E LA CAMORRA ORDINÒ: «FATE FUORI I SARDEGNOLI», di Piero Mannironi

Fuggivano dalla miseria e dalla disperazione. Fuggivano da pascoli avari e da campi nei quali non germogliava la speranza di una vita possibile. Ma soprattutto scappavano dall’inferno delle miniere, nelle quali si perdeva, nel buio e nella fatica, la possibilità di affermare la propria dignità di uomini. Un mondo senza cielo e senza orizzonti dove, per un salario da fame, si sopportavano turni di lavoro disumani ed era molto facile morire. E dove, come era accaduto nel settembre del 1904 a Buggerru, la risposta alla rivendicazione dei diritti più elementari poteva essere quella dei colpi di moschetto dell’esercito.Era questa l’umanità dolente che partiva dalla Sardegna nei primi anni del secolo scorso. Umiliata anche dalla grottesca certificazione scientifica degli antropologi positivisti Lombroso e Niceforo, che definivano i sardi “razza delinquenziale, biologicamente inferiore”. E poi basti pensare cosa aveva scritto sui sardi, anni prima, il responsabile della cancelleria sabauda Joseph De Maistre:”I sardi sono più selvaggidei selvaggi perché il selvaggio non conosce la luce, il sardo la odia… Razza refrattaria a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l’umanità”.E questo razzismo sprezzante di una classe dirigente altera e incapace di capire la cruda realtà dell’arretratezza economica e delle difficoltà di una cultura marginale, si era fatalmente diffuso. Coltivato da luoghi comuni e da un primitivo percepire le relazioni sociali, era diventato addirittura un sentimento di ostilità generalizzato.Ricordare può anche significare guardare dentro l’abisso che è in noi, costringendoci a fare i conti con la nostra coscienza. Un esercizio difficile e doloroso che ci mette davanti alle nostre contraddizioni e soprattutto evoca una morale che spesso rivela le nostre fragilità e le nostre debolezze. Ecco perché spesso si preferisce dimenticare, rimuovere. Cancellare. Accade così che nell’ordito della storia – quella ufficiale – si trovino degli strappi, dei vuoti che si è scelto di non riempire. Vuoti che però, a volte, possono essere colmati grazie alla curiosità intellettuale e alla passione civile di alcuni ricercatori. Così come è stato per il massacro di Itri, avvenuto il 12 e il 13 luglio del 1911. Esattamente 108 anni fa.È stato infatti un ricercatore algherese, Antonio Budruni, lavorando alla ricostruzione della cronologia del terzo volume dell’enciclopedia La Sardegna curata da Manlio Brigaglia, a imbattersi in una notizia sconosciuta, ignorata perfino dagli istituti di Storia delle università. L’articolo pubblicato dal professor Budruni sulla rivista Ichnusa, nel giugno del 1986, ha avuto il grande merito di liberare dal buio di un silenzio intollerabile la tragica vicenda della strage dei sardi a Itri. Restituendola così alla storia.Primavera del 1911. Occorrevano braccia e sudore per costruire la nuova linea ferroviaria Roma-Napoli. Dalla Sardegna arrivarono un migliaio di lavoratori. Quasi tutti erano reduci dalla drammatica ‘guerra delle miniere’, esplosa sette anni prima dopo i fatti di Buggerru, che aveva portato al primo sciopero generale nazionale della storia del sindacato italiano. Il mito del progresso e della modernità tecnologica che si stava affermando in quegli anni aveva bisogno della fatica di quegli uomini che tutti guardavano con ostilità. È un paradosso: l’innovazione si sviluppava sulle dinamiche antiche di una concezione feudale del lavoro.Poco meno di cinquecento sardi lavoravano al quinto lotto. La maggior parte di loro fu sistemata in una baraccopoli vicino a Itri, una cittadina di oltre settemila abitanti tra Formia e Fondi, in una regione chiamata, ironia del destino, ‘Terra di lavoro’. Circondata dai monti Aurunci, coperti di boschi di lecci e di faggi, Itri sorge in una valle che degrada dolcemente verso il mare di Gaeta e di Sperlonga. È aggrappata a un ripido poggio sul quale sorge un castello medioevale circondato da miti e leggende. Come quella della ‘Torre del coccodrillo’, chiamata così perché si diceva che i signori del villaggio, i nobili Caetani, tenessero sul fondo un coccodrillo, al quale venivano dati in pasto i condannati a morte. Ma Itri era famosa soprattutto per aver dato i natali al leggendario brigante Michele Arcangelo Pezza, detto Fra Diavolo. Il bandito che diventò colonnello dell’esercito borbonico e che, con la sua ‘Legione della vendetta’, combatté contro le truppe bonapartiste e finì poi impiccato nel 1806 in piazza del Mercato, a Caserta, dal colonnello francese Hugo, padre dello scrittore Victor Hugo.Itri era soprattutto una cittadina di agricoltori e di pastori sulla quale, in quei primi anni dell’Ottocento, si erano allungate le ombre maligne della camorra. Gli appalti colossali per la costruzione della ferrovia avevano infatti attirato nella ‘Terra di lavoro’ gruppi di criminali napoletani che si erano fatti strada corrompendo e minacciando, insinuandosi perfino nell’impresa appaltatrice Spadari e tra i notabili locali. La strategia camorrista era molto semplice, crudelmente elementare: imporre agli operai il ‘pizzo’, cioè versare una quota del salario in cambio di una protezione, che poi era la protezione dalla camorra stessa. Era facile imporre la legge violenta dell’intimidazione a chi viveva nella paura, nella solitudine e nella disperazione di chi sa di non avere scelta. Ma la camorra non aveva fatto i conti con due cose. La prima era l’orgoglio dei sardi, poco inclini a subire ricatti e angherie. E la seconda era la tensione sindacale e la forte solidarietà che legava quegli uomini che avevano conosciuto il buio delle miniere.E infatti, i lavoratori sardi che lavoravano al quarto lotto della ferrovia, grazie all’aiuto degli avvocati Nardone e Di Lauro, risposero alla camorra formando la ‘Lega per la difesa economica’ e l’Unione operaia della Direttissima. Gli operai del quinto lotto cominciavano a organizzarsi per creare anche loro una Lega sindacale. Sì, è vero, i sardi avevano accettato un salario più basso rispetto a quello dei lavoratori arrivati dal resto dell’Italia, ma su una cosa proprio non transigevano: nessun regalo e nessun cedimento al ricatto della malavita.La camorra non poteva però accettare questo atteggiamento, non poteva tollerare che la sua forza di intimidazione venisse quasi ridicolizzata da quei lavoratori infaticabili e duri come il granito. E allora la camorra cominciò a soffiare, con perfido cinismo, sul fuoco del malcontento e dell’intolleranza degli itriani, che non sopportavano la presenza dei ‘sardegnoli’. L’ignoranza, si sa, è sempre stata terra fertile per il razzismo.Il mercoledì 12 luglio del 1911 è una giornata calda, mitigata da una leggera brezza di ponente che arriva dal mare. Nelle strade e nelle piazze di Itri si respira un’aria di liberatoria euforia. È il giorno della ‘quindicina’, il giorno di paga di metà mese. In Piazza Incoronazione si riunisce un folto gruppo di operai sardi. Gli itriani stanno a distanza e guardano con ostilità i ‘sardegnoli’. In un gioco di sguardi di sfida e di battute cattive la tensione cresce, fino a diventare quasi palpabile. A un certo punto, un pastore di Itri, un certo Antonio Del Bove, attraversa la piazza conducendo un mulo carico di sughero. Con un gesto di sfida, urta il gruppo di sardi e fa cadere a terra Salvatore Tatti, che si rialza con una ferita alla fronte. Alle sue proteste, il pastore di Itri risponde con uno schiaffo. È la scintilla che incendia il clima e innesca la rissa. Un gruppo di itriani si scaglia contro gli operai sardi: prima urla e spintoni, poi volano pugni e calci. La zuffa diventa sempre più violenta, fino a quando arrivano due carabinieri. I militari non ascoltano neppure le ragioni dei sardi e arrestano Giovanni Cuccuru di Silanus. L’operaio cerca di divincolarsi e di spiegare cosa è accaduto. Tutto inutile.Arrivano altri due carabinieri con le armi in pugno. Uno addirittura punta la pistola in faccia a Cuccuru e minaccia di sparargli. Il sardo alla fine si arrende e viene portato in caserma. Nel mentre, dalle porte delle bettole e dalle finestre cominciano a volare bottiglie e sassi sui sardi, che si allontanano.Ma il pomeriggio gli operai tornano in piazza Incoronazione. Sono arrabbiati, delusi. Uno di loro, Domenico Melis di Cabras, accusa gli itriani:”Non si chiamano i carabinieri, certe faccende si risolvono da uomini”. Cioè con le mani. La risposta è un colpo di pistola. È come un segnale convenuto. Come un interruttore che accende la follia. Dalle case e dalle bettole escono di corsa decine di uomini armati di fucili, pistole, scuri, pugnali e zappe. Con loro ci sono anche i carabinieri, le guardie forestali, il sindaco e gli amministratori. È una spaventosa caccia all’uomo per le strade e le piazze della cittadina. Molti operai restano feriti e sfuggono al linciaggio trascinandosi sanguinanti nei campi.Poi tutto sembra placarsi. Ma è solo una tregua fragile. Perché al grido “Fuori i sardegnoli!” le violenze riprendono: Francesco Zonca di Bonarcado viene colpito al collo da un colpo di pistola sparato a bruciapelo da una guardia municipale e Antonio Contu di Jerzu viene pugnalato alla schiena. La caccia ai sardi prosegue per tutta la notte. I feriti sono decine e alcuni operai risultano dispersi.Quando l’indomani mattina un gruppo di operai si presenta all’ufficio postale per spedire un telegramma al sottoprefetto di Formia, al quale si vuole chiedere protezione, si capisce che è scattato un piano per isolare i lavoratori sardi. L’impiegato infatti rifiuta di trasmettere il messaggio, inventandosi un’interruzione della linea. Ma quella linea funzionerà poco dopo quando il sindaco di Itri, Gennaro Bureli D’Arezzo, chiede al sottoprefetto l’intervento della forza pubblica per fermare un corteo di un’ottantina di lavoratori che, guidati dagli avvocati Nardone e Di Lauro, si dirige verso la vicina Formia. Vogliono annunciare pubblicamente la costituzione della Lega del V Lotto. Tra i firmatari della richiesta del comizio compare il nome di un certo Gennaro Gramsci. È il fratello maggiore di Antonio Gramsci. Venti carabinieri con i moschetti spianati bloccano però il corteo lungo la strada.Intanto, a Itri si prepara la strage. Nel bar ‘Unione’ nel primo pomeriggio del 13 luglio vengono ammassati fucili, pistole e munizioni. La camorra ha evidentemente pianificato tutto. Alle 18.30, l’ora del ritorno dei contadini dai campi, le campane della chiesa suonano a distesa per chiamare gli itriani in piazza. Arrivano a centinaia. Molti sono già armati, gli altri vanno al bar ‘Unione’ dove, sembra siano il sindaco Gennaro Bureli D’Arezzo e gli assessori Bonelli e Pennacchio a distribuire fucili e pistole, promettendo a tutti l’impunità per la mattanza annunciata.Comincia la tragica caccia ai ‘sardegnoli’. Gli itriani sono divorati da un odio bruciante e selvaggio. Sparano contro quegli uomini che detestano semplicemente perché li sentono diversi da loro. Tanto diversi da avere avuto l’impudenza di dire no ai signori della camorra, davanti ai quali invece loro chinano la testa e pagano il ‘pizzo’. Antonio Baranca di Ottana e Antonio Arras di Bidonì sono nella bottega del barbiere quando sentono gli spari e le urla. Escono per vedere cosa sta accadendo e finiscono linciati dalla folla impazzita. Il loro amico Efisio Pizzus viene straziato a colpi di coltello e di scure. Giovanni Mura di Bidonì viene sorpreso all’uscita di un negozio di alimentari. Lo feriscono con sei colpi di moschetto e poi lo finiscono schiacciandogli la testa con un masso. Giuseppe Mocci di Villamassargia viene massacrato a sassate, poi pugnalato. Con un colpo di scure gli squarciano il fianco sinistro. Giovanni Marras di Bidonì viene invece pestato a sangue, lapidato e colpito da una fucilata alla testa. Salvatore Cuccuru di Silanus cerca di fuggire, ma viene raggiunto e accoltellato alle spalle. Poi gli spaccano la testa con un bastone e lo sfregiano. Sfugge alla morte una donna, la moglie di Francesco Sassu di Bonarcado. Il marito riesce a strapparla dalle mani di un gruppo di contadini e la trascina correndo in campagna.Scende la notte. Sul selciato ci sono otto morti. Ma si dice che le vittime siano addirittura dodici, perché alcuni cadaveri sono stati trascinati via dagli itriani e sepolti frettolosamente in campagna. I feriti sono più di sessanta, alcuni gravissimi.Il direttore della Nuova Sardegna, Medardo Riccio, invia alcuni suoi giornalisti nella ‘Terra di lavoro’. I cronisti sentono i testimoni, raccolgono informazioni dettagliate e scrivono articoli durissimi di denuncia che scatenano un’offensiva dei parlamentari sardi. Ma alla fine, nel febbraio del 1912 il sottosegretario dell’Interno, Alfredo Falcioni, a nome del ministro Giolitti, escluderà ogni responsabilità nell’eccidio da parte delle autorità locali.Scrive lo storico Antonio Budruni: ”Le complicità e le connivenze – denunciate anche sulla stampa, che aveva riportato la notizia di una stretta parentela esistente tra uno dei giudici istruttori ed il sindaco di Itri – non solo avevano allungato i tempi dell’intervento della magistratura concedendo ai maggiori responsabili, ai camorristi, alle autorità e alle forze dell’ordine, di predisporre alibi e di occultare prove (e cadaveri), ma avevano creato anche confusione, inquinamento di fatti, circostanze e prove tale che, a 40 giorni dall’eccidio, non si conosceva l’esatto numero delle vittime”.C’è poi la tragica beffa: alcuni sardi vengono arrestati, altri espulsi e molti altri ancora licenziati dalla società appaltatrice Spadari. Nel processo sui fatti di Itri, che si celebrerà in assise a Napoli nel 1914, un avvocato sosterrà l’incredibile tesi della “legittima difesa di una folla”. Nessuno sarà condannato per la strage.E forse, proprio per questo, è oggi giusto ricordare cosa scrisse Pier Paolo Pasolini in ‘Scritti corsari’: “Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero”.

da  LA NUOVA SARDEGNA 23 GIUGNO 2018

 

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