Pietro Mastino nel ricordo di Lello Puddu e Nino Ruju, ed in quello della rappresentanza consiliare all’indomani della morte, cinquant’anni fa (terza ed ultima parte), di Gianfranco Murtas

 

Sono passate le settimane e i mesi e credo proprio che né Nuoro (nonostante l’appello di Annico Pau, già sindaco del comune capoluogo provinciale e segretario regionale repubblicano) né la politica sarda abbiano ricordato Pietro Mastino nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa.

Appartenne integralmente – il senatore Mastino – alla democrazia isolana, appartenne agli ideali migliori della Repubblica e dell’autonomia speciale, appartenne al sardismo più consapevole della necessità di relazioni virtuose, nella cultura e nell’economia, per l’oggi e il domani. Fu parlamentare e costituente, fu uomo di governo, fu un grandissimo avvocato, fu un umanista di rara finezza, deleddiano e sattiano per gusto e con passione.

Spiace la dimenticanza, segno dei tempi. I piccoli uomini, quando sono piccoli davvero, dimenticano i grandi e non si fanno scrupoli: li dimenticano subito e si rinchiudono nelle contingenze senza respiro. E l’agora politica di oggi, a Roma come a Cagliari o a Nuoro, mi sembra proprio mignon.

Invece io volevo rappresentarli, i piccoli uomini, o forse gli altri piccoli uomini, quelli che hanno avuto la fortuna di leggere e studiare la vita delle maggiori personalità della vita pubblica, civile e politica, con la stessa seria applicazione con cui avrebbero letto e studiato le vicende dei santi. Per questo mi sono sforzato, in questi ultimi tempi, di richiamare una memoria che si disse allora – nel lontano-vicino 1969 – fosse destinata a durare, ad ispirare il fare della classe dirigente sarda, l’azione anche istituzionale per il bene del popolo, nell’interesse sempre generale.

Non ho avuto risultato. Mosso dalla consapevolezza del proprio debito, qualcuno, speriamo, rialzerà un giorno la bandiera ideale di Pietro Mastino e del miglior sardismo repubblicano in cui entrarono, con la stessa dignità e pur nelle distinzioni personali, uomini come Luigi Oggiano e Giovanni Battista Melis, come Gonario Pinna anche per restare a Seuna, alla Nuoro del cuore e delle fiere battaglie per la democrazia.

Concludo, per adesso, questo mio ritorno al Maestro di democrazia repubblicana e sardista, proponendo alcune testimonianze di chi lo ammirò: innanzitutto di Lello Puddu, a lungo segretario regionale repubblicano, che ne scrisse su La Nuova Città – il periodico dell’indimenticato amico Cesare Pirisi – dell’aprile-maggio 1989, nel ventennale del grande lutto. Accompagno questo breve scritto con il colonnino di presentazione che lo stesso Pirisi firmò, associandosi alle espressioni facili e doverose di omaggio a tanta memoria.

Allo scritto di Puddu seguono alcuni degli interventi svolti in Consiglio regionale nella seduta del 27 marzo 1969: primo fra tutti quello di Nino Ruju, esponente sassarese di quell’ala del PSd’A che – sostenuta dallo stesso senatore (fu tale, di diritto – perché parlamentare aventiniano dichiarato decaduto dal fascismo nel 1926 – nella prima legislatura repubblicana) – compì il passo decisivo che portò alla scissione di alcuni mesi prima: contestando la linea tendenzialmente (davvero soltanto tendenzialmente) indipendentista affermatasi ai vari congressi provinciali sardisti, ad iniziare proprio da Sassari nel 1965, e poi al regionale del 1968, Ruju con numerosi altri amici ispirò la candidatura, alle politiche di quello stesso 1968, di diversi dirigenti del PSd’A nella lista repubblicana. Doveva essere, idealmente (ma non nel rispetto dello statuto e dei nuovi deliberati), la continuazione della linea affermatasi nel 1963, quando la lista dell’Edera aveva consentito l’elezione parlamentare di Giovanni Battista Melis (che conquistò allora il seggio grazie al decisivo apporto dei “resti” repubblicani nelle circoscrizioni del continente). Ne venne l’espulsione dei rei – dei candidati cioè (fattisi concorrenti dei sardisti candidati nella lista dei Quattro Mori) – e con gli espulsi conclusero la loro militanza nel Partito Sardo anche i due consiglieri regionali – Ruju e Puligheddu – che li avevano appoggiati. Anche Mastino, e con lui Luigi Oggiano, lasciò il campo, non senza aver firmato un documento che poteva valere anche come suo testamento politico.

Lello Puddu: «Mastino l’umanista, l’avvocato, l’uomo delle istituzioni»

Con Pietro Mastino, vent’anni addietro, scomparve una delle più illustri personalità del capoluogo barbaricino. Penalista, non a torto, ritenuto il principe del foro sardo per la dialettica superiore. Avvocato e politico insigne, oratore brillante e affascinante per l’acutezza del ragionamento e per il linguaggio appropriato. Fu deputato, senatore, sottosegretario, sindaco di Nuoro.

Pubblichiamo, in segno di omaggio, un ricordo dettato per il nostro giornale da Lello Puddu, che di Mastino è stato sincero ammiratore anche nella sua qualità di massimo dirigente del PRI in Sardegna. Ricordiamo che Pietro Mastino si attestò sulle posizioni del Movimento sardista autonomista, il quale, staccatosi dal PSd’A nella seconda metà degli anni Sessanta, confluì nel partito repubblicano». Cesare Pirisi)

 

Nell’autunno del ’68 andai a trovare Pietro Mastino e accompagnato da un piccolo registratore gli feci press’a poco questo discorso: “Che cosa sarà fra 50 anni il ricordo di un uomo che nella città, per non dire nella Sardegna, ne ha accompagnato un po’ la storia? Che eredità può lasciare la sua presenza, le idee che ha professato, il senso delle sue battaglie, delle sue illusioni o delusioni, delle sue speranze? E’ possibile, anche se non probabile, che tutto si riduca ad una targa o all’intitolazione di una via. Lei ha perciò questa possibilità: abbassare questo tasto rosso e raccontare la sua vita, quella dei giorni che lo hanno visto protagonista, dei primi passi di avvocato, della nascita dei movimenti dei combattenti e del partito sardo d’azione, delle prime lotte antifasciste e della parentesi del ventennio. E poi il primo incontro di libertà nel Palazzo delle “Corporazioni”, l’avvio dell’attività politica, l’elezione all’Assemblea Costituente e la nomina al Senato di diritto, l’incarico di Sottosegretario con Parri e De Gasperi, la guida della città e i mille episodi dei tribunali e delle Corti di Assise. Potrà lasciare tutti questi ricordi alle generazioni future se abbasserà il tasto rosso e parlerà”.

Questo è il discorso che feci e Mastino sulle prime aderì alla richiesta, ma dopo qualche mese, restituendomi il registratore, mi disse: “Come forse saprai io sono un buon lettore, un discreto parlatore ma un pessimo scrittore. Quindi non ho scritto niente delle cose che, mi rendo conto, avrei dovuto scrivere già da tempo. Quanto al parlare, pur avendo facilità – come dico – il fatto di non avere di fronte nessuno mi paralizza. Raccontare ad una macchina non mi stimola, non mi induce alla concentrazione e quindi – eccoti il registratore – esso è vuoto. Davvero amareggiato me ne tornai con le pive nel sacco, rammaricandomi di aver perduto la grande occasione di sentire qualche squarcio della vita della Sardegna raccontata da Pietro Mastino con lo stile di perfetto letterato che non abbandonava mai in qualunque sede parlasse, parlamento, aula giudiziaria o discussioni e incontri tra amici. Ma qualche mese più tardi, manovrando la bobina del registratore, quale non fu la mia sorpresa nel constatare che ciò che Mastino aveva detto non era completamente vero. Il nastro era stato utilizzato almeno per dire qualche decina di poesie di Satta, Carducci, Foscolo, Gozzano, leopardi con quella sua loquela armoniosa di nuorese, con una forza e una passione tale che la stessa scelta delle poesie era già essa un carattere distintivo della sua collocazione politica e civile. Non ha sbagliato Michelangelo Pira nel dire che quando Mastino lasciò la carica di Sindaco si rompeva un filo che legava Nuoro alla sua grande tradizione democratica laica, ad Asproni e a Pinna, a Siotto Elias, Dessanay, a Rubeddu e a tutti coloro che fecero della città “terra galana, de Logudoro, repubblicana”.

Per coloro che ne professano i valori più elevati Mastino, a 20 anni dalla scomparsa, rappresenta sempre uno dei più straordinari contributi della cultura democratica e laica alla storia di Nuoro, della Barbagia e della Sardegna tutta.

 

Nino Ruju: «Era un idealista senza illusioni»

Il 4 marzo scorso Pietro Mastino ha chiuso la sua esistenza. La storia della Sardegna perde con lui un protagonista, certamente fra i maggiori, delle vicende di questo nostro secolo.

Ed a ben guardare a questi ultimi 70 anni, non si può dire che siano mancati avvenimenti di grande rilievo. Il popolo sardo vive la sua grande stagione di fede in un avvenire migliore. Movimento dei combattenti, partito sardo d’azione, l’antifascismo, l’autonomia, la rinascita sono i momenti esaltanti di questa stagione, e Pietro Mastino non manca ad alcuno di questi appuntamenti. La sua biografia politica non sarebbe però completa senza un riferimento agli anni antecedenti a quelli del combattentismo. D’altro canto nel 1912 la sua firma si unisce a quella di Attilio Deffenu e di Francesco Dore, il deputato di Olzai, nel sottoscrivere insieme ai primi meridionalisti di allora il manifesto contro il protezionismo. Risaliamo così, era nato Mastino nel 1883, a quell’inizio del secolo, che è visto ormai da molti studiosi come un crogiuolo di energie e di intelligenze tutte tese al recupero dei valori libertari e democratici del risorgimento italiano. Salvemini, Fortunato, Ghisleri, De Viti De Marco, Villari, Colajanni sono solo alcuni dei nomi che dominarono la scena della politica e della cultura di quel periodo. E Pietro Mastino ebbe rapporti direttamente o indirettamente con tutti questi.

In quel tempo la democrazia italiana, alla ricerca di un maestro autentico, scopriva Carlo Cattaneo e ritrovava così quel grande filone che la ricollegava al movimento democratico del Risorgimento. Fu quindi ad uomini che attinsero a questo insegnamento che si offrì l’occasione di un’esperienza organizzativa come quella del combattentismo del 15-18.

Fu dall’incontro di grandi aspirazioni ideali e di profonde esigenze sociali che trarranno origine le successive vicende cui ho già fatto riferimento. Mastino politico non è però tutto qui. Qui stanno le sue vittorie e le sue sconfitte, i grandi slanci ed i forzati ozi. Egli che concepiva l’attività politica come un servizio sociale non amava esporsi alla luce dei riflettori. Soprattutto era convinto che non vale la pena recitare sulla scena della vita senza che il coro partecipi al dramma dei protagonisti. Ed il coro per lui è stato sempre l’intero popolo sardo. Aveva bisogno di sentirlo vicino alle sue idee e per questo faceva ogni sforzo per rendere accessibili a tutti i temi della sua battaglia.

E per questo parve a taluno l’effetto di un certo provincializzarsi della sua cultura politica. Niente di più falso! Fu l’esigenza di vivere insieme con la sua città e con il suo popolo che talvolta lo portò ad insistere su posizioni e moduli di azione giudicabili passatisti. Ed a conferma di questo assunto valga il ricordo di Mastino sindaco di Nuoro. L’esperienza che lui ancora qualche settimana prima della morte ricordava con tanto entusiasmo e con un’evidente punta di melanconia. D’altro canto Pietro Mastino sapeva come attendere che il ritardo fra lui e gli altri si collimasse. Si chiudeva nella sua biblioteca e cercava la sua grande comunione con i letterati ed i poeti. Poteva accadere così che ad un amico che egli ebbe particolarmente caro e che gli lasciò un registratore con la preghiera che vi raccogliesse episodi della sua vita politica e di quella forense, restituì il nastro magnetico con l’incisione di tantissime poesie da Dante a Foscolo, da Satta a Quasimodo recitate in modo stupendo.

Uomo di grande idealità, fu un idealista senza illusioni. Ed a essere tale contribuì certamente la sua professione di avvocato. La necessità di adattare l’esigenza del professionismo giuridico alle molteplicità delle vicende umane lo induceva a diffidare degli schemi perfetti e delle verità prefabbricate.

Ho parlato così di Mastino avvocato. Solo un cenno che richiama alla memoria i dei miei colleghi del liceo il primo incontro con lui: ci spingeva, nelle aule del Tribunale l’affettuoso consiglio di un altro maestro di scienza e di vita, il prof. Giovanni Pittalis anche lui defunto. Andate a sentire l’avvocato Mastino: sentirete rivivere l’oratore romano, ci diceva.  Ignoravo allora, che questo era solo un aspetto della sua ricchissima umanità.

 

Ecco, a seguire, la breve dichiarazione di Anselmo Contu, esponente di primo piano e consigliere regionale del PSd’A, e, con la sua, quelle di alcuni esponenti della rappresentanza consiliare: dell’on. Sebastiano Dessanay, socialista, dell’on. Paolo Cabras, comunista, dell’on. Pietro Serafino Monni, democristiano, dell’on. Efisio Lippi Serra, monarchico, dell’assessore Bachisio Latte (a nome della giunta regionale) e del presidente dell’assemblea, on. Paolo Dettori.

 

Anselmo Contu: «Testimone e protagonista, costruttore d’un patrimonio condiviso»

Per quanto non del tutto rimesso in salute, ho voluto presenziare a questa seduta del Consiglio per portare personalmente e a nome dei Gruppo sardista l’adesione sincera alla doverosa cerimonia commemorativa di Pietro Mastino recentemente scomparso. Dirò per questo pochissime delle moltissime cose che si potrebbero dire intorno a questa figura di principe del foro, di travolgente oratore, di politico impegnato sin dai suoi giovani anni. Certo non mi fa velo il fatto che in quest’ultimo anno il suo pensiero e la sua azione politica non abbiano coinciso col pensiero e con l’azione del nostro partito, del quale fu tra i fondatori nel lontano 1920.

Oltre il dissenso e sopra il dissenso, restano cinquant’anni di lotte comuni in difesa della Sardegna come un grande patrimonio di idee e di azione nel quale Pietro Mastino ha la sua giusta collocazione, del quale egli fu testimone e protagonista. Resta l’affetto per l’uomo che ci accompagnò durante la nostra giovinezza nel formarsi della nostra coscienza politica di Sardi per le giuste rivendicazioni dei diritti della nostra Isola dimenticata.

Questa coscienza emersa dal sacrificio delle trincee insanguinate, di cui Pietro Mastino fu tra i primi assertori, tra i più fervidi combattenti, tra i più saggi costruttori, rimane e rimarrà nostro patrimonio irrinunciabile.

Sentiamo che con Pietro Mastino è scomparso uno dei figli più degni della nostra Isola, mentre, nello spirito delle grandi idee rinnovatrici che egli concorse a formulare e difendere, si apre l’era delle grandi lotte realizzatrici. Onore quindi alla sua memoria mentre rinnoviamo le più sentite condoglianze ai familiari.

Sebastiano Dessanay: «Barbaricino, pensatore con cultura e umorismo»

Con la morte di Pietro Mastino è scomparsa una «biblioteca» di memorie, alla quale gli studiosi delle vicende Isolane di questo secolo avrebbero potuto accedere per ricostruire una storia della Sardegna ancora tutta da scrivere e da meditare. Non sappiamo se qualcosa egli non l’avesse già affidata alla pagina scritta. Forse no. Pensava che tradurre sulla pagina scritta i suoi ricordi, che portava spesso in quel conversare fascinoso, sempre sostenuto da un senso raro dell’umorismo, sarebbe stato peccare di superbia. Eppure, questi suoi ricordi avrebbero portato senz’altro un chiarimento su un nodo importante della società isolana: quello della nascita di Nuoro come città abbastanza diversa dalle altre maggiori dell’Isola; una città che per, molti anni, ha mostrato d’avere al suo interno, nella terra e nella pastorizia, gli elementi di una crescita non del tutto condizionata dalle tradizionali forze estranee alla Sardegna. Crescita politica e crescita culturale, che prende l’avvio dai lontani moti di «a su connottu» e passa per vicende del verismo dialettale e per l’affermazione dei maggiori intellettuali che l’Isola abbia dato.

Di questa crescita Pietro Mastino è stato uno dei testimoni più attendibili: per quella sorta di «distacco» che è caratteristico della riflessione attenta e critica con cui sapeva seguire la vita politica, anche la propria, e che la sua stessa professione di penalista acutamente lo portava a studiare in modo diretto la più vasta componente sociale del suo ambiente quella pastorale; e per la sua passione intellettuale radicato al mondo nuorese. Affioravano spesso nelle sue conversazioni le battaglie politiche sostenute con avversari altrettanto radicati nel mondo di Nuoro, affiorava la vita di un Consiglio comunale vivacissimo, affiorava l’emergere di grossi e potenti nuclei familiari su una linea di espansione economica di un tipo del tutto particolare, legata più all’insorgente capitalismo, agli antichi miti produzione della pastorizia.

E’ stato anche testimone, Pietro Mastino, della penetrazione burocratica, abbastanza estranea, dello Stato, culminata a Nuoro con la istituzione della Provincia e della Prefettura. Era già, allora, uomo politico di vasta esperienza: esperienza da ricondursi prima ai ricordi paterni e alla consuetudine con Sebastiano Satta; e poi a quel filone etico-politico che si manifestò negli anni che precedettero la prima guerra mondiale: a quel «Gruppo liberalista sardo» che ebbe come esponenti lo stesso Mastino e Attilio Deffenu e Francesco Fancello: un gruppo di giovani che diedero la prima nuova impostazione al problema che ancora oggi ci affatica, il «problema sardo». Fu l’allargamento del suffragio del 1913 a suscitare «i primi accenni di quel fenomeno che avrà la sua massima espressione nel 19-20-21 in conseguenza dell’esperienza politico-organizzativa acquistata in guerra dai contadini e dai pastori guidati dagli intellettuali». Pietro Mastino fu uno di quegli intellettuali, una di quelle guide. Da quella esperienza nacque il Sardismo e nacque anche l’attività di parlamentare di Pietro Mastino, interrotta dal fascismo e ripresa dopo la liberazione. E’ stato testimone attivo della nascita della Regione ed ha condiviso con noi tutte le speranze e le amarezze e anche le molte delusioni dell’autonomia. Avrebbe potuto darci, quest’uomo, solo che avessimo voluto vincere la nostra pigrizia, molti degli elementi necessari per chiarire, con precisi riferimenti storici e di cronaca, il dibattito impegnativo oggi in corso nella classe politica e negli intellettuali, sul destino della Sardegna, sulle vicende che attendono la nostra isola e verso le quali, nonostante le molte delusioni, egli guardava ancora con ottimismo.

Il Gruppo socialista prende parte viva al dolore per la scomparsa di questa nobile figura di uomo politico che ha rappresentato, insieme con le più eminenti personalità politiche espresse dalla Sardegna, per oltre mezzo secolo il travaglio della nostra gente dell’ultimo cinquantennio, per l’autonomia e per la rinascita.

Paolo Cabras: «Un progressista autentico, a suo modo»

Io che gli fui, sia pure indegnamente, collega, credo di non poter omettere neppure in questa sede, nel ricordare Pietro Mastino, l’impegno che egli poneva nell’assolvere ai suoi doveri professionali, l’immenso valore della sua opera, in questo campo, ove egli eccelleva e per cui, da tante generazioni di colleghi più giovani, gli furono riconosciute qualità di maestro.

Egli fu, però, e per questo fu un maestro fino agli ultimi giorni della sua vita, un avvocato sempre moderno, preoccupato, sempre, nell’esercizio della sua professione, più della sostanza che della forma, più dell’incidenza – del suo discorso sull’opinione dei giudici che degli aspetti meramente formali e degli effetti oratori.

Era la sua una semplicità tutta sarda e barbaricina che dimostrava come egli vivesse nello spirito del suo popolo semplice e grande.

Io credo che, per questo, Pietro Mastino fu un capo dei barbaricini, un capo non carismatico: viveva nel loro spirito e ne interpretava l’anima. Essi, quindi, lo comprendevano.

Vi era tra lui ed il suo popolo una comunione di spirito. Chi gli fu collega ed amico nei giovani anni, Sebastiano Satta, interpretò l’anima barbaricina col canto appassionato; Pietro Mastino la interpretò, invece, nei lunghi anni della sua esistenza, con la prosa dei suoi discorsi forensi, politici, letterari. Ma io credo che il più significativo messaggio ai sardi, nell’interpretazione dello spirito del suo popolo, Pietro Mastino l’abbia lasciato nella sua azione politica. Egli è vero non fu un progressista, nell’accezione che la nostra parte da a questo termine: i tempi, il popolo cui si rivolgeva, la sua stessa estrazione sociale non avrebbero forse reso comprensibile un modo di essere progressisti diverso dal suo. Ma egli fu tuttavia un progressista. Egli combatté per i popoli e con i popoli della Barbagia e della Sardegna una lunga battaglia per Il progresso. E fu in questa battaglia combattente valoroso. L’antifascismo nuorese lo ebbe negli anni del triste ventennio, come il capo tacitamente riconosciuto, ed il suo resistere fu l’esempio che mantenne vivo in quelle popolazioni il culto della libertà e della democrazia che fu pronto a ridestarsi fervidamente con i tempi nuovi.

Per questo Pietro Mastino, pur entro la sua visione politica che noi non condividiamo minimamente, fu un campione di democrazia. Di questo aspetto della sua concezione politica egli diede prova in molti episodi della sua vita ma io credo soprattutto nel modo come egli, per diversi anni, fu a capo dell’amministrazione della sua città.

Nell’esercizio di questa carica, così gravosa, già avanti negli anni, fu instancabile nel ricercare attraverso il colloquio giornaliero con la gente di tutte le categorie, il contatto perenne col popolo che egli rappresentava. E tenne altrettanto vivo e costante il dialogo con i rappresentanti del popolo di tutte le parti.

Per questo la sua amministrazione poté essere, veramente, il risultato di un incontro della volontà di chi era chiamato a dirigere, con la volontà degli oppositori che con lui veramente si sentivano portati ad una collaborazione critica ma positiva, e per cui gli opposti interessi potevano fondersi e comporsi nel fuoco dell’interesse superiore delle collettività cittadine. Ma io credo che l’opera e la vita di Pietro Mastino non possa essere neppure riassunta in un intervento che deve essere necessariamente breve.

Ci basta aver dimostrato la nostra grande stima per l’uomo, per il lavoratore, per il politico e con la stima e con l’apprezzamento il nostro sincero compianto ed il nostro cordoglio che si unisce a quello dei congiunti ed a quello di tutto il popolo sardo. Io spero che la sua opera sarà studiata con amore dai sardi, soprattutto dai giovani, perché essa costituisce un patrimonio che deve essere tramandato. A tutti noi, a chi gli fu vicino, a chi combatté al suo fianco, a chi lo ebbe avversario sempre leale, il personale ricordo sia vivo stimolo a combattere ancora, instancabilmente, le future lotte per il popolo sardo: le stesse lotte, nelle quali egli fu, in questo secolo, tra i primi e più valorosi combattenti.

 

Pietro Serafino Monni: «Toccante il suo amore alla Deledda ed a Satta»

Altri – meglio certamente di me – hanno detto e scritto del senatore Pietro Mastino, maestro insuperabile di arte forense, uomo politico di qualità superiori, impegnato amministratore della sua città, per ricordarne la vita legata alla storia politica della Sardegna, specialmente alla battaglia dell’ultimo cinquantennio, per l’autonomia e perla rinascita.

Alla mia modesta voce, a me suo ammiratore è toccato l’incarico, superiore alle mie possibilità, e come nuorese anzitutto, di associarmi, a nome del Gruppo consiliare della DC, alla doverosa, solenne commemorazione d’oggi. Devo ricordare che Pietro Mastino, subito dopo la laurea (nel 1905) esercitò la professione forense a fianco del genitore – grande e noto avvocato – con impegno pari ai meritati successi, che per risonanza travalicarono i confini della nostra terra, dominata dalla fama di avvocati quali Giuseppe Sotgiu Branca e Sebastiano Satta.

Fu presente e vigorosamente battagliero nelle vicende giudiziarie più drammatiche della Sardegna. Nella politica si inserì con la preparazione e l’esperienza dei molti anni di professione specie dopo la guerra mondiale e fu uno dei deputati eletti nel 1919 per i combattenti sardi, rieletto nel 1922 e nel 1924, per il PSd’A.

Aventiniano ed antifascista fermo e convinto quanto distaccato, e perciò rispettato, si appartò dalla vita politica durante il ventennio. Riprese col PSd’A l’attività politica e fu eletto nel 1946 alla Costituente – fu Sottosegretario col governo Parri – e senatore di diritto dal 1948 al 1953, fu consigliere provinciale e Sindaco di Nuoro, della sua Nuoro, attivo ed impegnato, ed in tale sua veste fu Presidente del Comitato per l’onoranza a Grazia Deledda e pronunziò in occasione della tumulazione della salma della scrittrice, nella Chiesa della Solitudine, un memorabile discorso celebrativo. Quanto e forse più ammirato di quello che pronunciò a Cervia sempre per la Deledda. Autentici documenti della sua grande anima di umanista e letterato. Presidente delle onoranze per Sebastiano Satta celebrò con una conferenza e discorso il Poeta. Devo sottolineare che egli fu veramente gigante nelle aule giudiziarie per vigore dialettico, per acume giuridico, per intelligenza superiore, per impetuosa ed affascinante eloquenza e per impareggiabile controllo ed equilibrio.

Sessant’anni e più di esercizio professionale il più pregevole e fulgido, dal 1906 al 1969 – fino ai nostri giorni prima della sua fine – ché, proprio ai primi del mese, difese con la perizia che lo distingueva una giovane coinvolta innocentemente in Corte di Assise con impegno e con maestria. E già era pronto per assistere altri in un difficile processo. Tali ultimi, estremi impegni assolveva nonostante le sue precarie condizioni di salute forse per procurare conforto alla sua profonda tristezza, accasciato dai dolore per la morte dell’ultima delle sorelle ed andava dicendo che stava per pronunziare il suo ultimo discorso: il discorso funebre. Acuta quanto superiore constatazione, tristemente sofferta, riprova e conferma della sua grande personalità.

Rinnovo personalmente ed a nome del Gruppo della DC, con animo commosso, i sensi del profondo rimpianto a familiari tutti ed in particolare al nipote onorevole Giuseppe Puligheddu, al suo partito, inchinandomi riverente alla memoria di questo grande figlio di Nuoro e della Sardegna.

 

Efisio Lippi Serra: «Fu una figura che scalda gli animi»

Chi come me ha avuto il piacere e l’onore di conoscere Pietro Mastino non può che inchinarsi dinanzi alla sua figura che scompare da questa terra dopo averla servita con slanciò e passione ed onorato con un’opera che non sarà cancellata dal tempo.

Pietro Mastino è stato certamente uno dei più grandi protagonisti della Storia Sarda degli ultimi 50 anni. Il suo amore per la sua gente fu presente sempre nella sua azione di uomo, di professionista, di politico. Per lui non ci furono pause nella instancabile lotta per la redenzione della Sardegna.

Anche il suo antifascismo privo di platealità fu intenso di pensiero e di azioni sempre tese alla ricerca di soluzioni che riscattassero la gente della Barbagia dall’atavica povertà economica e sociale.

Con Mastino è morto un uomo fra i più illustri della Sardegna ma, sono certo, non si è spenta la luce del suo sapere, della sua fede nei valori della libertà e della democrazia, della sua certezza nel riscatto della Sardegna. Io credo che la figura di Pietro Mastino ha illuminato la nostra storia recente sa riscaldare gli animi dei sardi e soprattutto dei giovani sardi se essi sapranno scoprire nella sua opera terrena la sua grandezza spirituale la sua potenza culturale e l’indomita fede valori dello Stato.

Bachisio Latte: «Antifascista coerente, lavorò al modello autonomistico»

A nome della Giunta ho l’onore di associarmi alle elevate e nobili parole pronunciate dai colleghi di tutti i Gruppi del Consiglio per commemorare il senatore Pietro Mastino recentemente scomparso nella sua città natale di Nuoro.

Ogni elogio celebrativo è sempre ben poca cosa rispetto ai grande valore della milizia politica e dell’attività professionale del compianto parlamentare avvocato Mastino. Scompare, infatti, con lui una delle figure più rappresentative della Sardegna del nostro secolo sempre e dovunque si distinse per le sue preclare virtù di cittadino, di avvocato, di uomo politico, di uomo di governo, di pubblico ministratore, di uomo di cultura. Per oltre 60 anni è stato protagonista delle più importanti tanti vicende storiche della nostra terra, per oltre 60 anni è stato un sicuro punto di riferimento per quanti lottavano per i supremi ideali di libertà, di giustizia e di processo sociale del popolo sardo.

Mi sia consentito di ricordare in questa aula e in questa occasione un episodio che mi sembra dei più significativi fra i tanti della intensa e combattuta vita politica di Pietro Mastino. Questo episodio coincide con l’atto di nascita della nostra autonomia e serve ad intendere precisamente quale valore egli attribuisse all’idea autonomistica, così come si andava formando in quelle tormentate giornate della Resistenza. In occasione dell’insediamento della Consulta Sarda, il 29 aprile 1945, il primo atto di quell’assemblea, naturale matrice degli organi democratici dell’autonomia, fu un caloroso messaggio proposto da Pietro Mastino all’indirizzo del Comitato di Liberazione Nazionale dell’alta Italia. In esso si esprimeva a nome del popolo sardo «la riconoscenza a quanti combattono e cadono non solo perché siano ristabiliti i termini segnati dalla natura alla nostra terra, ma anche per un alto ideale di libertà e di giustizia».

Nel testo di questo messaggio vi sono due aspetti molto importanti dell’eredità politica di Pietro Mastino. Da un lato vi si trova il senso chiaro dell’intimo legame esistente fra la resistenza al fascismo e la nuova concezione dell’autonomia sarda; il senso, cioè, dell’inscindibile rapporto fra la lotta allo Stato totalitario e i nuovi modelli di democrazia politica che la coscienza popolare ricercava ansiosamente e che le forze politiche andavano appassionatamente maturando e faticosamente costruendo. Dall’altro si sente in quelle parole l’anelito di rinnovamento dell’ordine economico e sociale esistente. Anelito che costituiva il fermento degli istituti autonomistici che, in quei giorni, si andavano formando nel nostro Paese sulla spinta di un’inequivocabile coscienza democratica e popolare. Sotto questi due aspetti il messaggio di Pietro Mastino è di una validità e di una modernità sempre attuali.

Il migliore onore che possiamo rendere alla sua indimenticabile e cara memoria, è quello di leggerlo e di interpretarlo come una voce sempre viva e feconda rivolta a segnare la strada della nostra rinascita. Rinascita della quale Pietro Mastino è stato sempre uno dei più appassionati precursori.

 

Paolo Dettori, presidente dell’assemblea: «Difese lo statuto alla Costituente»

Onorevoli consiglieri, la Presidenza del Consiglio si associa alle espressioni di cordoglio che per la morte di Pietro Mastino si sono levate da tutti i Gruppi politici, dalla Giunta, da tutta la Sardegna.

Pietro Mastino entrò nella vita politica negli anni antecedenti il primo conflitto mondiale. Erano gli anni nei quali andava formandosi nell’Isola un gruppo di giovani che, raccolto attorno ad A. Deffenu ed alla rivista «Sardegna» che egli pubblicava, riprendeva e faceva suoi i temi del meridionalismo, così rigoroso, del Salvemini e della battaglia antiprotezionistica.

Mastino fu con Deffenu e con Gramsci tra i firmatari di un manifesto dei giovani intellettuali sardi che volevano riconfermare la loro fede nella capacità del Mezzogiorno e della Sardegna di rinnovarsi profondamente. Da quella scelta di impegno civile, di piena dedizione, scevra di compromessi, agli ideali della intransigente difesa degli interessi sardi, Mastino non si staccò mai nel corso della sua vita, certo serena per la serenità del giusto che egli aveva, ma pur tormentata da tante difficili vicende.

Aderì tra i primi al Movimento dei Combattenti e fu tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione per il quale venne eletto deputato – nel 1919, nel 1922 e nel 1924 – ed è questo un fatto da sottolineare in un partito che cambiò quasi completamente la sua rappresentanza parlamentare in tutte e tre le elezioni del primo dopoguerra. Fu anche per due anni Presidente del Consiglio Provinciale di Sassari dove i combattenti avevano conquistato, nelle elezioni del 1920, una maggioranza assai larga.

Quando apparve il fascismo a proporre con Gandolfo ai combattenti ed ai sardisti, tra lusinghe e minacce, l’adesione al nuovo movimento, Mastino fu dei non molti che non ebbero esitazioni, che colse subito il rapporto profondo, il legame indissolubile che unisce autonomia e libertà, che respinse ogni invito e che incoraggiò gli altri, nel momento nel quale più acuta si faceva la crisi nel suo partito, a non cedere.

Di Mastino, uomo politico del dopoguerra, eminente, essendo diventato il suo nome per tanti sardi segno di una ritrovata speranza e di una battaglia da riprendere, come interrotta soltanto da pochi anni e non da un ventennio, noi dobbiamo ricordare, soprattutto, il lavoro di consultore regionale e di deputato alla Costituente, che collaborò all’elaborazione dello Statuto, che lo Statuto sostenne, prima nella Commissione dei 75 e poi nell’aula, in un confronto con Einaudi, salvando alla Regione quella pur limitata autonomia finanziaria che noi oggi abbiamo. Questa immagine di lui deve rimanerci: di un uomo che partecipava alla vita politica con appassionato impegno, ma anche con rispetto delle posizioni altrui, quando gli altri con lui si ritrovassero nel riconoscimento che la libertà e che la democrazia sono del beni supremi da tutelare e da difendere.

Di lui deve rimanerci il ricordo di un uomo di Nuoro, per mille fili e mille modi legato alla sua terra, alla sua città, conoscitore profondo, anche in ragione della professione forense che esercitò con tanta nobiltà, dei problemi della sua gente, della più misera, di quella su cui più pesantemente si riflettevano e si riflettono le condizioni di arretratezza di tanta parte della Sardegna.

Dalla conoscenza di tante sofferenze, di tanti moti dell’animo umano egli derivava un altro degli atteggiamenti che più colpivano chi lo avvicinava: la modestia sorridente e comprensiva: con nessuno burbanzoso, con tutti allo stesso modo aperto, dall’uomo di grande responsabilità al più umile dei suoi clienti.

Io lo ricordo così sorridente, un poco chino ad ascoltare, in un incontro nel quale si parlava di cultura, e di cultura, per così dire, nuorese, con rispettosa attenzione le opinioni di tutti. Questa passione di Nuoro egli mirabilmente espresse nel discorso col quale celebrò, qualche anno fa, Grazia Deledda.

Del gruppo di uomini di alto intelletto e di nobile impegno civile che nella città barbaricina apparve nei primi anni del secolo egli è stato uno degli epigoni; per questo il nostro rimpianto si fa più vivo. Con lui la Sardegna perde uno dei suoi uomini migliori. Nel ricordarlo noi stessi sentiamo più alta e grave la responsabilità alla quale la lunga battaglia di uomini come Mastino ci ha chiamato.

 

Nella pagina speciale dedicata a Pietro Mastino all’interno del citato fascicolo di aprile-maggio 1989 de La Nuova Città, Cesare Pirisi ripropose le parole che lo stesso Pietro Mastino ebbe a pronunciare a Nuoro in occasione dell’arrivo, dopo tanto prolungata lontananza, di Emilio Lussu, nel luglio 1944.

“Lussu, cavaliere dell’ideale”

Siamo particolarmente lieti di poter pubblicare un intervento emblematico. Si tratta del discorso di saluto, da noi recuperato in una fortunata ricerca di archivio, che Pietro Mastino rivolse a Emilio Lussu, nel 1944, a Nuoro, durante la prima visita effettuata dall’esule antifascista subito dopo il rientro in Sardegna. In quell’occasione Lussu pronunciò un memorabile discorso che “La Nuova Città”, per onorarlo a dieci anni dalla scomparsa, ripropose ai nuoresi e ai sardi nel numero di febbraio del 1985. Il discorso di saluto di Mastino a Lussu è carico di tali e tanti significati e valori umani, morali, politici e civili che resta come un autentico messaggio di libertà e di appassionata partecipazione, ancor oggi valida alla vita e alla lotta politica dell’Italia democratica e della Sardegna autonomistica». Cesare Pirisi)

 

Cittadini ed amici di Nuoro! In questa città che lo conosce e che lo ama come proprio figlio, così come in tutti i paesi di Sardegna, e come il figlio prediletto e migliore, Emilio Lussu non ha bisogno di alcuna parola di presentazione.

Siamo noi che abbiamo bisogno, o cittadini ed amici, di gridargli il nostro amore, di esprimergli la nostra gratitudine, di riconfermargli la nostra fede. Lo salutano oggi, anche in questa Nuoro, i suoi vecchi compagni d’anni di quella guerra in cui egli passò come cavaliere e combattente fatato ed invulnerabile, rappresentante del più fulgido eroismo della nostra stirpe.

Lo salutano i fedeli vecchi compagni di quella lotta politica che 25 anni or sono fu combattuta e che oramai viene ripresa perché si dia alla Sardegna un’unica coscienza, un’unica volontà.

Lo salutano, o amici, anche quei giovani i quali non hanno avuto fino ad oggi la ventura di personalmente conoscerlo ma che ne conoscevano e veneravano il nome perché sempre negli anni dell’obbrobrio fascista lo avevano sentito indicare e ricordare da noi come vendicatore e come liberatore.

Perché oggi, o amici, c’è il consenso di tutti dinanzi a quest’uomo? C’è la tregua di tutti i partiti dinanzi ad Emilio Lussu? Perché senza distinzione di parte, professionisti, lavoratori del braccio e del pensiero, contadini e pastori di Sardegna, tutti danno tregua alle ire e si uniscono in comune consenso? Perché, o amici, Emilio Lussu sempre pospose, cavaliere dell’ideale, il valore della vita ai suoi fini ideali, per i quali era sempre disposto a combattere e sacrificarsi.

Da quando nell’altra guerra gettò la propria giovinezza al vento non per un palmo di più lontana frontiera ma per uno sconfinato desiderio di libertà e di giustizia; da quando combatté la lotta civile per la redenzione della nostra terra, a quando sfuggì le catene che la paurosa ferocia del fascismo aveva attorniato intorno a lui e scappò dalle isole Lipari veleggiando pel mare verso la Francia, in cerca sempre di libertà, agli ultimi tempi, in cui visse in Roma martoriata combattendo contro i nemici di fuori e contro i nemici di dentro, capeggiando quella insurrezione e quelle guerriglie che contribuirono alla nostra vittoria, la vita di Emilio Lussu ha avuto sempre come emblema il sacrificio di se stesso e la descrizione dell’ideale, e lo slancio, l’insegna, lo spirito furono sempre gli stessi.

Io, o amici, consentitemi questo ricordo recente e caro al mio cuore, lo vidi tre o quattro giorni or sono al suo arrivo a Cagliari, triste e pensoso ed austero oltre il consueto. Forse, dinanzi alla visione della taciturna sua terra, egli sentì rinnovato il dolore che gli proveniva dal fatto che nella deserta casa di Armungia non l’attendeva, per l’affettuoso riabbraccio l’antica, grande sua genitrice. Ma il suo viso era allo stesso tempo illuminato perché il suo sacrificio sarà confortato dalla nuova luce che è sorta nella sua casa ingentilita da una culla. Le folle, il popolo di Sardegna hanno inteso la bellezza, la nobiltà, la grandezza del sacrificio perennemente compiuto da questo che ho già chiamato “cavaliere dell’ideale” e perciò il ritorno suo ha significato una data festosa e liberatrice, ha significato il viaggio trionfale in tutti i paesi della Sardegna sotto una pioggia di fiori, tra le acclamazioni entusiastiche delle folle.

Ebbene, dinanzi a questo combattente eroico, dinanzi a questo strenuo lottatore delle battaglie civili, dinanzi a questo cavaliere dell’ideale, leviamo in alto tutte le nostre bandiere, prima fra tutte quella dei 4 mori che per 20 anni tenemmo gelosamente custodita; leviamole in alto a significare la nostra grande gioia ed assicuriamogli che nella nuova battaglia che collegata all’antica, per l’ideale noi combatteremo, tenteremo di essere degni della sua nobiltà e del suo grande cuore.

 

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