MALDICENZE CONTRO GRAZIA DELEDDA, di Francesco Casula

Contro Grazia Deledda continuano ad essere diffuse e circuitate – spesso ad arte e poco interessa se per ignoranza o per mala fede – una serie di contumelie, maldicenze e vere e proprie calunnie.

Due in particolare rivolte alla sua persona.

  1. Sarebbe stata una donna “provinciale”, arretrata, con lo sguardo rivolto solo al passato, premoderna.

Niente di più falso.

Nel 1909 accettò la candidatura, per il collegio di Nuoro, del Partito radicale, per le elezioni politiche.

Il Partito radicale era allora  il Partito più aperto e “progressista”, specie in relazione ai diritti civili. Tanto che fin da allora sosteneva una legge sul divorzio.

,A questo proposito la Deledda, intervistata nel 1911 dal Quotidiano “La Tribuna” sostenne che il divorzio diventa indispensabile quando i due coniugi sono impossibilitati a convivere. Ce lo ricorda Neria de Giovanni, una delle massime studiose della Deledda (in Grazia Deledda, Maria Pacini, Fazzi editore, Lucca, 2016).

Alla Deledda Neria de Giovanni ha dedicato ben 13 libri.

  1. La seconda “maldicenza”, ancor più grave, è l’accusa di essere stata fascista o comunque corriva con il Fascismo, grazie  al quale avrebbe ottenuto il Premio Nobel.

Si tratta di un vero e proprio falso storico. In realtà – è sempre Neria de Giovanni a documentarlo – pare che in quell’anno Mussolini  avesse segnalato Ada Negri, non la Deledda, cui il Premio non arriva comunque improvvisamente. Ha infatti avuto ben “12 candidature negli anni passati, la prima nel 1913 e poi, una all’anno fino al 1927, con l’esclusione del 1916, 1919, 1926”.

E a proposito del suo atteggiamento verso il Fascismo ecco il racconto di Neria De Giovanni nel libro sopracitato (pagine 57-58) :”Dopo il Nobel, a Roma la vuole incontrare Mussolini. Il duce manda una macchina per condurla a Palazzo Venezia nella sala del Mappamondo. Dopo averle donato una sua foto con cornice d’argento e dedica: «A Grazia Deledda con profonda ammirazione»,  Benito Mussolini, le domanda cosa può fare per lei. Grazia risponde decisa che non vuole niente per sé, ma chiede clemenza per il proprietario della sua casa natale di Nuoro, Elias Sanna, che era al confino benché lei garantisca essere persona onesta sotto tutti i punti di vista… Appena congedata da Mussolini, un funzionario di partito le chiede che cosa volesse fare per il Fascismo, vista la benevolenza del duce e lei risponde asciuttamente: «L’arte non conosce politica».

Come ritorsione ci fu «un consiglio» ai librai di non esporre i libri della neo Premio Nobel. I diritti d’autore sulla vendita dei libri, quell’anno, furono molto più scarsi del previsto per questa motivazione che lo stesso editore Treves svela in una lettera di risposta alla Deledda, seccata per il poco guadagno”.

Bene.

Questa la verità storica sui rapporti fra la Deledda e il fascismo.

Ma, premesso che uno scrittore deve essere valutato per le sue qualità letterarie ed estetiche e non per le sue appartenenze politiche, perché si tira fuori l’improbabile “fascismo” a proposito della Deledda e non si fa cenno a proposito di autori e intellettuali come – e sono solo degli esempi – Ungaretti, Malaparte, Soffici?

Ma, soprattutto, a proposito di Pirandello? Che aderì al esplicitamente al Fascismo nel settembre 1924, in uno dei momenti di massima crisi di Mussolini e del movimento, dopo il caso del delitto Matteotti?

E aderì attraverso un telegramma pubblicato il 19 settembre del ’24 su “L’impero”, un giornale fascista dell’epoca, con una vergognosa dichiarazione di servilismo?

Ecco il testo del telegramma: “Eccellenza, sento che per me questo è il momento più propizio per dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’Eccellenza Vostra mi stima degno di entrare nel Pnf pregerò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera, Luigi Pirandello”.

L’anno seguente  Pirandello sottoscriverà anche il “Manifesto degli intellettuali fascisti” di Giovanni Gentile.

Ma tant’è: verso i Sardi il dileggio e/o l’autodileggio. Verso gli italiani l’esaltazione e le lodi.

Cando l’amus a acabare?

 

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