QUANDO IL NERO BUSSA ALLA PORTA …. , di Gianni Baget Bozzo

La Repubblica 2 giugno 1990. Pubblichiamo l’articolo del sacedote genovese (!925 – 2009) scritto in occasione di tensioni nella sua città, quasi trent’anni or sono.

I fatti di Genova, dopo quelli di Firenze, hanno dato la misura della difficoltà di integrazione degli immigrati africani in Italia. Ma il problema ha dimensioni europee e mostra che esso rimarrà a lungo all’ ordine del giorno.

Occorre molta attenzione prima di ricorrere alla delegittimazione morale delle tensioni che la presenza degli africani genera nei paesi europei.

Le nazioni europee hanno una storia molto diversa dai paesi nati dall’immigrazione come gli Stati Uniti e l’ Australia. Siamo molto meno indifferenti gli uni agli altri, siamo una lunga storia, una lunga convivenza, una cultura.

Siamo quindi abituati l’ uno all’ altro, viviamo in un mondo di comunicazioni stabilite, che ha radici nel passato. Anche se oggi la comunicazione di massa ci mette in contatto con altri popoli, è pur vero che essa parte da culture simili alle nostre o assimilate alle nostre. I giapponesi si vestono da americani e da europei per darci i loro prodotti culturali. Sul piano della cultura di base, gli Stati Uniti o il Brasile sono storia nostra e noi storia loro.

Gli immigrati hanno una loro cultura: una grande cultura, come la cultura islamica. Sentono la differenza dagli europei quanto gli europei da loro.

E’ facile essere cosmopoliti nei valori e nelle parole, ma i nostri corpi, la nostra memoria non è apatrida, è radicata su un terreno, su una storia, su una geografia.

Gli immigrati non vogliono assimilarsi come noi non vogliamo assimilarci a loro. A nessuno è venuto in mente di parlare di una politica di naturalizzazione degli immigrati africani, perché sarebbero questi i primi a non volerla.

L’ immigrazione africana è per natura sua transitoria. Consiste nel guadagnare un po’ di danaro in Italia per migliorare la loro condizione nel loro paese. Quale rapporto può nascere in questo contesto che è, da ambedue le parti, un non-rapporto?

Del resto, anche dove la via della naturalizzazione, della concessione della cittadinanza, è stata adottata, come in Francia o in Gran Bretagna, il rigetto delle due culture è avvenuto all’ interno stesso della medesima cittadinanza. Non si tratta di un conflitto di razze, ma di un conflitto di culture.

Non abbiamo trovato ancora il segreto per rendere comunicanti, a livello di masse, le culture.

Perciò, quando sento parlare di razzismo in Italia, mi pare di assistere alla solita avventura dei moralisti, di coloro che insomma, per citare il Vangelo, mettono pesi sulle spalle della gente che essi non toccano con un dito.

E’ razzista un popolo, come quello genovese, che ha molti difetti, ma non questo, il popolo in cui il padre della bambina, ferita forse mortalmente dall’ immigrato tunisino, dice che lo perdona? Questo ci dice quanto sia viva ancora, nel nostro popolo, la Cristianità. Essa rimane oltre tutti i regimi, oltre tutte le mafie, oltre tutti i poteri, oltre la stessa Chiesa.

La soluzione del problema della convivenza delle culture è difficile.

Esso è stato risolto con la forza: con l’ invasione in tempi antichi. O con l’ esportazione di un popolo: un sistema usato dagli imperi antichi come dalla più recente tratta degli schiavi.

Farlo nel consenso è sempre più difficile, perché le comunicazioni di massa danno a ogni cultura, a ogni popolo, il sentimento e il valore della sua differenza. A Est, a Sud, in Africa, in Asia.

La singolare, drammatica eccezione del Giappone è che esso non lascia immigrare nessuno: e un premier filoamericano come Nakasone ha potuto dichiarare che gli Stati Uniti sono destinati alla decadenza perché ospitano troppi neri e troppi ispanici.

Non c’ è dunque da meravigliarsi quando il primo ministro francese Rocard ritira la proposta della concessione del voto agli immigrati extracomunitari. Egli propone ora, con un ben diverso orientamento, una Carta solenne sull’ immigrazione.

Uno dei punti della Carta è la condanna degli Stati che facilitino l’ ingresso di extracomunitari in Francia. Promette di rendere più severa la concessione di visti turistici nei consolati dei paesi di immigrazione. I visti saranno concessi solo a coloro che hanno un impiego stabile nel loro paese: la durata del tempo concessa sarà ridotta. Saranno rese più severe le pene contro i trafficanti del lavoro clandestino e degli imprenditori che danno lavoro ai clandestini. Viene potenziato il servizio per l’ espulsione degli immigrati clandestini e stabilito che la pratica della poligamia e del ripudio comporteranno l’ immediata espulsione dal territorio francese. Questa norma è particolarmente significativa, perché è la rinuncia della Francia a essere un paese multiculturale. Inoltre propone che la Francia, paese classico del diritto di asilo, non modificato neanche durante l’ esperienza del terrorismo in Italia e in Spagna, sopprima il diritto automatico al lavoro a coloro che domandano asilo politico.

Si tratta  di un rovesciamento della politica annunciata da Mitterrand durante la campagna elettorale presidenziale. Appare chiaro che solo una politica di questo tipo è vista come efficace per battere Le Pen. E non a caso Rocard propone anche all’ opposizione gollista e a quella liberale di associarsi al governo nella ratifica della Carta. E l’ opposizione, prima si nega e poi accetta.

Tutta la politica francese è stata rovesciata dalla questione degli immigrati. Chi avrebbe mai pensato che gollisti, liberali e socialisti praticassero una politica del consenso, e del consenso su questo punto? Ciò vuol dire che la divisione che oppone socialisti e gollisti a Le Pen è maggiore di quella che esiste tra loro e che ha dominato la vita politica francese per decenni.

Ci si può meravigliare allora che i ministri del lavoro dei paesi Cee emettano una dichiarazione contro la discriminazione dei lavoratori per motivi valutabili come fascismo e razzismo, limitandola ai soli paesi comunitari, escludendone esplicitamente gli extracomunitari?

Certo su questo punto sorge la fortezza Europa…

 

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