Francesco CILLOCCO Pisano notaio, eroe e martire della rivoluzione sarda, di Piero Atzori

Sommario: Francesco CILLOCCO Pisano, notaio; La Treccani e Cillocco. Dalla cattura alla condanna capitale. Dalla pubblicazione della sentenza alla morte. La strana “domanda di grazia”.

Il seguente scritto di Piero Atzori costituisce un’anticipazione di una sua prossima pubblicazione che riguarda il Giardino pubblico delle Memorie da realizzare, in coerenza con il PUC vigente di Sassari, nell’area residua dell’ex Orto Botanico di via Paoli, che dista un’ottantina di metri dal luogo, individuato al numero civico otto dell’attuale via Quarto, dov’erano le Forche in muratura del Carmine Vecchio sulle quali morirono diversi angioiani, tra cui Francesco Cillocco.

Tra le Memorie a cui dovrà riferirsi il Giardino pubblico, oltre agli otto martiri angioiani delle Forche del Carmine Vecchio, ci sono quella del seicentesco convento extra muros dei carmelitani e quella dell’Orto Botanico dismesso e in parte cementificato.

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Francesco CILLOCCO Pisano, notaio

Francesco Ziloco Pisano

di Michele e di Giovanna

Nato a Cagliari

20 dic. 1769

notaio

Sentenza del 11/8/1802

Tortura della corda

Esecuzione 11/8/1802 FCV

Decapitazione, affissione

capo FCV e incenerimento

 

Francesco Cillocco firmò cinque carte processuali, facilmente rintracciabili nella Biblioteca Comunale di Sassari, nel secondo dei quattro volumi della Donazione Ponzeveroni. L’avv. Giuseppe Ponzeveroni ereditò quelle carte dal cugino Francesco Sulis e, nel marzo 1908, le donò all’allora sindaco di Sassari Pietro Satta Branca. I processi Cillocco, Martinetti, Battino e Frau, contenuti in queste carte insieme ad altre relative al tentativo di innesco dell’insurrezione gallurese promosso dal prete Francesco Sanna Corda, sono documenti autentici con firme, sigilli e timbri originali. La seguente è la collocazione delle firme di Cillocco:

1)      Interrogatorio del 3 agosto 1802, BCSDP, ms. D IV C18-2, c.178v.

2)      Interrogatorio del 4 agosto 1802, BCSDP, ms. D IV C18-2, c.181.

3)      “Domanda di Grazia”, BCSDP, ms. D IV C18-2, vol. II, c.185

4)      Interrogatorio del 7 agosto 1802, BCSDP, ms. D IV C18-2, c.188v.

5)      Scelta avvocato del 7 ago. 1802, BCSDP, ms. D IV C18-2, c.189v.

 

Il nostro martire antifeudale e repubblicano merita una revisione scrupolosa delle notizie su di lui pervenuteci per correggerne gli errori e ripulirle dai luoghi comuni. Ad iniziare dalla scrittura del suo cognome, scritto ripetendo l’ipse dixit dello storico Giuseppe Manno. Le firme di Cillocco – cinque quelle da me rilevate -, hanno tutte doppia elle e doppia c. Pare logico pensare che gli storici che insistono a scrivere “Cilocco” come il Manno, non conoscano i documenti con le firme originali di Cillocco. Non si può immaginare che gli stessi vogliano insegnare a Cillocco stesso di firmare

 

con una sola elle. Il fatto che nel registro parrocchiale dei battesimi il martire figuri nato come Ziloco non deve far propendere per la forma italiana “Ciloco”. Ziloco, direi, anzi, Zillocu doveva essere il cognome notorio, probabile sardizzazione di “scirocco” 37, Cillocco è, invece, quello della firma. Si consideri anche che nel periodo spagnolo le doppie non le usavano. Le differenze sono in gran misura da inquadrare nella doppia identità sarda/italiana dei sardi che iniziò presumibilmente nella seconda metà del Settecento e che perdura anche oggi.

Tra le forme “Ciloco”, “Cilloco”, “Cilocco” e “Cillocco”, presenti nei vari documenti, qual è la forma che dobbiamo considerare corretta se non quella che corrisponde alla firma del notaio cagliaritano?

Limitandoci alle carte processuali, esistono sicuramente le cinque firme di cui ho già riferito. Tre di queste firme sono in calce ai verbali d’interrogatorio avvenuti nel carcere di San Leonardo a Sassari, precisamente del tre, quattro e sette agosto 1802. Cillocco, da buon notaio, li firmò senza lasciare spazio tra l’ultima riga e la firma. Firmò anche, nei giorni immediatamente successivi alla terrificante fustigazione subìta, ossia tra il tre ed il sei agosto 1802, un foglio in bianco sul quale venne poi scritta la quinta pagina di una supplica, come mi accingo ad argomentare brevemente nel paragrafo: La strana “domanda di grazia”.

 

La Treccani e Cillocco

http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-cilocco_(Dizionario-Biografico)/

Nella pagina di Cillocco del Dizionario Biografico della Treccani sono riportati una serie di errori non lievi. Riferendosi agli interrogatori svoltisi in carcere il tre, il quattro e il sette agosto 1802, che iniziano tutti con la stessa prima domanda sul nome, cognome, padre, patria, domicilio, età, professione, e del possesso di beni, dimenticando una virgola, una “e” e sostituendo “ho” con “di”, l’autore del testo, cambia il senso della dichiarazione di Cillocco. Riporto fedelmente la parte che ci interessa, contenuta in ciascuno dei tre verbali d’interrogatorio. Non si badi a come il verbalizzante ha scritto il cognome, poiché nelle varie carte processuali sta scritto in tutti i modi possibili, tra cui anche quello corretto (il grassetto è mio).

“Interrogato del suo nome, cognome, padre, patria, domicilio, età, professione e dei suoi beni.

Risponde: mi chiamo Francesco Cilloco figlio del fu Michele, sono

nato e domiciliato nella Città di Cagliari, la mia età è d’anni

trentatré, la mia professione è Notajo di cause, e non ho beni.”

La Treccani riporta invece tra virgolette: “Notaio di cause non di beni” e commenta “Quindi piuttosto cancelliere che notaio” (sic!)

Tale interpretazione falsa contribuisce a sminuire la figura fin troppo maltrattata del Cillocco. A 25-26 anni Cillocco si era gettato anima e corpo nella causa antifeudale, per questo Cillocco può essere definito notaio “causidico”, tuttavia, a meno che non ci fossero davvero ai suoi tempi due tipi di diploma, quello per notai di cause e quello per notai di beni, Cillocco doveva essere abilitato a stilarli.

 

Dalla cattura alla condanna capitale

Cillocco fu catturato dai familiari di Giovanni Battino e da altri il 25 luglio 1802, fu consegnato ai governativi il 29 luglio e da questi trasferito prima a Tempio e poi a Sassari, dove arrivò il tre agosto su un asinello. A torso nudo, fu frustato a sangue per le vie di Sassari. Il tre, quattro, sette agosto fu interrogato. Martoriato nel corpo e nello spirito, si può presumere che firmò in bianco una sorta di supplica poi formulata da altri. La mattina dell’undici agosto 1802, alle ore 8, fu pubblicata la sentenza di morte. La trascrivo fedelmente:

Sentenza

Nella causa del Regio Fisco

Contro Francesco Cillocco della Città di Cagliari ditenuto ed inquisito

D’essersi unito all’ora morto Prette Francesco Sanna Corda di Torralba assertosi Commissario Generale di Don Giovanni Maria Angioi di Bono per eccitare e promuovere nel Regno una rivoluzione e con essa cambiarvi il Sistema politico del med.mo e come esservi egli venuto solo nel mese di maggio ultimo scorso per si iniquo fine, vi ritornò poi nel successivo mese di Giugno in compagnia del riferito Sanna Corda sbarcando ambi ed altri loro seguaci clandestinamente nelle marine della Gallura e nella qualità d’aiutante di Campo del med.mo Sanna corda Commissario pose in essere con lui tutti i più neri artificiosi raggiri per eseguire l’enorme attentato con aver cooperato in particolar modo nell’ostile occupazione delle Torri armate di Longon Sardo, Isola Rossa e Vignola ed alla ritenzione di quest’ultima, tutte le quali poi furono riprese dalla R. Truppa, ed eziandio concorso a portarsi nella Torre di Longon Sardo una bandiera tricolore che vi fu poi inalberata ed a farsi con gran seguito di persone seducendole con promesse ed atterrandole con minaccie per recare così al termine l’esecrando loro proggetto, essendosi così reso reo del gravissimo delitto di lesa Maestà in primo grado.

Il Magistrato della Reale Governazione delegato da Sua Altezza Reale l’augusto governatore con lettere patenti dei 30 suddetto Giugno per procedere e decidere in via sommaria ed economica nella presente causa, in coerenza del precedente ViceRegio Viglietto dei 25 dello stesso mese, sentita la relazione degli atti ha pronunciato e pronuncia, reietta tutti gli articoli a difesa di Francesco Cilloco proposti con (parola nascosta dalla rilegatura) delli 9 del corrente doversi condannare, come condanna il sunnominato Francesco Cilloco ad esser pubblicamente appiccato per la gola finché l’anima non sia separata dal corpo, e questo fatto cadavere, spiccarseli la testa dal busto e conficcarsi sul patibolo, con abbrucciarsi il resto del suo cadavere e spargersi le ceneri al vento, previa la tortura nel capo dei complici, nella confiscazione di tutti i suoi beni in favore del Regio Fisco e nelle spese. Sassari li 11 Agosto 1802

(in calce sta scritto che è stata pubblicata alle ore 8 dell’11 agosto 1802)

 

Dalla pubblicazione della sentenza alla morte

Alla pubblicazione della sentenza seguì nella stessa mattina un nuovo interrogatorio sotto la tortura della corda, in esecuzione della sentenza. Cillocco fu quindi “trascinato” alle forche e impiccato. Enrico Costa in SASSARI ritorna tre volte sulla data dell’impiccagione, scrivendo, prima “L’infelice Cilocco dunque, col corpo lacero, insanguinato dalla sferza del carnefice, la mattina dell’11 agosto 1802, colla corda al collo usciva da quella stessa Porta Nuova, nella quale era entrato vincitore, insieme a Gioachino Mundula, la mattina del 29 dicembre 1795!” , poi “Il Cilocco fu trascinato semivivo al patibolo il giorno 11 di agosto” 40, infine “Ad una delle finestre del palazzo verso la Carra si affacciò lo stesso Duca la mattina dell’11 agosto 1802, ed a voce alta incitò il carnefice a incrudelire contro l’infelice notaio Cilocco, che usciva dalle vicine carceri per essere trascinato alle forche del Carmine vecchio”

Sebastiano Pola scrive genericamente che l’esecuzione della sentenza avvenne “in settembre” 42. L’autore della Treccani riporta il 30 agosto, attingendo da fonti che confondono probabilmente la data dell’impiccagione di Francesco Cillocco con la data della grazia concessa ai quattordici banditi che ne avevano favorito l’arresto e che prima avevano tradito Francesco Sanna Corda. Appare oltretutto improbabile la data del 30 agosto per la distanza di ben diciannove giorni dalla sentenza, a fronte di una distanza di massimo due giorni per tutti gli altri dieci angioiani impiccati a Sassari. L’unico motivo per rimandare l’esecuzione che possiamo immaginare è lo stato di salute di Cillocco. Egli stesso dichiara nella domanda di grazia di essere ammalato a causa della fustigazione del tre agosto e ad otto giorni di distanza forse non era ancora guarito. Ma agli atti non risulta nessun rinvio per motivi di salute.

Francesco Cillocco morì alle Forche del Carmine VVecchio, non in Piazza Tola, come molti ritengono. L’errore deriva dal fatto che, nel 1908, l’Associazione Universitaria murò una lapide per il centenario dalla morte di Giommaria Angioy, sulla facciata del Palazzo d’Usini, ex dimora del Duca dell’Asinara, in cui definì Piazza Tola il luogo “dell’ultimo scempio dei martiri”

Al corteo verso il patibolo, distante in linea d’aria dal carcere meno di 800 metri, partecipò, come di rito, l’Arciconfraternita Orazione e Morte. Di solito qualche membro dell’Arciconfraternita assisteva in Confortatorio il condannato prima del trasferimento al patibolo, ma ciò non capitò a Cillocco, poiché tra la pubblicazione della sentenza, la tortura e il trasferimento al patibolo non ci fu soluzione di continuità.  Le note testé riportate, di Enrico Costa, farebbero ritenere che Cillocco dal carcere al patibolo fosse appiedato. È da presumere che avesse le mani legate dietro la schiena, e, forse, anche i piedi.

La pratica del “tenagiamento” inflitta al Cillocco indica che era a torso nudo. Tale “tenagiamento” consisteva nello strappare brandelli di carne con una tenaglia rovente. Risulta che tale inflizione fu ostacolata da due confessori, Padre Pinna ex gesuita e il rettore di San Sisto Gavino Murru, poi Vescovo di Bosa e Arcivescovo di Sassari. Con atto di misericordia, i due coprirono Cillocco con la loro cappa facendo da scudo alle tenagliate, per cui molti colpi fallirono.

Non sappiamo il percorso seguito. Non è affatto detto che fosse il più breve, poiché lo “spettacolo” per essere esemplare doveva durare. Il tragitto prevedeva soste nei luoghi simbolo per tenagliare il condannato.

 

Pur disfatto per le torture subite, recuperata la propria lucidità, “con animo forte” (Martini), Francesco Cillocco, un uomo alto, “ben complesso e nerboruto”, aiutato dal boia, saliva a ritroso la scala a pioli poggiata alla trave rivolta al Pozzo di Rena delle forche ordinarie di Sassari. Il prete saliva sull’altra scala. Le due scale venivano poi riposte presso il carcere. Lo scrive prete Muroni nel suo memoriale.

Il corpo di Francesco Cillocco, riferisce Sebastiano Pola, “pendette, spettacolo macabro e nauseante, per due giorni, dal patibolo, fuori le mura” e fu poi bruciato vicino alle forche, salvo il capo che fu affisso a una trave del patibolo.

Successivamente le sue ceneri furono sparse al vento. Queste scene erano visibili a occhio nudo da Pozzo di Rena (Emiciclo Garibaldi) distante non più di 280 metri in linea d’aria dalle FCV. In quel tempo la visuale era libera, non c’erano alberi, né case.

 

La strana “domanda di grazia”

Esaminando le cinque pagine della supplica, si deduce facilmente che il testo non fu Francesco Cillocco a vergarlo, fra l’altro non risulta che i detenuti disponessero di carta e penna. La mano è un’altra.

Si possono fare almeno quattro rilievi a tal proposito:

1)      nella prima riga si trova scritto “Ciloco” e questo basterebbe a escludere che Cillocco abbia scritto lui la “supplica”.

2)      la grafia della firma è diversa da quella del testo.

3)      la penna usata per la firma è diversa da quella usata per stendere il testo.

4)      tra l’ultimo rigo del testo e la firma c’è una distanza troppo evidente per non sospettare che il foglio sia stato firmato in bianco.

Questi quattro rilievi portano a sostenere che Cillocco firmò in bianco e che solo successivamente fu steso il testo. Servirebbe capire chi ha steso il testo. La firma sembra vergata con mano fin troppo sicura. Non è inverosimile che Cillocco, nel prendere coscienza dell’imminente condanna a morte, cercasse in tutti i modi di scampare alla forca e che quindi abbia lasciato carta bianca a qualcuno a cui si affidava, qualcuno che gli aveva suggerito questo ultimo tentativo. In questo caso la forma della domanda di grazia non fu di Francesco Cillocco, o, almeno, con quella firma distanziata dal testo, egli sembra aver firmato con il naso tappato.

 

 

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    1 Comment to “Francesco CILLOCCO Pisano notaio, eroe e martire della rivoluzione sarda, di Piero Atzori”

    1. By Teresa Garau, 6 dicembre 2019 @ 23:24

      Cillocco è il mio eroe
      I Cittadini solo i Cittadini dovrebbero avere il potere di scegliere gli Eroi tra
      Chi ha donato alla Comunità se stesso e anche la vita

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