia tollerava, Roma, Cianesi, 1965; Duri a Marsiglia (romanzo), Milano, Bietti, 1974.

[5] Cfr. G. C. Fusco, Guerra d’Albania, cit., p. 65.

[6] Cfr. Memorie, p. 112.

[7] Cfr. G. C. Fusco, Guerra d’Albania, cit., p. 70.

[8] Memorie, p.115

[9] Ivi, p. 116.

[10] Ivi, p. 117.

[11] G. C. Fusco, Guerra d’Albania, cit., p. 75.

[12] Memorie, p. 118.

 

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