La conquista della coscienza, di Daniele Madau

EDITORIALE DELLA DOMENICA,  della FONDAZIONE


Nella notte tra il dieci e l’undici aprile del 1991, infatti, il traghetto Moby Prince in viaggio da Livorno a Olbia, ancora nella rada del porto toscano, si scontra con la petroliera Agip Abruzzi e va in fiamme. Dopo la ricostruzione e la denuncia della commissione parlamentare d’inchiesta,  c’è ora bisogno  della verità giudiziaria, c’è bisogno di far riaprire i processi.

Tra pochi giorni ricorrerà il 28° anniversario dal 10 aprile 1991, una data drammatica, funesta per la Sardegna; eppure, chissà a quanti di noi questo giorno non suggerirà niente di particolare.

Sarei contento di essere smentito, vorrebbe dire che tutti noi avremmo nel cuore il desiderio di giustizia per quaranta sardi, morti di una morte atroce, a cui quasi nessuno-per anni- ha dato voce.

Nella notte tra il dieci e l’undici aprile del 1991, infatti, il traghetto Moby Prince in viaggio da Livorno a Olbia, ancora nella rada del porto toscano, si scontra con la petroliera Agip Abruzzi e va in fiamme. Nessuno socorrerà, in quella che può a ragione essere chiamata una delle notti della Repubblica, i passeggeri del traghetto, lasciati nel fuoco e nel fumo che toglie il respiro, per ore, sino a che tutti, tranne uno, moriranno.

141 persone, più di un quarto sardi.

Da quella notte è stato messo in piedi un inquietante, enorme, boicotaggio, indegno di un qualsiasi consesso o forma di convivenza umana, oltre che di un paese civile. Dopo i giornalisti che hanno seguito la vicenda e i familiari delle vittime, ora abbiamo a confermarlo e denunciarlo nei particolari anche gli atti ormai pubblici della commissione d’inchiesta parlamentare. Ma c’è voluto il coraggioso gruppo di parlamentari della scorsa legislatura, guidati  da Silvio Lai – con Emilio Floris vice presidente e altri parlamentari sardi a comporla – per recuperare , almeno dal lato della ricostruzione della verità dei fatti,  l’incerta coscienza civile italiana e sarda.

Ora, si può ammettere che i cittadini comuni, le persone non deputate a rappresentare il popolo sardo, non abbiano avuto modo di rivendicare la giustizia, sia quando la verità era ancora celata sia man mano che veniva recuperata: non di tutti è il desiderio e la possibilità di essere informato, aggiornato, cosciente.

Non è ammissibile, però, nei rappresentanti politici.

Quanti deputati, senatori, presidenti di giunta e consigli regionali, sindaci, consiglieri comunali sardi si sono succeduti negli anni – prima della commissione che ha appurato come la notte della tragedia non ci fosse nebbia a confondere il comandante e come la macchina dei soccorsi messa in moto dalla capitaneria di Livorno fosse dolosamente inerte verso la Moby -senza aver difeso il dolore provato tra le fiamme e la memoria dei passeggeri sardi?

Quanti hanno ascoltato passivamente le accuse di incompetenza al comandante Ugo Chessa?

Quanti hanno visto – erano subito disponibili – le foto di passeggeri che bruciavano sul ponte, ancora vivi, senza che nessuno li soccorresse?

Purtroppo, tanti, quasi tutti.

Ora, i sardi continuano ad anelare a una rinascita, a una rigenerazione socio-politica, economica e morale, che ci renda autosufficienti e consapevoli a e di noi stessi, capaci di una vita dignitosa se non benestante.

Questa tragedia, però, ci ha mostrato come, invece, siamo stati capacissimi di imitare le peggiori condotte politiche che imputiamo al resto d’Italia: l’inerzia, la sudditanza di fronte alla menzogna spudorata, l’accettazione della falsità a fronte della difesa della memoria dei nostri concittadini. Dovremmo farne i conti, proprio ora che stiamo per festeggiare Sa die de sa Sardinia, il prossimo 28 aprile.

Finchè saremo capaci di questo, finche non conquisteremo una coscienza solida basata sul desiderio di protezione gli uni verso gli altri, non saremo sardi autosufficienti e coscienti. A dire il vero non saremo neanche cittadini ma sudditi, dei senza-diritti, alla mercè dei poteri oscuri.

Mi viene in mente la dottrina di Antonio Pigliaru, di cui in questi giorni si commemora il cinquantesimo anniversario della morte, quella che parlava di autonomia progressiva, che partiva dalla democratizzazione del popolo: autonomia progressiva, potrei dire ora, come conquista di una sempre più cosciente coscienza, intesa come richiesta non negoziabile e naturale del diritto di verità del cittadino.

In chiusura, bisogna mostrare, però, la speranza: venerdì 29 marzo la sala del consiglio comunale ha ospitato una serata di memoria e ricordo, a cui hanno partecipato il sindaco Zedda, il membro della commissione d’inchiesta parlamentare Uras, giornalisti e avvocati vicini alle famiglie. Da qualche anno la coscienza ha dato un timido segnale di ripresa dal torpore, come dimostra il lungo mare al porto dedicato alle vittime della strage, le tante iniziative, le inchieste della commissione parlamentare.

Non è stato piacevole, soprattutto nei confronti dei parenti delle vittime,  vedere alcuni consiglieri comunali intenti a consumare il telefonino durante il dibattito ma, tant’è, prendiamo l’aspetto positivo: almeno c’erano.

Si è detto come la commissione d’inchiesta parlamentare, i giornalisti che hanno seguito la vicenda e i familiari delle vittime stiano dimostrando il depistaggio sulla vera causa del disastro: è motivo di gioia, perchè la lotta per verità soddisfa già una parte della sete di giustizia. C’è bisogno ora, però, della verità giudiziaria, c’è bisogno di far riaprire i processi che hanno assolto tutti, tranne il comandante: chiediamola tutti, a voce alta, per i nostri concittadini sardi, per i passeggeri italiani, per tutti. Facciamo vedere che abbiamo una coscienza civile o, semplicemente, che abbiamo una coscienza.

 

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