INTERNET E POTERE. LE NUOVE SFIDE DELLA LIBERTA’, di Gianni Borsa e Donatella Pagliacci’

Papa Francesco ha sottolineato le opportunità e i rischi dell’era dei social,  specie sotto il profilo della manipolazione Quale il ruolo della comunicazione?

Un forum con Tarquinio, Corrado e Silla

I 1 messaggio di papa Francesco per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (celebrata il 2 giugno scorso) si concentra sui nuovi media, in particolare i social (“Siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,25). Dalle socia! network communities alla comunità umana”), Vi si riscontra un’analisi delle opportunità offerte da questi strumenti per un’informazione che contribuisca a creare libertà e a promuovere responsabilità; così pure una precisa valutazione dei rischi che essi comportano riguardo le relazioni interpersonali, le trasformazioni culturali da essi impresse, illoro peso sulle comunità umane, anche nella sfera politica. Papa Bergoglio afferma: «Occorre riconoscere che le reti sociali, se per un verso servono a collegarci di più, a farci ritrovare e aiutare gli uni gli altri, per l’altro si prestano anche a un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico». Partiamo da qui, rivolgendo alcune domande a tre giornalisti che ben conoscono la realtà massmediale e al contempo operano in ambiti comunicativi differenti: Vincenzo Corrado, già direttore dell’agenzia di informazione Sir e ora vicedirettore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali; Marco Tarquinio, direttore del quotidiano ”Awenire”; Andrea Silla, giornalista Rai.

 

Nel vostro lavoro di comunicatore, riscontrate questo duplice”volto” dei sodal cui fa riferimento Bergoglio? E, in particolare, il “potere della comunicazione” si sta trasformando in “strumento del potere”?

Marco Tarquinio. Il cuore del problema anche nel mondo della comunicazione è ormai quello della disintermediazione. Riguarda tutti, perché sempre più persone usano con disinvoltura e con assenza di preoccupazione, in totale vulnerabilità o con ragionevole awedutezza, ma anche con calibrata e aggressiva malizia i canali digitali di comunicazione e di informazione (attività che si fondono e si confondono sempre più inestricabilmente, con i fruitori di notizie che contemporaneamente diventano generatori di dati acquisiti e commerciati … ). Voglio dire che la dimensione comunicativa digitale è una libertà e una vertigine, una opportunità e una minaccia, una maledizione incombente e una positiva sfida … Ognuno si sente protagonista, e in una certa misura lo è davvero, perché ognuno – qualunque potere abbia – è titolare di una “prima pagina” che riempie dei contenuti che più lo interessano e convincono, e ognuno può rispecchiarsi nel palinsesto informativo che costruisce come un autoritratto. Io la chiamo lnformasione-eelfte, perché i lineamenti del viso di chi la assembla si stagliano sempre nell’istantanea di volta in volta realizzata. Insomma: è una proiezione narcisistica di sé, ma anche un’affermazione di potenza e un atto di presunto affrancamento-o, diciamo così, di rinuncia – rispetto alla dipendenza dai comunicatori professionali, da noi giornalisti “costruttori” di giornali, telegiornali e radiogiornali. Riguarda tutti, ripeto. Ma un po’ di più quelli che hanno (e puntano ad accrescere o a sowertire) potere, politico ed economico, ma anche culturale e religioso, perché possono progettare e realizzare vie di comunicazione diretta con gli elettoriclienti-fan-fedeli saltando appunto il più possibile, e arrivando persino ad azzerare, le “ingombranti” intermediazioni dei professionisti della verifica della fondatezza di asserzioni e fatti.

Vincenzo Corrado. I grandi scandali vissuti negli ultimi anni – uno su tutti Cambridge Analytica – sono la conferma di quanto il Papa osserva nel messaggio per la Giornata mondiale. Il “potere della comunicazione” ha sempre esercitato un grande fascino sui manipolatori. È sempre stato così! Pensiamo al film Quarto potere di Orson Welles, che con grande maestria descrive proprio queste logiche. Certo, le reti sociali, nonostante i tanti tratti positivi, si prestano proprio per la loro capillarità e pervasività a un uso distorto. Quello che va sempre più emergendo è un contesto che rischia di perdere la propria missione originaria. TI:e in particolare, a mio avviso, i rischi che si stanno imponendo. In primo luogo l’approssimazione: ha a che fare con l’ attività di chi trasforma un fatto in qualcosa che diventa degno di essere raccontato, con tutta l’arbitrarietà e le possibili distorsioni del caso. Viene da chiedersi quali notizie non vengano mai date, quali personaggi non vengano mai toccati, con il pretesto che non c’è abbastanza “resa” spettacolare. I silenzi e le omissioni sono scelte precise per esercitare un potere. In secondo luogo l’intolleranza, intesa come rifiuto, intransigenza verso opinioni o convinzioni diverse dalle proprie. Essa è all’origine della violenza verbale, voluta e cercata oppure “inventata” dalle forzature di chi fa comunicazione facendo irrompere nella realtà eventi che non sono mai accaduti. In questo caso il linguaggio – e nello specifico le parole utilizzate per esprimersi-diventa un’arma pericolosa da lanciare contro il “nemico”, identificato in chi la pensa diversamente. Infine, la Babele dei linguaggi: senza rigore professionale, senza valori e regole condivise, l’informazione e l’inganno, lo spettacolo e le notizie vere diventano la stessa cosa Con le nuove tecnologie, comunicare è molto più facile. Ma non è cresciuta, allo stesso modo, la consapevolezza del “valore” del comunicare. Emmanuel Lévinas scrive che “comunicare è rendere il mondo comune”. È questo il potere vero di una comunicazione purificata E oggi ne abbiamo bisogno più che mai.

 

Andrea Silla. C’era un mondo a cui tutti erano abituati. Un mondo in cui – per restare all’ambito politico – i giornalisti intervistavano i politici, gli esponenti delle istituzioni. Un mondo in cui chiunque volesse conoscere il pensiero di qualcuno doveva necessariamente passarre attraverso

Quel mondo è stato capovolto. Quando i social sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana, noi giornalisti non immaginavamo che questo avrebbe stravolto il nostro lavoro. E il modo di comunicare dei politici. Perché grazie a Facebook, a Twitter, persino a chat di gruppo con Whatsapp, grazie a una foto e un pensiero su Instagram, il messaggio non è più “mediato”, Non ha più bisogno di una tv, di un giornale o di un settimanale. Bum, arriva direttamente all’utente. Al cittadino.All’elettore. Dunque è ovvio che i social siano anche uno strumento di comunicazione. E di potere. Più il messaggio viene condiviso, più quella persona diventa influente: un influencer, come si dice in gergo, cioè in grado di influenzare scelte, decisioni, opinioni. E, viceversa, più quella persona è influente, più il messaggio esce da un cellulare e arriva a migliaia, milioni di persone. Di tutto questo noi giornalisti dobbiamo tenere conto. Impossibile pensare oggi a un giornalista, anche televisivo, che non segua i post di $ruvifil, le dirette Facebook di Di Maio, i tweet di Zingaretti e Renzi. I vantaggi sono tantissimi. E quali sono i rischi nell’usare i sociali Per un utente social direi tre: il primo, ricevere una comunicazione ”non mediata”, Il messaggio arriva potentissimo, immediato, senza filtri o verifiche. Senza che nessuno si prenda la briga di verificarne il contenuto. Secondo: chi pubblica un post, mostra le sue idee politiche, le sue preferenze, deve sapere che le sta cedendo a qualcun altro. Che, essendo un’azienda, non necessariamente le metterà sotto chiave. Terzo: l’effetto eco. Faccio un esempio: io posto una affermazione, condivisa da altri. Quell’informazione vola in Rete, si moltiplica. E se fosse una fake news? Una notizia falsa? Fermarla o anche solo contraddirla diventa difficilissimo.

In un simile contesto, un occhio di riguardo andrebbe rivolto ai giovani. «Sono i ragazzi – scrive il Papa – a essere più esposti all’illusione che il social web possa appagarli totalmente sul piano relazionale, fino al fenomeno pericoloso dei giovani “eremiti sociali”». Torna a porsi, in questo senso, un’emergenza educativa?

Vincenzo Corrado. Può sembrare un controsenso dato che dovrebbero essere i giovani – per ovvie ragioni – ad accompagnare gli adulti nella conoscenza del social web, eppure il più delle volte i tradimenti più grandi avvengono proprio sul piano relazionale. Si verifica anche in questo settore, che può sembrare apparentemente tecnologico, quanto viene vissuto in alni aspetti della propria vita. Ciò conferma che ormai non esiste più una separazione tra reale e virtuale, proprio perché siamo ormai Una realtà mediata.Maèanche la conferma che l’ormai nota emergenza educativa si è estesa su tutta la realtà socio-politica. Ormai il virus si è esteso a più livelli. E non è un caso che la Chiesa italiana abbia dedicato due decenni, con accenti e sfumature diverse, a questa riflessione: “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (2000-2010) ed “Educare alla vita buona del Vangelo” (2010-2020). E recentemente il Consiglio episcopale permanente ha espresso la convinzione che l’impegno educativo della Chiesa italiana – nei vari ambiti della vita personale e comunitaria – sia da considerarsi tutt’altro che finito. Il contesto culturale, infatti, rimane segnato da un triste individualismo, da un realismo emotivo, da un secolarismo che non soddisfa. Tornano alla mente le parole di Benedetto XVI nella lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente del- 1′ educazione (21 gennaio 2008). Scriveva papa Ratzinger: «Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini “senza speranza e senza Dio in questo mondo”, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2, 12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita». Parole che dovrebbero provocare gli adulti a un attento esame di coscienza.

 

Andrea Silla. Ci sono due espressioni che, anche da appassionato di tecnologia, mi inquietano. La prima: “L’ho letto su internet”. Letto dove? – vorrei rispondere. È come se dicessimo: “L’ho sentito da qualche parte”. O “me l’ha detto qualcuno”. Qualcuno chi? Risponderemmo tutti. Ebbene, internet è tutto. È l’ autorevolezza di un sito come il “NewYorkTimes”

e un blog con opinioni personali, è la notizia che sgorga da uno dei canali socia! della britannica Bbc ma anche la fake news prodotta ad arte su un oscuro sito con un nome accattivante. Ei ragazzi oggi hanno poche armi. Dobbiamo dotarli di criteri di scelta, di selezione. Devono chiedersi “chi lo scrive”, prima ancora di “cosa si scrive”. Seconda espressio. ne inquietante: “Siamo amici sui socia!”. In che senso? Siete amici? Siete conoscenti? Segue quello che scrivi? La relazione sui socia! è immediata, coinvolgente, intrigante, appagante. Ma anche effimera, mediata da uno schermo e una tastiera. La solitudine di un ragazzo che sui socia! hail suo mondo, che ha tagliato i ponti con il mondo vero, con i consigli di un genitore, con la pacca sulle spalle di un amico è la cosa che, da papà, mi preoccupa di più.

 

Marco Tarquinio. Sì, c’è una grande questione educativa. E ogni educatore dovrebbe averlo chiaro: in famiglia, nella scuola, nelle reti associative, nella Chiesa … Maio credo anche che proprio i più giovani ci aiuteranno a dare soluzione al problema che ci sta davanti.Nonc’è,infatti, da compiere una sorta di esorcismo anti-digitale, si tratta di umanizzare e rendere eticamente ed evangelicamente sostenibile questa ulteriore dimensione della vita umana. Le nuove generazioni, che hanno una dimestichezza “nativa” con i nuovi mezzi dicomunicazione, sono portatrici di una parte decisiva della risposta che dobbiamo articolare. Senza di loro non possiamo farcela, abbiamo – quando li abbiamo – valori forti e una salda idea della solidarietà che dà anima a ogni rete, anche a quella digitale, ma abbiamo anche occhi del passato o entusiasmi simil-giovanili che funzionano da lenti deformanti. Una seria maieutica può e deve aiutare

i nostri figli e le nostre figlie a tirar fuori ciò che hanno in testa e nel cuore per aiutarci a cambiare e a governare il mondo dell’artificialità e rifarne un ambiente e una serie di utensili nella casa comune dell’umanità.

 

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