Ancora su Emilio Lussu e Paolo Pili, di Mario Cubeddu

Venerdì 7 giugno 2019 viene presentato ad Oristano il romanzo “La cancellazione” (ed.  l Maestrale, Nu, 2018) di Mariangela Sedda, autrice di altri romanzi e di raccolte di racconti: riguarda un fatto connesso ai fatti del 31 ottobre 2016, con l’espulsione di Lussu dall’Ordine degli avvocati. In questa città visse ed operò uno dei personaggi del libro, Paolo Pili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si ha spesso, e soprattutto negli ultimi tempi,  l’impressione che la storia non passi mai e che vicende di cento anni fa siano vive e calde come nel giorno in cui sono capitate.

La storia è un modo di raccontare le cose per fare sì che i fatti, i gesti, le responsabilità continuino a vivere nel tempo. Ma dipende da come essa viene raccontata.

Prendiamo la vicenda che si consuma in piazza Martiri a Cagliari la sera del 31 ottobre 1926: l’attacco dei fascisti alla casa di Lussu, un’abitazione aggredita dalla porta di accesso e assediata sul retro da un altro gruppo di scalmanati. Per difendersi Lussu spara da pochi metri alla testa del giovane fascista Battista Porrà;  per questo viene arrestato, processato, e infine assolto.

E’ un fatto lontano, ma i suoi echi arrivano sino a noi; lo testimonia un “romanzo” pubblicato più di un anno fa da Il Maestrale, intitolato “La cancellazione” che riguarda un fatto connesso: l’espulsione di Lussu dall’Ordine degli avvocati. L’autrice è Mariangela Sedda, autrice di altri romanzi e di raccolte di racconti. Questo libro il 7 giugno viene presentato ad Oristano.  In questa città visse ed operò uno dei personaggi del romanzo;  di lui viene presentata un’immagine che merita almeno un migliore approfondimento.

Perché si scrive un romanzo storico?

Possiamo provare a individuare qualche ragione: anzitutto perché, soprattutto in Italia, si ritiene che il romanzo sia di lettura più agevole rispetto a un saggio o a una biografia, e quindi possa vendere meglio e conquistare un maggior numero di lettori.

La seconda ragione è quella che propose  Manzoni quando compose “I promessi Sposi”, il più famoso esempio di romanzo storico della narrativa italiana: l’invenzione del narratore riempie i vuoti mancanti nella documentazione storica, soprattutto quando essa non si è mai occupata delle vite delle persone appartenenti ai ceti subalterni, operai, contadini, donne del popolo, i cosiddetti “umili”. Come si sa, Manzoni non ne scrisse altri, perché convinto che, nel frattempo, la ricerca storica avesse fatto passi avanti, tali da non giustificare l’intrusione dell’invenzione.

La terza ragione riguarda più propriamente il rapporto dello scrittore con la materia storica: la narrazione libera consente una presa di posizione, un giudizio delle azioni umane che allo storico non è consentito. Siamo propensi a includere in questa terza categoria il romanzo storico scritto da Mariangela Sedda.

Certo sull’argomento non si può dire che manchino i documenti e le testimonianze. Appare chiaro che il racconto vuole sanzionare un comportamento particolarmente vile di una parte della classe dirigente cagliaritana nei confronti di Emilio Lussu.

Questa parte è costituita anzitutto dagli avvocati. Un secolo fa sembrava che la politica fosse di loro competenza esclusiva, che vi fosse una continuità tra le arringhe nelle aule di tribunale che, come Gramsci ricorda, avevano un loro pubblico appassionato, e il comizio in piazza. Chi fa lo stesso mestiere è legato da una doppia solidarietà: la corporativa si aggiunge a quella più genericamente umana.

La Commissione dell’Ordine degli avvocati che vaglia l’espulsione di Emilio Lussu  compie un gesto vile a cui non può opporsi nessuno dei suoi membri, poiché essa non fa che applicare una volontà politica, quella fascista, che vuole stroncare la resistenza degli oppositori. Per questo Lussu deve essere individuato come un nemico dello Stato, ormai identificato con le sorti del Partito fascista, e viene considerata indispensabile la testimonianza della massima autorità politica della Provincia, il segretario federale Paolo Pili.

Se pur riluttante, dal momento che non si presenta alla prima convocazione, egli testimonia ciò che lo stesso Lussu da qualche anno rivendica con fierezza: la sua netta opposizione al fascismo, con l’uso di ogni mezzo, compresa l’organizzazione immaginata di tentativi insurrezionali. La procedura, dall’esito scontato, finisce con l’espulsione di Lussu dall’Ordine degli avvocati.

Questi sono i fatti sostanziali. Abbiamo sostenuto che lo scopo del libro è di presentare un giudizio dell’azione di quegli uomini.

Un bravo scrittore, quale indubbiamente Mariangela Sedda si può considerare, avrà raggiunto il suo scopo se il giudizio emerge dai fatti, dalle parole e dalle azioni dei personaggi.

L’ingiustizia nei confronti di Lussu, abbiamo detto, viene compiuta anzitutto dai suoi colleghi avvocati. Come giustificano il loro comportamento i personaggi del romanzo? Non hanno bisogno di giustificarsi, essi fanno ciò che sono abituati a fare: adeguarsi a ciò che il potere richiede da loro. Si sono adeguati a Crispi, a Giolitti, a Sonnino, perché non adeguarsi a un regime che garantisce la sopravvivenza dell’ordine in cui trova posto la loro condizione sociale privilegiata? Essi commettono atti ingiusti per conformismo vile. Eppure ci vengono presentati come persone normali, semplici, da “banalità del male”: hanno le loro comprensibili passione umane: la buona cucina, le donne, Sant’Efisio, il Lido del Poetto.

L’avvocato in maggiore evidenza, che corrisponde nella realtà storica a un signore che ebbe un ruolo importante nella società e nei tribunali cagliaritani, durante e dopo il fascismo, ha accanto a sé una moglie nella fase finale della gravidanza. Quale umanità più toccante di quella di una donna e di un uomo che aspettano il primo figlio? Il secondo deve custodire il nido in cui si replicherà il miracolo della vita; di fronte a questo compito, cosa può contare il destino di un uomo, visto che la sua vita non è in pericolo?

Ben diverso appare nel romanzo il comportamento del personaggio politico oristanese. A lui non viene risparmiata l’ironia del discorso indiretto libero che ne traccia un ritratto morale a tinte scure: “Presuntuoso, ducetto, biddùncolo”.

A questo proposito è il caso di fare alcune precisazioni e di porre qualche domanda. I

Il racconto lascia l’impressione che la maggior responsabilità di quanto fu deciso a Cagliari nell’estate del 1927 ricada sui politici piuttosto che sugli avvocati. Nelle poche righe che accompagnano l’iniziativa del 7 giugno ad Oristano il ruolo di Paolo Pili, per cui si usa la trasparente dicitura di “deputato ex sardista” (tanto valeva chiamarlo con nome e cognome)  viene erroneamente definito di “presidente della Commissione”, cioè primo responsabile del procedimento di espulsione dall’Ordine. Invece, come abbiamo detto sopra, della Commissione fanno parte solo i rappresentanti degli uomini di legge; di essa quindi non fa parte Pili che era un perito agrario. Degli avvocati, che furono quelli che concretamente decisero l’espulsione di Lussu dall’Ordine, anche in questa presentazione vengono messe in luce soprattutto le debolezze umane.

Si può ribadire che Paolo Pili non fu affatto il motore di tutta questa vicenda, anche se sembra azzardato affermare che ne sia stata una vittima.

E qui arriviamo alla domanda che intendiamo porre: è possibile raccontare questa vicenda ignorando tutti i fatti precedenti e collaterali che soli possono far capire cosa veramente è avvenuto dopo la sera del 31 ottobre 1926? Se questi elementi vengono ignorati, la realtà risulta travisata, poiché non si tiene conto del fatto che Paolo Pili non solo non aveva nessuna intenzione di perseguitare Lussu, ma contribuì a salvargli la vita e a fargli avere un processo giusto, che si concluse con la sua assoluzione.

Emilio Lussu non aveva una buona memoria, o nel raccontare i fatti la fantasia letteraria gli prendeva la mano, se è vero quanto Giovanni Sabbatucci, il maggiore storico del combattentismo, scrive a proposito dell’attendibilità relativa dei fatti raccontati in “Marcia su Roma e dintorni”. Affidarsi totalmente alle sue parole, invece che ai documenti storici, può portare fuori strada. Il suo giudizio, d’altronde, muta col tempo. Prima di diventare un riconosciuto eroe della lotta al fascismo, nel febbraio del 1923 scriveva che la fusione tra Partito sardo e Partito fascista avrebbe consentito alla Sardegna di realizzare un salto nello sviluppo  e nel progresso. Ancor più importante fu il suo ruolo nel quarto congresso del PSdA, a Macomer, nel marzo dello stesso anno, dove fu approvata sostanzialmente la sua linea, che condusse Paolo Pili ad entrare nel Partito Fascista. Lussu poi cambiò idea. Ma ancora nel 1932 a Parigi, in un discorso rivolto agli operai sardisti emigrati, per criticare la vantata concessione del miliardo alla Sardegna nell’autunno del 1924 e accusare Pili di essersi “venduto” per questo, dirà: E non molto tempo dopo un altro, fino ad allora incorrotto e sdegnoso, promette di vendere sé e gli altri, in cambio della formale promessa di un miliardo alla sua regione.

“Incorrotto e sdegnoso” detto da Lussu nel 1931 delinea un’immagine differente da quella trasmessa nel romanzo. Che il miliardo fosse un’illusione può darsi, ma era stato ottenuto per costruire le scuole e gli acquedotti che con quei soldi vennero realizzati, non per arricchire Pili.

Anche qui Lussu cambiò idea e, a partire dal 1944, Pili diventa per Lussu l’incarnazione di quanto di peggio esista in politica, a partire dal fascismo. Eppure Paolo Pili era stato escluso dal potere proprio nel 1927, nei giorni in cui avveniva “la cancellazione”, e sarebbe stato espulso dal partito pochi mesi dopo (visse quindi da privato ed emarginato gli anni del vero e proprio regime fascista). Lussu, in un articolo che comparve anonimo su Il Solco nel 1944, scrisse che nel 1926 Pili aveva voluto la sua morte.  Non potendo individuare l’autore, Pili querelò il Direttore del giornale, Titino Melis. Quest’ultimo fu costretto a indagare sulla verità dei fatti ed interpellò il Prefetto Spano, che aveva gestito la vicenda nell’autunno del 1926. Ne ebbe una testimonianza che scagionava totalmente Paolo Pili e gli attribuiva anche il merito di aver sostenuto la tesi della legittima difesa che avrebbe prevalso poi nel processo.

Il giudizio negativo sull’ex compagno di partito che Paolo Pili scrisse nel corso dell’istruttoria, su richiesta ripetuta della Commissione dell’Ordine degli avvocati, riportato fedelmente nel romanzo, non va certo a suo onore.

La vicenda di Paolo Pili dentro il fascismo dura lo spazio breve di quattro anni. Su di essa ha scritto poche parole definitive Antonio Gramsci. Nella sua figura e nella sua opera si  consumano le ambiguità del sardismo, con un percorso parallelo a quello di Emilio Lussu, il cui distacco ideale dal movimento avviene in coincidenza con il confino e l’esilio. Nel 1951 chiederà addirittura che la tessera del Partito Socialista a suo nome porti la data del 1919, quasi a cancellare l’esperienza sardista dalla sua vicenda politica.

I leader dei combattenti non avevano preso sul serio la scoperta della “nazione sarda” da parte dei contadini e dei pastori nelle trincee in cui i loro compagni e amici lasciavano la vita a migliaia. Si accontentavano di un “risarcimento” di progresso e sviluppo in cambio del sangue versato. Per questo l’approdo ai partiti nazionali era il percorso inevitabile per entrambi, uno con l’adesione temporanea al fascismo, l’altro al socialismo.

Chi conosce le vicende politiche  e umane vissute da Paolo Pili, nei mesi successivi al trionfale viaggio in America che preparano la sua caduta, è disposto a concedergli comunque una comprensione umana almeno pari a quella concessa agli avvocati del foro di Cagliari che vollero, o accettarono, la cancellazione di Emilio Lussu dall’Ordine.

 

Riferimenti:

Mariangela Sedda, La cancellazione, Il Maestrale, Nuoro 2018.

Il Sardo-fascismo, fra politica, cultura, economia, Convegno di studi Cagliari 26-27 novembre 1993, Edizioni Fondazione Sardinia 1994.

A morte Lussu!, a cura di Salvatore Pirastu, ANPPIA Cagliari 1995

Emilio Lussu, Sul Partito d’Azione e gli altri, Note critiche Mursia 2009.

Omaggio a Francesco Fancello, politico, narratore, giornalista. Atti del Convegno di Cala Gonone 2000,  Condaghes 2001.

Il VII Congresso dei Combattenti e il IV dei fascisti a Nuoro, La Nuova Sardegna 5/6 marzo 1923.

Tribunale di Cagliari, Sentenza di rinvio a giudizio di Emilio Lussu per eccesso di legittima difesa 30 maggio 1927.

Salvatore Cubeddu, Sardisti, Viaggio nel Partito Sardo d’Azione tra cronaca e storia, volume I  EDES  1993.

Emilio Lussu, Tutte le opere  2. L’esilio antifascista , a cura di Manlio Brigaglia, AISARA 201.0
Mario Cubeddu, Lontano dall’Italia. Storie di nazionalizzazione della Sardegna. Edizioni Condaghes 2015..
Condividi su:

    4 Comments to “Ancora su Emilio Lussu e Paolo Pili, di Mario Cubeddu”

    1. By Marina Moncelsi, 6 giugno 2019 @ 16:38

      Buonasera. Non capisco da quale pagina del libro lei abbia tratto l’ affermazione che Pili facesse parte della Commissione. Di Pili, invece, si parla circa la testimonianza scritta (cosa reale e documentata). Dell’onorevole Pili si possono dire cose buone e altre meno, ma non è vero che l’ Autrice gli abbia caricato più responsabilità di quanta ne abbia avuta. La ringrazio per l’ospitalità.
      Marina Moncelsi

      • By Mario Cubeddu, 7 giugno 2019 @ 11:04

        Come ho scritto nell’articolo, la frase ” Intorno si muovono i comprimari di cui si compone la Commissione: il Presidente, deputato ex sardista, un bellimbusto che vive in modo superficiale la sua parte nella vicenda, un equilibrato professionista, e un personaggio taciturno, testimone eccellente in contatto diretto con Mussolini” è contenuta nella presentazione e nella locandina curata dagli organizzatori, tra cui so che c’è anche lei, e non nel libro. Quanto a Paolo Pili e ai suoi rapporti con Lussu il discorso è solo accennato in realtà nel mio articolo; ci sarebbe tanto da dire, a partire dai libri di Nieddu e Sechi di parecchio tempo fa. Libri seri purtroppo poco letti.

    2. By Mario Pudhu, 3 giugno 2019 @ 05:55

      «I leader dei combattenti non avevano preso sul serio la scoperta della “nazione sarda” da parte dei contadini e dei pastori nelle trincee in cui i loro compagni e amici lasciavano la vita a migliaia. Si accontentavano di un “risarcimento” di progresso e sviluppo in cambio del sangue versato. Per questo l’approdo ai partiti nazionali era il percorso inevitabile per entrambi, uno con l’adesione temporanea al fascismo, l’altro al socialismo.»
      Perfetu, Mario: est sa cusseguéntzia ‘logica’ de totu sa pulítiga dipendhentista/regionalista (partidos “nazionali” o “sardistas”), pulítiga “rivendicazionista”, peduliana (de parte nostra, o de “solidarietà” de ingannu e domíniu de parte italiana), cun a fundhamentu sa dipendhéntzia e no fundhada in su diritu/dovere, libbertade/responsabbilidade de sa natzione sarda e personale de donzi Sardu.
      Tenes resone (al netto” de totu sos méritos puru chi donzunu at tentu), ma est própriu gai, tandho e como, e sa cosa grave est chi nois no amus imparadu nudha (inoghe s’istória “non docet”! pro s’ignoràntzia coltivada e sa mandronia e ingannu, pro no nàrrere de s’aprofitamentu personale e de “butega”, ateretantu coltivados).
      Ma como, a su postu de sighire a prànghere, est in discussione sa libbertade e responsabbilidade nostra. Est custa sa ‘cosa’ chi depimus iscobèrrere, ca sa veridade istórica est gai manna e seculare chi che tiat bogare sos ogros fintzas a su tzegu si pagu pagu chircaiat de abbaidare pro la bídere. O cherimus èssere prus handicapados e irresponsàbbiles de sos tzegos?

      • By Anonimo, 3 giugno 2019 @ 12:31

        Mario, e ita ti potzo narrer apusti de sas cosas zustas chi iscries? sa cosa chi potzo penzae est a sighiri a battalliae po su chi podeus, ma ti naru ca iu a cherrer atiros sardos de nd’allegae e de si ponner impare.

    Lascia un commento