Il ruolo delle comunità: l’Italia salvata dai paesi, di Franco Arminio

La questione dei paesi è una vera questione nazionale. In ogni caso i paesi ci sono ancora, e quelli più piccoli sono talmente tanti che mettono insieme milioni di abitanti. Forse non è l’Italia che deve salvare i paesi. Sono i paesi che devono salvare l’Italia.

 

Gli italiani sono paesani, ma hanno dato le spalle ai paesi. Una nazione paesana anche nelle sue grandi città vive il paradosso di non riuscire a interessarsi dei suoi paesi. È vero si fanno convegni, ma non si può dire che la questione sia stata mai incardinata veramente nell’agenda politica. La questione dei paesi è una vera questione nazionale. I piccoli centri stanno al Sud, al Nord e al Centro. Stanno in pianura e in montagna. Se sono vicini alle grandi città non sono più paesi, ma periferie urbane che aumentano i loro abitanti e perdono l’atmosfera che avevano. Se sono in collina.e in montagna perdono abitanti, ma conservano tracce antiche, a volte perfino qualche striatura di sacro. In ogni caso i paesi ci sono ancora, e quelli più piccoli sono talmente tanti che mettono insieme milioni di abitanti, pur essendo sempre più musei delle case vuote. Ecco il disastro a cui facciamo fatica a dare attenzione: un enorme patrimonio edilizio inutilizzato, una ricchezza che avrebbe bisogno di cure per non diventare miseria.

La diagnosi brutale e senza indugi è questa: è in corso un crimine silenzioso contro i paesi. Non c’è un colpevole, sia chiaro, ma un concorso di colpe. Sono senza innocenza, per cominciare, proprio gli abitanti dei paesi. Si puo dire che se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto. Sono i disertori sociali, sono quelli che si sono fatti la casa in periferia dando le spalle ai luoghi dei loro padri, sono quelli che fanno la spesa fuori, sono gli scoraggìatorì militanti, sono i patiti della maldicenza, gli eroi della sfiducia. A volte sono capitanati direttamente dai sindaci. Ovviamente una comunità di accidiosi è abbastanza probabile che elevi al ruolo di primo cittadino un accidioso. E qui c’è il primo problema: la giusta esigenza di dare un ruolo alle autonomìe localì nei progetti di sviluppo si incrocia con il metabolismo lento di troppi amministratori. E così i piccoli Comuni restano schiacciati nella morsa delle procedure: dall’altra parte c’è la burocrazia romana con le sue liturgie miopi e macchinose.

Un tentativo di rivoluzionare la situazione è stato fatto qualche anno fa da Fabrizio Barca e dai suoi collaboratori con la Strategia Nazionale delle Aree Interne. Il lavoro aveva come fuoco centrale l’intreccio di intimità e distanza. Lo sviluppo delle aree marginali si fa mettendo a lavoro chi ci sta a Capracotta e chi sta a Roma. Ma questa storia può funzionare se a impegnarsi sono le migliori energie di chi è dentro e le mìglìori energie di chi è fuori. Quello che sta succedendo è che prevalgono le peggiori energie. Lo spirito rivoluzionano forse era troppo avanzato per luoghi da troppo tempo abituati ad accontentarsi di quello che elargisce il Centro.

Ora si lavora a marcia indietro. Ecco venire avanti gli arretratori militanti, gli eroi delle procedure, gli sceneggiatori a oltranza: carte, ancora carte con nuovi soggetti, nuovi controlli, ma il film non comincia mai. Si stanziano risorse non a servizio dei ragazzi che vorrebbero restare o tornare nei paesi, ma solo per tenere in piedi vecchie rendite di posizione. Chi non crede ai paesi viene chiamato a lavorare per salvarli. Il risultato è una penosa sequenza di pratiche che vagano da un tavolo all’altro. La burocrazia trionfa. Nei documenti compare decine di volte la parola valorizzazione, ma l’unica cosa che viene valorizzata è la delusione, lo sfinimento per un mondo che potrebbe cambiare e non cambia mai.

Il nuovo governo e i governi regionali devono mettersi in testa una volta per tutte che non si può ragionare di paesi come di un argomento marginale, giusto per accontentare qualcuno che ancora si prende la briga di pensarci. Forse non è l’Italia che deve salvare i paesi. Sono i paesi che devono salvare l’Italia. Forse un grande piano nazionale delle terre alte può ridare vigore alle comunità e anche all’economia. Siamo ancora in tempo per farlo, ma bisogna uscire dalla rimozione della nostra geografia, bisogna guardare l’Italia per quella che è: una nazione di montagne e di paesi.

Il corriere della sera, 2 novembre 2018

 

 

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