La Sardegna dell’Ottocento di Lorenzo Del Piano, presentata da LUCIANO CARTA (prima parte, fino al 1831)

Rubrica: ISTORIAS DE SARDIGNA contada dae Luciano Carta. Sa de otto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Felice di Savoia, re di Sardegna.

 

 

L’anno 1984 fu particolarmente fertile per la storiografia dell’età moderna e contemporanea della Sardegna. Infatti Nel corso di quell’anno furono infatti editi tre importanti lavori di sintesi storica dei secoli XVIII e XIX ad opera di tre dei rappresentanti più illustri del panorama sardo: Carlino Sole pubblicava la Sardegna sabauda nel Settecento[1], Girolamo Sotgiu ricostruiva i circa centotrent’anni di Storia della Sardegna sabauda dal 1720 al 1847[2], Lorenzo Del Piano illustrava la Sardegna nell’Ottocento[3]. Le tre sintesi storiche erano diverse per impostazione e per ispirazione ideale: Sole e Del Piano si ispiravano ad una storiografia d’indirizzo latamente liberale e metodologicamente debitrice alla scuola storica erudita fondata sulla rigorosa ricerca documentaria, Sotgiu era ex professo uno storico marxista, orientamento temperato da ascendenze crociane e gramsciane. Esse tuttavia avevano in comune l’obiettivo: illustrare, secondo un approccio rigorosamente scientifico, le origini della cosiddetta «questione sarda» e individuarne il nesso con la «questione meridionale».

È significativo che le tre sintesi storiche dei secoli XVIII e XIX vedessero la luce nello stesso anno: esse si proponevano di raggiungere il più ampio pubblico intorno ad una problematica fortemente sentita da tutti i sardi. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta si era molto dibattuto, in sede politica e sociale, della «questione sarda», soprattutto in relazione all’attuazione dell’autonomia della Regione a Statuto speciale sancita dalla Costituzione repubblicana. La ricerca storica di quel periodo si era, per così dire, innestata, quasi per un effetto di trascinamento, sul dibattito squisitamente politico e sociale, dando inizio ad una serie di ricerche particolari. Tali ricerche assumevano, come privilegiati punti di riferimento, in un settore della nostra storiografia in verità non molto coltivato dagli studiosi, la grande lezione di Gioele Solari, autore di tre fondamentali saggi sulla vita e il pensiero politico di Giovanni Battista Tuveri e sull’introduzione dell’hegelismo in Sardegna[4]; l’importante opera del magistrato di Ploaghe Giovanni Maria Lei- Spano[5]; i lavori di Alessandro Levi e di Ugo Guido Mondolfo [6]; l’insegnamento e la produzione scientifica di Paola Maria Arcari sul significato della cosiddetta «fusione perfetta» del 1847-48 e dell’inserimento della Sardegna nel disegno politico dell’ Italia unita[7]; l’innovativa impostazione data da Franco Venturi, nei suoi anni di insegnamento a Cagliari, al problema della Sardegna nell’ambito del riformismo boginiano nella seconda metà del Settecento e degli influssi dell’illuminismo anche nella remota isola[8]; l’opera di Luigi Bulferetti il quale, con la significativa pubblicazione del Rifiorimento della Sardegna di Francesco Gemelli, , a distanza di quasi due secoli dalla prima edizione, indicava nel Settecento i primi germi del dibattito sul superamento dell’arretratezza economica, sociale e politica della Sardegna[9]. Il trentennio compreso tra il secondo dopoguerra e i primi anni Ottanta fu, dunque, un periodo molto fervido di ricerche archivistiche, di ricognizione delle fonti a stampa e di produzione di saggi sulle origini e le cause della «questione sarda», cui parteciparono, oltre ai tre autori delle citate sintesi, numerosi storici, tra cui Alberto Boscolo, Manlio Brigaglia, Luigi Berlinguer, Salvatore Sechi, Tito Orrù, Francesco Manconi, Giuseppe Serri, Giampaolo Pisu, cui si aggiunse poco dopo una nuova generazione di giovani storici che avrebbero offerto i prodotti migliori dei loro  studi a partire dalla metà degli anni Ottanta. La storiografia sarda, che nel passato aveva privilegiato come campo di studio le età antica e medievale, inaugurava così, attorno al tema della «questione sarda» nelle sue diverse sfumature e nei momenti storici più significativi, la ricerca contemporaneistica. Essa colmava così una lacuna che, mentre si immetteva nel più generale dibattito della storia del Meridione d’Italia, si sforzava di allargare il campo delle proprie ricerche alle suggestioni dei grandi meridionalisti e dei filosofi della politica dell’Ottocento e del Novecento, tra cui in particolare Pasquale Villari, Stefano Jacini, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Guido Dorso, Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini.

Le tre sintesi storiche di C. Sole, G. Sotgiu e L. Del Piano erano frutto di una preliminare minuta ricerca su aspetti diversi della storia politica, sociale ed economica degli ultimi due secoli  in Sardegna, incentrandosi la ricerca di C. Sole nell’approfondimento del nesso tra il riformismo settecentesco e la politica di rinascita contemporanea; quella di G. Sotgiu in particolare nella verifica degli influssi della rivoluzione angioiana di fine Settecento nel processo di contestazione dello Stato accentratore e nell’individuazione delle fasi in cui, nel corso dell’Ottocento, irrompono sul proscenio storico le classi subalterne; quella di L. Del Piano nell’individuare i tempi e le modalità attraverso cui si va andata  faticosamente affermando, tra Settecento e Ottocento, una élite politica e imprenditoriale nel processo di modernizzazione delle strutture produttive e e si erano affermati i principi di autonomia politica contro il soffocante accentramento statale, accentuatosi dopo la «perfetta fusione» e l’Unità d’Italia.

Pur nella diversità di approccio metodologico e ideologico che caratterizzava i tre storici, è possibile individuare, nelle loro ricostruzioni, un aspetto caratteristico della storia contemporanea della Sardegna: la convinzione che l’alba della storia contemporanea della nostra isola sia da individuare nel Settecento, in particolare nel cosiddetto periodo della «sarda rivoluzione» e della rivolta antifeudale del 1795-1796. È alla fine del Settecento il decisivo snodo storico attraverso il quale la Sardegna ha intrapreso il lungo e faticoso viaggio verso la modernità[10]. La pubblicazione delle opere di sintesi costituiva, quindi, per i tre autori, un primo punto d’arrivo della riflessione sulla storia contemporanea della Sardegna. C. Sole, negli ultimi anni di attività, ha arricchito questa riflessione con ulteriori approfondimenti e testi divulgativi sul periodo della «sarda rivoluzione»[11]; G. Sotgiu ha continuato la sua riflessione sulla Sardegna contemporanea nei successivi quattro volumi laterziani dall’Unità al Piano di Rinascita[12]; L. Del Piano ha focalizzato la ricerca su movimenti e figure della storia sarda e nazionale tra Otto e Novecento, occupandosi in particolare dell’evoluzione dell’idea autonomistica e delle riforme strutturali dell’assetto produttivo dell’isola, con interessanti raffronti tra autonomismo sardo e autonomismo corso e tra  «questione sarda» e  «questione meridionale»[13]. Non solo, ma le tre opere citate costituirono un ideale punto di partenza per la più giovane generazione degli storici, che sulle orme dei tre «maestri» hanno approfondito ulteriormente le tematiche della storia contemporanea della Sardegna.

È con lo sguardo rivolto a quanto brevemente sopra delineato che, a distanza di trent’anni, è sembrato particolarmente opportuno proporre questa riedizione dell’opera di L. Del Piano sull’Ottocento sardo. L’Ottocento, com’è noto, è il secolo in cui matura in Italia in modo compiuto, per motivi politici e ideali, la tematica della «questione sarda» e della «questione meridionale», le cui linee portanti costituiscono ancora oggi il nucleo centrale del dibattito politico, sociale, economico e culturale. L’opera di L. Del Piano, insieme a questa caratteristica oggettiva che ne ha suggerito la riproposizione, possiede anche un’immediatezza e perspicuità di dettato, uno stile di scrittura e di narrazione molto vicino molto alla narrazione giornalistica, che ne rendono accattivante la lettura. Così come rende piacevole la lettura dell’opera un’altra caratteristica: l’approccio che definiremmo “deideologizzato” alla problematica storica, sempre documentata e basata sui fatti, mai marcatamente ingabbiata all’interno di una definita “ideologia”. Del resto L. Del Piano era arrivato ad occuparsi di storia contemporanea in primo luogo attraverso l’esperienza giornalistica, maturata nell’immediato dopoguerra nel giornale cagliaritano di orientamento cattolico «Il Quotidiano sardo» e subito dopo attraverso la pratica amministrativa di giovane funzionario della Regione Autonoma della Sardegna. Ne rendono, infine, agevole la lettura le caratteristiche stesse della collana «Storia della Sardegna antica e moderna», diretta da Alberto Boscolo, dell’editore Chiarella di Sassari, che esigeva un testo discorsivo, privo dell’apparato di note in margine, ma arricchito da un’amplissima bibliografia ragionata pubblicata in appendice, che costituisce un valore aggiunto dell’opera, una guida documentata per il lettore che ha l’esigenza di un orientamento sicuro nella complessità dell’argomento trattato.

 

2. La Sardegna nell’Ottocento di L. Del Piano è articolata in dieci capitoli, equamente distribuiti tra le vicende della Sardegna della prima metà e quelle della seconda metà del secolo. Momento nodale di svolta, la «fusione perfetta» del 1847-48, che segna il punto di arrivo, sotto il profilo istituzionale, del processo di svecchiamento delle strutture politiche, economiche e sociali dell’isola, e il punto di partenza del problematico ingresso della Sardegna nella “modernità”.

L’opera si apre con il festoso arrivo a Cagliari, la mattina del 3 marzo 1799, del sovrano sabaudo Carlo Emanuele IV, spodestato dalle armi francesi e costretto ad abdicare, accompagnato dalla famiglia reale al gran completo. Tutto il popolo sardo manifestò grande entusiasmo e un discreto orgoglio perché, dopo oltre duecentocinquanta anni dall’ultima volta in cui un sovrano regnante, Carlo V, aveva calpestato il suolo sardo, l’isola accoglieva il proprio re, per cui rappresentava l’ultimo rifugio rimastogli dopo che la Francia si era annessa i territori continentali. I primi provvedimenti del re sembrarono aprire nuove speranze: appena tre giorni dopo l’arrivo il sovrano concedeva l’amnistia per tutti i delitti politici e comuni, esclusi quelli più efferati, «un’amnistia prevista dai buoni e leali sudditi – commenta Del Piano con ironia – che si erano perciò affrettati, nei giorni precedenti, a compiere le loro vendette ed altri delitti sicuri dell’impunità»[14]. L’ironia e lo sguardo disincantato dell’autore alle vicende storiche costituiscono un altro aspetto saliente dell’opera, che rende gradevole la lettura per il sapiente equilibrio tra la gravità del racconto e un sottile tono ironico, che non indulge alla retorica di tipo elogiativo o oleografico. L’amnistia fu sicuramente un gesto di saggezza, considerato che la repressione della ribellione angioiana, con l’apparato dei tribunali speciali, era ancora pienamente in atto, e considerato inoltre che tra quanti erano stati parte attiva nella ribellione antipiemontese dell’aprile 1794, la gran parte cioè degli ex «patrioti» autonomisti convertiti all’assolutismo, serpeggiava ancora il timore di possibili «vendette» da parte del sovrano piemontese e dei suoi ministri. L’amnistia recepiva solennemente la richiesta, a lungo perorata presso il sovrano dopo il 1794, della perpetua cancellazione della memoria di quell’episodio. Le alte cariche di governo del regno furono, ovviamente, distribuite tra i membri della famiglia reale. Nobili, borghesia delle professioni e clero, ceti un tempo agguerriti contro l’assolutismo piemontese e che solo cinque anni prima avevano lottato per il riconoscimento della «specialità» del regno sardo, rivendicando i propri diritti all’esercizio compartecipato della sovranità nel governo dello Stato secondo i dettami della costituzione di un reggimento monarchico «misto» e non assoluto, deposero senza alcun rimpianto le loro antiche aspirazioni e si trasformarono in «cortigiani» in tutto asserviti al monarca. Riprendendo la narrazione di Pietro Martini, Del Piano pone in rilievo l’atto politico più grave di questo asservimento totale dei ceti dirigenti al potere assoluto: la richiesta di abrogazione del regio diploma 8 giugno 1796, che aveva costituito, per le forze politiche moderate della «sarda rivoluzione», l’accoglimento integrale, dopo una lunga lotta, della piattaforma politica delle «cinque domande» indirizzate al sovrano nel 1793. Con l’abrogazione del regio decreto dell’8 giugno 1796, concessa da Carlo Emanuele IV A seguito di un’esplicita «rappresentanza» del 28 agosto 1799, redatta da alcuni protagonisti del triennio rivoluzionario 1793-96 come il canonico Sisternes e il «teologo maritato» Giuseppe Melis Atzeni, «gli Stamenti supplicavano il re che ripigliasse il pieno potere assoluto». Con l’abrogazione del regio decreto dell’8 giugno 1796, concessa da Carlo Emanuele IV, per i ceti dirigenti isolani iniziava la lunga «agonia politica che si concluse nel febbraio 1848»[15].

All’annuncio della vittoria delle armi austro-russe che aveva strappato il Piemonte ai Francesi, il 19 settembre 1799 Carlo Emanuele IV partì precipitosamente da Cagliari diretto a Torino, nella speranza, poi rivelatasi vana, di riacquistare il trono degli avi. La sua permanenza a Cagliari era durata appena sei mesi e sedici giorni. Il governo dell’isola veniva affidato al fratello Carlo Felice, che iniziava così il primo periodo del suo controverso viceregno.

Per le popolazioni sarde l’idillio con la monarchia finì presto. Fin dai primi provvedimenti finanziari del governo regio si poté constatare l’enorme peso che avrebbe comportato la permanenza della corte a Cagliari. La situazione economica e sociale era inoltre resa invivibile dalla rinnovata tracotanza dei feudatari nelle campagne; dopo il fallimento della rivolta antifeudale capeggiata da G. M. Angioy, essi avevano ripreso l’esosa politica fiscale nei confronti dei vassalli. A poco era servite l’abolizione delle prestazioni personali e l’istituzione di una Delegazione incaricata di reprimere gli abusi feudali. «La delegazione – scrive Del Piano –, sentite le parti, doveva cercare di mettere d’accordo baroni e vassalli; non riuscendovi, era tenuta ad emettere un parere, in base al quale il re avrebbe deciso senza possibilità di appello. Questa procedura era evidentemente favorevole ai feudatari, che potevano contare sull’appoggio degli ambienti di corte»[16].

Il disagio delle popolazioni rurali, come di quelle delle città, non tardò a manifestarsi. Tra il 1799 e il 1800 furono scoperte due congiure a Cagliari: l’una sarebbe stata ordita dall’ex tribuno Vincenzo Sulis, che fu poi condannato al carcere a vita, l’altra dal frate Gerolamo Podda, che morì in carcere. Tra settembre e ottobre 1800, inoltre, si verificarono due insurrezioni armate a Thiesi e a Santu Lussurgiu, duramente represse con spedizioni militari e seguite da numerose condanne al capestro e ai lavori forzati. Tutto ciò stava a dimostrare che tra le popolazioni lo spirito della rivolta antipiemontese e antifeudale non era spenta. Ancora due anni dopo, sul finire del regno di Carlo Emanuele IV, nel giugno 1802, il prete «giacobino» ex parroco di Torralba e il notaio Francesco Cilloco, due fuorusciti angioiani riparati in Corsica, avevano tentato di far insorgere la Gallura. Entrambi, insieme ad alcuni loro seguaci, pagarono con la vita il generoso tentativo di instaurare in Sardegna la repubblica.

Il 3 giugno 1802 l’abdicazione di Carlo Emanuele IV portava sul trono il fratello, l’ex duca d’Aosta, divenuto Vittorio Emanuele I, che regnò fino al 1821 e risiedette nell’isola per otto anni. Con il rientro a Cagliari del nuovo sovrano terminava il primo periodo di governo viceregio di Carlo Felice, al quale va riconosciuta, al di là del rigore con cui esercitò il potere soprattutto nell’amministrazione della giustizia, che gli procurò da parte dei sardi l’epiteto di «Carlo Feroce», la realizzazione di «molte utili iniziative, e tra le altre l’incremento della coltivazione del tabacco, il riordinamento degli archivi e del servizio postale, l’incoraggiamento dell’istruzione e l’istituzione del museo di Cagliari»[17]; va inoltre ascritta a suo ,merito la fondazione nel 1803 della Reale Società Agraria ed economica di Cagliari.

«La presenza della corte – riflette Del Piano – non contribuì a migliorare il costume pubblico»[18]: negli ambienti di corte si era instaurato un clima di intrigo, di favoritismi e di servilismo. Tale clima contribuì in modo determinante a gravare le popolazioni sarde, in aggiunta alle considerevoli somme necessarie per il pagamento del donativo ordinario e di quello straordinario per il mantenimento della famiglia reale, di un singolare balzello detto «spillatico della regina», ammontante a 25.000 scudi annuali, in favore dell’intrigante e ambiziosa moglie del sovrano Maria Teresa.

Il periodo sardo di Vittorio Emanuele I si caratterizzò per una serie di provvedimenti importanti. Furono in primo luogo rafforzate le misure per affrontare la precaria situazione dell’ordine pubblico con l’istituzione di «colonne volanti» nei due Capi dell’Isola; fu aumentato il contingente delle truppe regolari; furono istituite quindici provincie che razionalizzavano l’amministrazione civile e giudiziaria; fu incentivata l’olivicoltura con la concessione della nobiltà  a chi avesse piantato almeno 4.000 ulivi; fu definitivamente risolto il problema delle incursione corsare dei barbareschi, che rendevano insicure le coste dell’isola con la riduzione in schiavitù di centinaia di sardi. Questo problema fu prima affrontato con l’armamento di una piccola flotta sarda che fu capace in più occasioni di respingere gli attacchi corsari; nel 1815, infine, furono firmati, garanti l’Inghilterra e la Russia, dei trattati con il bey di Tunisi e con il dey di Tripoli, che accettarono di abolire la schiavitù nei confronti dei prigionieri catturati sulle coste sarde. Si ebbe così, secondo la valutazione di Del Piano, un periodo di relativo benessere che poneva «le premesse per lo sviluppo del commercio e l’incremento della popolazione e dell’agricoltura nelle zone litoranee»[19], sebbene sia giusto anche riconoscere che tali benefici non vennero subito avvertiti dalla popolazione a causa delle gravissime carestie che colpirono la Sardegna nel 1812 e nel 1816. Nello stesso anno della terribile carestia del 1812, si verificò a Cagliari l’ancora oggi oscura vicenda della «congiura di Palabanda», ordita da alcuni artefici dell’insurrezione cagliaritana del 1794, come l’avvocato Salvatore Cadeddu e il conciatore Raimondo Sorgia, che pagarono con la vita l’aspirazione ad un governo improntato a principi di libertà e di progresso.

Subito dopo la caduta di Napoleone a Lipsia e l’occupazione del Piemonte da parte degli austriaci, il 2 maggio 1814 Vittorio Emanuele I lasciò la Sardegna e si precipitò a Torino per prendere possesso del trono, lasciando alla moglie Maria Teresa d’Austria la reggenza dell’isola. Il sovrano condusse con sé alcuni validi funzionari sardi che lo aiutarono nella riorganizzazione del regno durante le Restaurazione e chiamò a Torino anche Giovanni Maria Dettori, cui affidò la cattedra di Teologia morale nell’Università della capitale subalpina. Quindici mesi dopo, nell’agosto 1815, a seguito della disfatta napoleonica di Waterloo, anche la reggente Maria Teresa, la quale, ricorda Del Piano, odiava così tanto Napoleone «fino al punto di farne incidere il ritratto sul fondo del suo vaso da notte d’argento»[20], rientrò in Piemonte, lasciando al governo della Sardegna il cognato Carlo Felice in qualità di viceré. Nei dieci mesi di governo questi affrontò con energia il problema dell’ordine pubblico e si adoperò, anche a costo di rischi personali, per alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite dalla carestia e dall’epidemia. Quando, cessato il pericolo, accettò di partire per la Penisola il 10 giugno 1816, egli fu «compianto dai sardi»[21]. Carlo Felice, secondo il punto di vista di Del Piano, per quanto si sia distinto per «la sua chiusura ad ogni mutamento politico», lasciò nei sardi un buon ricordo. Un giudizio che l’autore estende senz’altro ai dieci anni in cui fu re di Sardegna. Succeduto al fratello nel 1821, dopo l’abdicazione seguita ai moti liberali dei quell’anno in Piemonte, Carlo Felice fu per la Sardegna, nei limiti in cui poteva esserlo un uomo tenacemente convinto dei principi del legittimismo e dell’assolutismo, un sovrano riformatore. A lui si deve, in primo luogo, una più moderna legislazione con l’adozione nel settembre 1827 del cosiddetto Codice feliciano, ossia le «leggi civili e criminali del regno di Sardegna» che abrogavano, dopo oltre quattro secoli di vigenza, la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea. Inoltre, a dimostrazione che Carlo Felice fu un buon sovrano, è da annoverare la costruzione della strada Cagliari-Porto-Torres, vera spina dorsale del sistema dei trasporti. La «Carlo Felice», come è conosciuta ancora oggi, fu progettata e realizzata tra il 1822 e il 1829 dall’ingegner Giovanni Antonio Carbonazzi, soprattutto grazie all’intervento personale del sovrano.

È sempre sotto il regno di Carlo Felice, sottolinea Del Piano, che viene concretamente affrontato uno dei temi più suggestivi della storia sarda dell’Ottocento, «quello della privatizzazione della proprietà della terra, e cioè del passaggio da una fase storica, nella quale prevalevano la proprietà pubblica e lo sfruttamento comunitario del suolo, ad una fase nella quale avrebbero prevalso la proprietà privata perfetta e lo sfruttamento individuale»[22]. Ciò avvenne attraverso l’applicazione del famoso «Editto delle chiudende». Emanato da Vittorio Emanuele I il 6 ottobre 1820, l’editto fu pubblicato da Carlo Felice il 27 novembre 1822 e solo nell’aprile del 1823 il viceré Galleani d’Apione lo rendeva operante nell’isola. L’editto, argomenta Del Piano, dopo la sconfitta del moto antifeudale di fine Settecento che si proponeva nella sostanza le stesse finalità, dava inizio all’attuazione della cosiddetta “linea Gemelli”, «la tesi secondo la quale la soluzione, se non di tutti, almeno di gran parte dei problemi dell’isola, era collegata alla diffusione della proprietà perfetta della terra, considerata come fonte, se non unica, certo importantissima, di ogni progresso economico e sociale»[23]. L’opera di Francesco Gemelli Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, pubblicata in due tomi a Torino nel 1776, sottolinea Del Piano, «pur con tutti i suoi limiti, può essere considerata il punto di partenza del dibattito sulla questione sarda»[24]. A tal proposito, prima di esporre le modalità attraverso cui, a partire dal regno di Carlo Felice, fu affrontato questo fondamentale problema, Del Piano avverte la necessità di sgombrare il terreno da quella che egli definisce la concezione mitica secondo cui, prima dell’editto delle chiudende, la società sarda avrebbe vissuto una sorta di età dell’oro in cui vigeva il cosiddetto comunismo agrario. La proprietà della terra, egli chiarisce, era presente nella società feudale, soprattutto nell’ambito delle colture specializzate. Il problema dell’uso comune della terra esisteva in particolare in due situazioni legate all’economia di sussistenza propria del regime feudale: per i terreni destinati alla semina e per quelli boschivi. I terreni soggetti alla colture del frumento, le cosiddette vidazzoni soggette a rotazione annuale o biennale, per quanto privati, dovevano rimanere “aperti”, ossia fruibili da parte di terzi per il pascolo dopo la fine dell’annata agraria. I terreni boschivi, il salto, erano utilizzati dagli abitanti dei centri rurali per l’approvvigionamento di diversi beni utili per la conduzione della piccola azienda domestica, quali ad esempio la legna e le ghiande. Questi erano gli ademprivi, cioè i terreni sui quali le popolazione esercitavano il diritto d’uso. L’editto, che si proponeva di superare tale regime di godimento comunitario della terra e di incoraggiare la costituzione della «proprietà perfetta», nella prospettiva di avviare sistemi di coltura intensivi finalizzati all’economia di mercato, stabiliva che qualunque proprietario avrebbe potuto liberamente «chiudere di siepe, o di muro, o vallar di fossa qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio o di abbeveratoio»[25].

L’applicazione dell’editto ebbe inizio nel 1824 e incontrò ovunque grandi resistenze perché esso destrutturava improvvisamente l’economia di sussistenza di gran parte delle popolazioni rurali e toglieva ampi spazi all’altra categoria strutturale dell’economia isolana, la pastorizia brada. Il provvedimento, le cui conseguenze si protrarranno per tutto l’Ottocento, partiva da un presupposto ragionevole e necessario: l’indilazionabile necessità di disincagliare la Sardegna dalle strutture arcaiche di produzione nel portante settore agricolo per immetterla gradualmente nell’economia di mercato verso cui era incamminata tutta l’Europa. Non teneva però nella dovuta considerazione le esigenze primarie dei ceti più deboli della popolazione, per cui l’attuazione dell’editto, che produsse molte opposizioni ed autentiche insurrezioni, avvantaggiò prevalentemente i ceti sociali facoltosi e non favorì la formazione di una diffusa piccola proprietà contadina, a tutto vantaggio della nascita di un nuovo rapace ceto di proprietari terrieri latifondisti. Il problema si sarebbe molto aggravato, come si dirà oltre, dopo l’abolizione del sistema feudale, quando si trattò di decidere la definitiva destinazione di tutti i terreni ademprivili. Le conseguenze delle chiudende, che L. Del Piano ha studiato anche analiticamente in alcune specifiche realtà territoriali[26], è per certi versi un fenomeno ancora da approfondire, per cui è sempre pericoloso in sede storica indulgere ad affrettate generalizzazioni. È invece più interessante, sostiene Del Piano, con un’osservazione che conserva ancora oggi tutto il suo valore, «vedere zona per zona e provincia per provincia se e in quale misura l’editto trovò applicazione: è appunto questo che fecero attraverso una serie di tesi di laurea Franco Venturi e Luigi Bulferetti nei loro anni di insegnamento a Cagliari, quindi Alberto Boscolo e Carlino Sole»[27]. È un lavoro, aggiungiamo noi, che è stato portato avanti anche da Giralamo Sotgiu e che è ancora da completare, perché esso equivale a ricostruire le modalità attraverso cui si è andata costituendo la proprietà fondiaria nell’isola, tema centrale della sua storia e della sua economia, prima dei sogni dell’industrializzazione tanto improvvidamente avviati e così miseramente falliti.      ( PRIMA PARTE)

 


[1] Cfr. C. Sole, La Sardegna sabauda nel Settecento, Sassari, Chiarella, 1984.

[2] Cfr. G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda dal 1720 al 1847, Roma-Bari, Laterza, 1984.

[3] Cfr. L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, Sassari, Chiarella, 1894.

[4] Cfr. G. Solari, Il pensiero politico di Giovanni Battista Tuveri. Un monarcomaco sardo del sec. XIX, in «Annuario della R. Università di Cagliari», 1914-15, Cagliari, 1915; Per la vita e i tempi di G. B. Tuveri, in «Archivio Storico Sardo», vol. XI, 1916, pp. 33 ss.; Floriano Del zio a Cagliari (1862-65 e l’introduzione dell’hegelismo in Sardegna, ivi, vol. XIII, 1921, pp. 23 ss. Tutti e tre gli articoli si trovano in Giovanni Battista Tuveri. Tutte le opere/6, a cura di A. Delogu, Sassari, Delfino, 2002.

[5] Cfr. G. M. Lei Spano, La questione sarda, con dati originali e prefazione di Lugi Einaudi, Torino, Bocca, 1922, ora nella recente riedizione a cura di M. Brigaglia, Nuoro, Ilisso, 2000.

[6] Cfr. A. Levi, Sardi nel Risorgimento, in «Archivio Storico Sardo», vol. XIV, 1923pp. 173-273, ora anche in I problemi della Sardegna da Cavour e Depretis (1849-1876), a cura di L. Del Piano, Cagliari, Fossataro, 1977, pp. 23-129. Per i saggi di U. G. Mondolfo sul feudalesimo in Sardegna si rimanda a C. Sole, La Sardegna di Carlo Felice e il problema della terra, Cagliari, Fossataro, 1967.

[7] Cfr. P. M. Arcari, Il Quarantotto in Sardegna, in Il Quarantotto nella storia europea, a cura di E. Rota, Milano, Vallardi 1848 e della stessa il Discorso inaugurale dell’anno accademico 1847-48 pubblicato in «Annuario dell’Università di Cagliari, anno 1848.

[8] Cfr. F. Venturi, Gian Battista Vasco all’Università di Cagliari, in «Archivio Storico Sardo», vol. XXV, 1957, n. 1-2, pp. 16-41; Il conte Bogino, il dotto Cossu e i Monti frumentari. Episodio di storia sardo-piemontese del secolo XVIII, in «Rivista storica italiana», LXXVI, 1964, fasc. II, pp. 470-506; Giuseppe Cossu e Francesco Gemelli, entrambi in Illuministi italiani, vol. VII, Riformatori della antiche repubbliche, dei ducati, dello Stato pontificio e delle isole, a cura di G. Giarrizzo, V. T, F. Venturi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1965, pp. 849-859 e 891-90. Sull’insegnamento di Franco Venturi a Cagliari nei primi anni Cinquanta, cfr. A. Mattone, Franco Venturi e la Sardegna. Dall’insegnamento cagliaritano agli studi sul riformismo settecentesco, in «Archivio Sardo del movimento operario contadino e autonomistico». N. 47-49, 1996, pp. 303-355.

[9] Cfr. F. Gemelli, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, in Il riformismo settecentesco in Sardegna, Cagliari, Fossataro, 1966 (la prima edizione è del 1776), vol. II della collana «Testi e documenti per la storia della questione sarda»; si veda anche, nel vol. I della stessa colla, il saggio introduttivo dello stesso Bulferetti.

[10] Ricordiamo rapidamente solo alcuni dei più significativi lavori dei tre storici che si riferiscono a questo aspetto: C. Sole, Politica economia e società in Sardegna nell’età moderna, Cagliari, Fossataro, 1978; Idem, Un economista sardo precursore dei «Piani di Rinascita», in «Ichnusa», Sassari, 1958, n. 28; Idem, G. M. Angioy e i primi esperimenti sul cotone in Sardegna durante il riformismo sabaudo, in Studi storici e giuridici in onore di A. Era, Padova, Cedam, 1963; G. Sotgiu, Alcune conseguenze politiche dell’attacco francese alla Sardegna nel 1792-93, in «Annali della Facoltà di Lettere Filosofia e Magistero di Cagliari», vol. XXIII, 1970, pp. 3-131; Idem, La insurrezione di Cagliari del 1794, in «Studi Sardi», vol. XXI, 1968-70, pp. 263-482, ora anche nel volume L’insurrezione di Cagliari, a cura di S. Pira, Cagliari, AM&D edizioni, 1995; L. Del Piano, Osservazioni e note sulla storiografia angioiana, in «Studi Sardi», vol. XVII, 1959-61, pp. 308-377; Idem, i Monti di soccorso in Sardegna, in Fra il passato e l’avvenire. Saggi storici sull’agricoltura sarda in onore di Antonio Segni, Padova, Cedam, 1965, pp. 387-422; Idem, La Sardegna dal riformismo settecentesco allo Statuto speciale, Sassari, Gallizzi, 1971.

[11] Cfr. Dalla rivoluzione all’integrazione. Studi- ricerche – immagini della spedizione francese in Sardegna nel 1793, a cura di C. Sole, Graf&Graf, 1993.

[12] Cfr. G. Sotgiu, Storia della Sardegna dopo l’Unità, Roma-Bari, Laterza, 1986; Idem, Storia della Sardegna dalla Grande Guerra al Fascismo, ivi, 1990; Idem, Storia della Sardegna durante il fascismo, ivi, 1995; Idem, La Sardegna negli anni della Repubblica. Storia critica dell’autonomia, ivi, 1996.

[13] Cfr. L. Del Piano, Il movimento democratico e liberale in Sardegna da G. M. Angioy alla rinunci dell’autonomia, in Il movimento democratico e repubblicano nella Sardegna contemporanea, «Archivio Trimestrale», n. 34, luglio settembre 1985, pp. 491-501; Idem, Giovanni Battista Tuveri tra Cattaneo e Salvemini, in «Quaderni sardi di filosofia e scienze umane», n. 13-14, Sassari, 1986, pp. 105-120; L. Del Piano, F. Atzeni, Combattentismo, fascismo e autonomismo nel pensiero di Camillo Bellieni, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1986; Regionalismo e irredentismo nel primo dopoguerra in Corsica, in «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari», n. s., vol. V, (XLII), 1986, pp. 143-183; Regionalismo e autonomismo in Sardegna e in Sicilia, 1848-1914, Ozieri, Edizioni Fondazione Sardinia, 1995; Questione sarda e la questione meridionale, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1997. Per una bibliografia completa e aggiornata della corposissima produzione storiografica di Del Piano si rimanda a V. Del Piano, Bibliografia degli scritti di Lorenzo Del Piano, in La ricerca come passione. Studi in onore di Lorenzo Del Piano, a cura di F. Atzeni, Roma, Carocci, 2012, pp. 527-540.

[14] L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, cit., p. 15.

[15] Le espressioni del Martini sono citate da L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, cit, pp. 24 e 25.

[16] L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, cit., p. 19.

[17] Ivi, p. 33.

[18] Ivi, p. 34.

[19] Ivi, p.45.

[20] Ivi, p. 62.

[21] Ivi, p. 64.

[22] Ivi, p. 83.

[23] Ivi, pp. 83-84.

[24] Ivi, p. 84.

[25] Ivi, p. 87.

[26] Cfr. L. Del Piano, La sollevazione contro le chiudende 1832-33, Cagliari, Sardegna nuova, 1971; Idem, Proprietà collettiva e proprietà privata della terra in Sardegna. Il caso di Orune (1874-1940), Cagliari, Della Torre, 1979.

[27] L. Del Piano, La Sardegna nell’Ottocento, cit., p. 90.

 

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