EVVIVA LA SOVRANITA’. E’ IL CUORE DELLA POLITICA, di Carlo Galli.

Sommario: 1) Chi è  CARLO GALLI, 2) Articolo di Galli: Evviva la sovranità. E’ il cuore della politica. 3) Articolo di Pasquino: Abbasso il sovranismo. Teniamoci stretta l’UE. Da LA LETTURA, settimanale culturale del Corriere della sera, 28 aprile 2018 .

 

 

 

 

 

 

GIANFRANCO PASQUINO                                   CARLO GALLI

CARLO GALLI, chi è ….

Nato a Modena nel 1950, Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche , all’Università di Bologna. Studioso del giurista e politologo tedesco Cari Schmitt, sul cui pensiero ha pubblicato l’ampio studio Genealogia della politica (il Mulino, 1996}, è stato deputato del Pd, da cui è uscito per approdare a Sinistra ecologia e libertà e quindi al gruppo Articolo Uno. Sulla sua esperienza parlamentare ha scritto il libro Democrazia senza popolo (Feltrinelli, 2017}. Nel 2018 ha pubblicato il saggio Marx eretico (il Mulino}. Dirige la rivista «Filosofia politica» …. Carlo Galli presenta il libro Sovranità a Genova sabato 4 maggio presso il Palazzo Ducale, alle ore 16, per la rassegna «I giorni del libro piccolo», a cura di David Bidussa, organizzata dalla Fondazione Palazzo Ducale e dal Centro Primo Levi . Un altro incontro sul libro di Galli si svolgerà lunedì 13 maggio a Bologna. Il dibattito, in programma alle ore 18.30 presso la Libreria Coop Ambasciatori (via Orefici 19}, vedrà l’autore confrontarsi con i politologi Angelo Panebianco e Gianfranco Pasquino.

E appena uscito da Laterza il libro di Gianmarco Ottaviano Geografia economica dell’Europa sovranista (pp. 164, € 16). Un esempio di. sovranismo di destra è il libro di Alain de Benoist La fine della sovranità (traduzione di Marco Tarchi e Caterina Zarelli, Arianna, 2014}. Per il sovranismo di sinistra Thomas Fazi e William Mitchell, Sovranità o barbarie (Mimesis, 2018}.

Contro il sovranismo: Stefano Feltri, Populismo sovrano (Einaudi, 2018}

 

 

EVVIVA LA SOVRANITA’. E’ IL CUORE DELLA POLITICA, di Carlo Galli.

 

Si tratta di un concetto che esprime l’energia vitale e la proiezione ideale di ciascun Paese. Non la esercitano solo Stati Uniti, Cina e Russia ma anche le potenze del Vecchio Continente. Solo che l’euro, pensato secondo i dettami austeri della cultura tedesca, ha creato un assetto ibrido e instabile che mina la democrazia.

 

La lotta politica in Italia si è semplificata intorno alla contrapposizione fra un male e un bene: il mondialismo, o l’europeismo (che non sono la stessa cosa), l’accoglienza, la democrazia, contro la sovranità, l’autoritarismo, la xenofobia. In questa contrapposizione viene ricompresa quella fra destra e sinistra: la sovranità è la destra, e la lotta contro di essa è la sinistra. Ma la sovranità è una cosa più complessa, e non è possibile sbarazzarsene derivandone un termine ingiurioso, sovranismo.

La sovranità è un concetto esistenziale. Ha a che vedere con il fatto che un corpo politico (un popolo, una nazione) esiste nella storia e nello spazio, e che ha una volontà e una capacità di agire. C’è esistenza politica se c’è sovranità.

La sovranità è l’ordine giuridico che vige in un territorio: un ordine che, come una prospettiva pittorica, ha un fuoco che ne è l’origine e il vertice. Un ordine che protegge i cittadini, rendendone prevedibile l’esistenza. L’ordine dello Stato.

Ma la sovranità è anche un concetto politico: è energia vitale e proiezione ideale di un soggetto che afferma sé stesso, che persegue i propri interessi strategici. E che mentre si afferma, esiste, sia che dica «We the People» (come nella Costituzione degli Usa) , sia che dica «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Questa affermazione è, spesso, una rivoluzione: l’altra faccia della sovranità. La rivoluzione, infatti, abbatte una forma invecchiata della sovranità per darne vita a un’altra, più adeguata ai tempi. Qui c’è l’aspetto formidabile e rischioso della sovranità, la sua capacità di creare ordini attraverso il disordine, norme attraverso l’eccezione; e anche il suo affacciarsi sulla possibilità della guerra. E c’è anche la sua dimensione sociale: la sovranità è il prodotto di quelle classi che di volta in volta hanno la forza e le idee per immaginare e plasmare l’intero assetto politico di una società.

Insomma, la sovranità è un equilibrio di stabilità e di dinamismo, di ordine e di forza, di diritto e di politica, di protezione e di azione, di pace e di guerra. La storia d’Europa è una storia di nazioni che lottano per essere sovrane, e di lotte all’interno degli Stati perché la sovranità abbia un volto umano, perché se ne tengano a freno gli aspetti più inquietanti, che tuttavia è impossibile cancellare.

Ma, si dice, la sovranità dei singoli Stati non ha senso nell’età globale; oggi l’economia, con le questioni che essa porta con sé, scavalca le sovranità e i loro confini, i loro ambiti ristretti. Capitalismo e migrazioni sfidano la sovranità, la rendono un concetto obsoleto. Le forme del potere, dell’economia e del diritto sono, oggi, fluide, sganciate dallo spazio e dai territori: sono «reti», e non hanno «vertici». Lo spazio della politica è il mondo, non lo Stato. Oppure, in alternativa a questa narrazione mondialista, si afferma che, per gestire con successo le dinamiche politiche ed economiche globali, è l’Europa che deve avere sovranità, non i singoli Stati.

Tuttavia, se ben guardiamo, la scena internazionale è ancora il teatro di sovranità politiche che agiscono (anche militarmente) in parallelo con le forze economiche; e queste hanno sì estensione globale, ma hanno anche un’origine e un orientamento precisi: esistono insomma, differenziate, le sovranità della Cina, degli Usa, della Russia, della Turchia, di Israele, dell’India, del Brasile (solo per fare qualche esempio), ed esistono capitalismi nazionali che si dispiegano nel mondo. E, per venire all’Europa, esistono le sovranità di Germania e Francia, di Gran Bretagna e Spagna, eccetera, con le loro politiche estere; ed esistono i rispettivi capitalismi, più o meno aggressivi.

L’Unione Europea, poi, è un insieme di Stati sovrani, alcuni dei quali hanno rinunciato alla sovranità monetaria per creare una moneta unica, ma hanno conservato la sovranità fiscale (di bilancio), oltre che gli ordinamenti giuridici e istituzionali nazionali. È un insieme di Stati in cui prevale in ultima istanza il Consiglio dei capi di Stato e di governo, dove pesano i rapporti di forza fra le diverse sovranità. Insomma, la Ue non ha sovranità; non sa identificare né perseguire propri interessi strategici. A differenza degli Usa — federazione sovrana di Stati non sovrani —, la Ue è un insieme non sovrano di Stati sovrani, che hanno un vincolo comune, la moneta, pensata secondo i parametri austeri del pensiero economico tedesco, l’«economia sociale di mercato». Un vincolo che divide, che crea effetti disomogenei — benefici per alcuni Stati e per alcuni strati sociali, meno per altri. I «sovranismi» sono infatti la protesta degli strati deboli (non solo degli Stati deboli, ma ormai di gran parte dell’Europa) contro le conseguenze sociali del paradigma economico vigente, e anche contro il fenomeno delle migrazioni. Sono una richiesta di protezione e di stabilità — intercettate da destra, ma in sé non di destra —, rivolta al soggetto politico, lo Stato, che, come Stato sociale, a suo tempo se ne era fatto carico.

L’Europa è in bilico, quindi, fra due ipotesi: costruire un’Unione sovrana, federale, certo, ma capace di assumersi gli oneri sociali e i rischi geostrategici di una vera sovranità continentale, come chiedeva il Manifesto di

Ventotene — il che significa, tra l’altro, politica estera unica e politiche fiscali comuni, ovvero una diminuzione del peso degli Stati e un aumento del peso del parlamento di Strasburgo e della Commissione; oppure accrescere la capacità politica dei singoli Stati abbassando il peso del vincolo comune. O una sovranità europea o diverse sovranità statali, collaborative ma autonome. Non l’ibrido instabile che oggi genera tensioni e ribellioni che mettono a rischio gli assetti democratici europei.

Quanto sia plausibile, probabile o desiderabile una ipotesi o l’altra, quanta energia politica delle élite nazionali o dei popoli europei sia disponibile per l’una o l’altra, dovrebbe essere il vero oggetto di dibattito politico. Anziché demonizzare o idolatrare la sovranità, si dovrebbe insomma riconoscere che questa, su scale differenti, è ancora la serissima posta in gioco della politica.

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Abbasso il sovranismo. Teniamoci stretta l’UE , di Gianfranco Pasquino

 

Il sovranismo, come molti degli “ismi” che circolano, contiene qualcosa di esagerato e inquietante. Cerca di darsi una patina democratica richiamandosi alla sovranità che, secondo l’art. 1 della Costituzione italiana “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche se i sovranisti non si fanno mancare qualche scivolone populista, più che di popolo (“prima gli Italiani”, “Veri Finlandesi”, “Svedesi Democratici”) il loro sovranismo è fatto, soprattutto, di esaltazione della nazione, con frequenti e, per l’appunto, inquietanti cedimenti al nazionalismo. La nazione sovranista si definisce con riferimento al sangue e al territorio; è primitiva, fondata su tradizioni, reali o costruite ad arte, che servono per segnare differenze e per escludere, ma che, non poche volte, si traducono in gravi episodi di xenofobia e persino di razzismo. È una nazione che finisce per essere governata secondo modalità da democrazia illiberale che nega diritti agli oppositori. Infine, è una nazione da proteggere e promuovere senza nessuna commistione, alla quale spetta la sovranità integrale che non può essere mai ceduta a qualsivoglia organismo sovranazionale. Nemico sicuro dei sovranisti è l’art. 11 della Costituzione italiana laddove detta limpidamente che l’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel loro esplicito tentativo di (ri)affermare la sovranità nazionale, i sovranisti accusano l’Unione Europea di avere espropriato quella sovranità. Dimenticano e nascondono che, invece, sono ripetutamente stati i loro governi e i rispettivi Parlamenti a cedere all’UE consapevolmente e deliberatamente parti della sovranità, italiana e degli altri Stati-membri, nell’intento, largamente conseguito, di creare pace e di produrre prosperità. Sono stati e rimangono questi gli obiettivi principali che, operando da solo, nessuno Stato nazionale è in grado di conseguire. Nessun isolamento di singoli stati europei potrebbe nel mondo contemporaneo essere splendido, ma risulterebbe del tutto sterile. Che, poi, la sovranità italiana non rifulga nei contesti internazionali, tanto meno nell’Unione Europea e non produca esiti apprezzabili non dipende da cospirazioni anti-italiane né da mai chiaramente identificati poteri forti, ma dalla mancanza di credibilità e dall’inadeguatezza di troppi dei nostri rappresentanti.

Recuperare la sovranità nazionale, sia quella volontariamente ceduta sia quella colpevolmente perduta, significa, secondo i sovranisti, riconquistare anche il potere del popolo, per il popolo, vale a dire la democrazia. Se le decisioni più rilevanti per una nazione sono effettivamente prese a Bruxelles, se i rappresentanti liberamente e democraticamente eletti in Italia e altrove non hanno il potere di decidere le politiche economiche e sociali che preferiscono e che hanno proposto ai loro elettori ottenendone il voto, allora sarebbero la stessa sovranità popolare e, di conseguenza, la democrazia a essere negate. Il popolo elegge rappresentanti costretti a sottostare a decisioni prese altrove (sulle quali, però, se fossero capaci, credibili, e competenti potrebbero incidere sostanzialmente), diventando tecnicamente e politicamente non-responsabili, irresponsabili.

I sovranisti sostengono che soltanto loro sono in grado di recuperare la sovranità, riportandola nelle mani dei politici eletti dal popolo e, al tempo stesso, riacquistando il consenso e la fiducia della cittadinanza, che, venuti meno, hanno colpito al cuore non poche fra le democrazie realmente esistenti. Il sovranismo afferma che non sarà la, comunque molto complicata e altrettanto lenta e densa di contraddizioni, unificazione federale dell’Europa a dare una risposta capace di rimediare ai problemi delle democrazie europee. Il sovranismo sostiene che nel trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali al livello sovranazionale non si è affatto affermata una nuova più elevata sovranità democratica e popolare. Al contrario, la sovranità nella sua espressione sovranazionale è diventata preda di burocrati e tecnocrati, senza volto, “senza patria” e, come disse memorabilmente, con una punta di suo personale sovranismo, il Gen. de Gaulle, (politicamente e democraticamente), “irresponsabili” .

Poiché ciascuno dei sovranisti si dedica al perseguimento degli interessi nazionali e ha una visione che raramente va oltre i confini della sua nazione è destinato a entrare in conflitto con tutti gli altri sovranisti. Il sovranismo in un solo paese si rivelerebbe altrettanto inadeguato e controproducente quanto fu il socialismo in un solo paese. È sorprendente come, in alcuni paesi, fra i quali l’Italia, si trovino spezzoni di sovranismo, in particolare in versione anti-europeista, nei ranghi della sinistra che si distingue dal sovranismo di destra solo per qualche critica più puntuale alle politiche neo-liberiste e al capitalismo finanziario che l’UE non sarebbe in grado di contrastare. Se è stato, e continua ad essere, il più o meno impetuoso vento della globalizzazione a investire in maniera tracotante le strutture e le pratiche nazionali e democratiche di ciascun paese, se ai problemi più gravi –rilancio dell’economia, accoglienza dei migranti, contenimento delle diseguaglianze sociali, non riesce a rispondere in maniera apprezzabile un’organizzazione sovranazionale, ricca e sostanzialmente solida, come l’Unione Europea, chi può illudersi che avranno successo politiche nazionali elaborate e attuate da Stati “sovrani” inevitabilmente in concorrenza fra di loro? Quasi sicuramente il sovranismo sarà inefficace e probabilmente diventerà pericoloso. In un mondo dove si confrontano grandi potenze, USA, Russia, Cina, forse India, in competizione fra loro, il sovranismo è un’illusione fondata su un’erronea analisi dei processi economico-sociali e degli imperativi politici, destinato a sfociare in una delusione che gronda rischi di guerre commerciali e, addirittura, di rivendicazioni territoriali.

Pubblicato su La Lettura n 387 – 28 aprile 2019

 

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