I GIUSTI, di Jorge Luis Borges

con un commento di Giulia Cubeddu Alziator
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

 

 

Questa poesia mi ha particolarmente colpita. Inizialmente non capivo il perché. Eppure mi é entrata dentro e ci é restata per giorni.

E questo forse uno dei motivi fondamentali perché i poeti scrivono e i lettori leggano :per comunicare o apprendere nuovi punti di vista da parte di uomini che non conosciamo, che ci possono essere lontani nello spazio e nel tempo, ma che non smettono per questo di interrogare il nostro essere uomini.

La prima cosa che mi ha colpito é il titolo: i giusti.

La giustizia può avere una connotazione sociale, rispetto delle leggi, oppure etica, riconoscere all altro ciò che gli é dovuto secondo norme morali pluralmente riconosciute, o ancora religiosa.

Per il catechismo della chiesa cattolica la giustizia é tra le più importanti delle virtù cardinali e consiste nel comportarsi con l’altro nello stesso modo in cui lo farebbe Dio stesso, cioé amandolo sempre, oltre ogni legge e ogni merito. Un giustizia piuttosto ingiusta dal punto di vista del vecchio testamento ( e spesso anche del nostro) dove l’amore di Dio va meritato con 1 osservanza delle più di 600 norme delle legge e con olocausti e sacrifici. Emblematica é la parabola del figlio prodigo, che il padre ama nonostante il suo peccato e in maniera quindi ingiusta secondo l’altro figlio, ligio osservante dei suoi precetti.

A quali delle tre giustizie si riferisce Borges?

La prima frase già ci mette sulla giusta strada. Per Voltaire, contro il male e il pessimismo imperante, l’unico rimedio è coltivare il proprio giardino ovvero quei piccoli piaceri della vita, le piccole felicità del quotidiano.

Ma azzarderei di più: é coltivare la bellezza che c è in noi, nel mondo e negli altri. Gli impiegati che giocano a scacchi, il tipografo che stampa pagine che non sempre gli aggradano stanno curando la bellezza che c è in loro: la capacità di divertirsi, l’amore nel proprio lavoro e nel fare il proprio dovere anche quando non ne ha voglia.

Chi ringrazia per il dono della musica o delle pagine di Stevenson, chi gode nello scoprire l’ origine di una parola o le ultime terzine di un canto sta coltivando la bellezza dei fiori del loro giardino avendo occhi e orecchie per ammirare la bellezza che li circonda.

Molto bella é l’ immagine di colui che accarezza un animale addormentato, perché qui la bellezza si incarna con la tenerezza verso un essere indifeso, che si fida di noi. E la bellezza si fa dolcezza, accoglienza del debole.

La bellezza assume contorni sempre più definiti: il tentativo di giustificare un torto subito. O almeno di provarci. Lo sforzo di capire che oltre la ferita che c’è stata inferta , c è una bellezza da salvare nell’altro, nonostante il male che ci ha procurato.

Il penultimo verso dice “chi preferisce che abbiano ragione gli altri”, l’avversario ha avuto un’idea migliore della mia, mi ha sconfitto, perché la posta in gioco non è il bene comune, ma l’ affermazione del mio ciclopico ego. Dare ragione agli altri, perché ogni tanto questi ce l’ hanno, significa ammettere che noi non possediamo la ragione a prescindere e che solo in un dialogo costruttivo con l’ altro, con chi la pensa diversamente da noi, possiamo tentare di avvicinarsi alla poliedrica e sfaccetta verità delle cose.

Le figure della poesia, che non hanno né volto né nome, che possono essere tutti o nessuno, e che per di più non si conoscono tra loro.

Stanno salvando il mondo. Borghes li definisce “i giusti”.

L’ autore di questi versi non sembra intendere i giusti come coloro che seguono un determinato numero di codici o che hanno una visione religiosa della giustizia. E neppure sta promulgando quella giustizia basata sul rispetto dell’altro e del bene comune.

Secondo il mio punto di vista per l’autore i giusti sono coloro che perseguono la bellezza in tutte le sue forme: dentro di loro, fuori di loro, negli altri. E coltivano il loro giardino annaffiandolo di questa bellezza. E non fanno cose super eroiche: godono di una poesia, del loro lavoro, di un libro, del mettere in discussione il proprio punto di vista.

Salvare il mondo non è quindi compito della classe dirigente, non è compito dei santi o della religione, ma di ciascuno di noi, ogni istante di ogni giorno. Basta saziare la propria anima della sete di bellezza, ma soprattutto imparare a distinguerla in mezzo a tanto chiasso e confusione. Saper godere della risata di un bambino, di due vecchi presi per mano, di un cane che ci scodinzola, di una bella canzone, di un tramonto, di un gelato, del fare bene il nostro lavoro, dell ascoltare l’altro anche quando non lo capiamo ….

Tutti noi cambiamo il mondo ogni volta che diamo spazio dentro di noi alla bellezza che ci circonda. Così almeno pensava Borghes, e io non posso essere più d’accordo. La bellezza, come scriveva Dostoevskij, salverà il mondo. Solo chi, nonostante il male che sembra imperare, saprà riconoscere e coltivare la bellezza, fuori e dentro di sé, sarà salvo .. È potrà salvare il suo prossimo. Buon salvataggio e buona ricerca della bellezza a tutti!

 

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    1 Comment to “I GIUSTI, di Jorge Luis Borges”

    1. By Mario Pudhu, 8 aprile 2019 @ 11:43

      Bene meda, Giulia! Mi agatas de acordu mannu! Tenes resone. E sa poesia de Borghes (chi no paret poesia ma est meda prus de poesia), nadu in italianu “rompe lo schema”, iscontzat una manera de pessare e de fàghere de mandrones, a base e a fortza de presumu, cudha chi narat “Tenzo sempre – o pagu bi mancat – resone deo!”
      Est chi su cherbedhu e su coro tocat a los fàghere funtzionare! Sinono est solu gherra (gherra de gherra, zustíssia de sos dortos e de su dortímine, a chie podet fàghere peus e prus male).

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