Sangue del martirio del primo maggio, di Daniele Madau

EDITORIALE,   della Fondazione

 

I sardi, spesso così divisi, come lettere di una parola senza suono, che si danno figli senza futuro, il primo maggio camminano sui petali; come in un trionfo, però, senza vittoria, come nel paradiso degli umili, uniti nel sangue del martirio, di un S.Efisio guerriero ma anche disoccupato, operaio, in quanto santo di tutti i sardi.

Quando ero bambino, e con me i miei compagni di classe, il primo maggio era solo S. Efisio: spettava alla maestra, anche con un certo tono severo, ricordarci che si celebrava la Festa del Lavoro.

Ma per me erano solo parole vuote; per anni il primo maggio ha continuato a essere la giornata in cui la mia famiglia poteva aprire la porta del cocchio, sotto lo sguardo vigile della confraternita e pressata dai fedeli, posare un mazzo di fiori ai piedi del santo e, mentre la porta già si chiudeva, sfiorare velocemente la sua mano. Le sirene suonavano e in fondo, vicino alla semoleria Cellino, si vedeva ancora il brulicare di colori dei vestiti tradizionali a riempire gli occhi.

Era il giorno più bello dell’anno.

Crescendo, da ragazzo dal cuore inquieto e appassionato di musica, ho scoperto il primo maggio che consacra il lavoro grazie al concerto, quello di piazza San Giovanni in Laterano a Roma, dove i ragazzi si ammucchiano a decine di migliaia.

Lavoro e martirio: un ossimoro? Un’antinomia? Per la Sardegna, forse una coppia di termini siamesi, destinati a rimanere uniti.

Il martirio quotidiano di una famiglia che ha speso, spende e spenderà migliaia di euro per far studiare un figlio all’università per poi vederlo penare e mendicare un lavoro degno, prima di salutarlo e vederlo partire per l’estero. Il martirio dei disoccupati, degli ex operai, delle donne invisibili per il mercato del lavoro, tutti a desertificare e a essere desertificati da territori spesso frettolosamente definiti ‘i più poveri d’Italia’.

Ma il loro martirio, come il loro lamento spesso silenzioso, non sarà invano, noi ci crediamo.

S. Efisio ha liberato i sardi dalla peste e dalle navi francesi, lo farà anche dall’ignavia, dall’incompetenza, dal poco coraggio, dal vittimismo, dalla corruzione, dal mancato desiderio di bellezza e futuro: di coloro che hanno il potere e le responsabilità politiche ma anche nostri, perché la Sardegna, il suo presente e il suo futuro, sono sotto la responsabilità di tutti.

Sì, noi ci crediamo: verrà un futuro in cui la Sardegna non sarà terra di spopolamento, inquinamento, povertà.

S. Efisio ci libererà, a un patto però: quello di usare la nostra mente, il nostro cuore e le nostre mani.

E allora la Sardegna sarà una terra di lavoro, concorrendo così alla bellezza del mondo, fino ultimo del lavoro di ogni uomo.

Per chiudere, pensavo di scrivere un verso dei goccius di S. Efis, con la loro melodia patrimonio della nostra musica. Lo sguardo, però, mi è ricaduto sulle prime righe di questo breve editoriale e, allora, la chiusura sarà più audace. Mi son sembrati versi, le prime righe, di una poesia che riscrivo spontaneamente, per S. Efisio glorioso, per il suo martirio e quello di tutti i sardi.

 

I sardi

così divisi

lettere di una parola senza suono

che si danno figli senza futuro

oggi camminano sui petali

come in un trionfo senza vittoria

come nel paradiso degli umili

oggi uniti nel sangue del martirio.

S. Efisio guerriero

disoccupato, operaio.

 

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