La rivoluzione dell’ovile, di Bachisio Bandinu

EDITORIALE DELLA DOMENICA,  della FONDAZIONE

. Non c’è più “l’Università dell’ovile” ….   si prospetta una trasformazione radicale delle essere e del vedersi pastore …. Risulta del tutto evidente la necessità di una formazione professionale dei pastori.

Da pastore a mungitore, da homine de campu a viddaresu, dai gambali al blue-jeans: ecco i segni più manifesti del passaggio e della trasformazione del mondo pastorale negli ultimi quarant’anni. Non c’è più l’Università dell’ovile, come l’ha definita Michelangelo Pira, dove si formava su pastore bonu, s’homine balente. A questa perdita, pure necessaria, non ha corrisposto una nuova identità, una nuova coscienza del proprio ruolo e tanto meno la capacità di valutare il proprio prodotto in una dimensione mercantile. Né artigiano specializzato, né imprenditore aggiornato. Così ancora oggi si attende il prezzo di piazza, un beffardo eufemismo che non è altro che il prezzo stabilito dagli industriali. Al pastore non resta che l’infinita protesta per strappare qualche centesimo in più sul prezzo del latte. Sentirsi strangolato e impotente. Perché è da disperati e da impotenti la rivolta che ha messo in scena forme estreme di violenza distruttiva come il versamento del latte per strada e, altre volte, lo sgozzamento di pecore. Distruggere il proprio prodotto è la forma più drammatica di autopunizione, di autodistruzione. Una protesta mortuaria a forte carattere sadomasochista, proprio di chi non vede e non ha altre soluzioni.

Stando così le cose, tale rimarranno, se non si prospetta una trasformazione radicale delle essere e del vedersi pastore. Il fatalismo impedisce al pastore di porsi come protagonista, invece di attendere la soluzione dall’esterno e pretendere un ipotetico e provvisorio prezzo fisso regalato da altri, nonché l’intervento politico del ritiro del formaggio invenduto. Come se questo risultato aprisse prospettive risolutrici.           In nome di che cosa si può pretendere un prezzo prefissato? Così per statuto! E chi può dare una sicura garanzia per il futuro? Ancora insiste la pretesa di garantirsi la sopravvivenza con promesse esterne. In verità si elude la vera questione che rimanda necessariamente a una nuova coscienza identitaria del ruolo, a una nuova conduzione dell’impresa, alla qualità del latte e del formaggio, alla logica del mercato e della pubblicità.

Il singolo pastore, oggi, non può dare risposte adeguate né a una indovinata diversificazione del prodotto né una sua valida collocazione nella catena mercantile: non ha risorse economiche e tanto meno risorse culturali, di conoscenza e competenza. Occorre pensare e sperimentare altre soluzioni. Fra le tante, qualche proposta: bottega artigiana per un prodotto di eccellenza e di confezionamento artistico di nicchia che può andar bene per i prodotti montani a prevalenza di pascoli naturali ricchi di una varietà di essenze locali. Una scelta che richiede anche la capacità di saper raccontare la storia del prodotto per evidenziarne i caratteri identitari inimitabili. L’altra opzione è quella dell’industria moderna, competitiva nel gioco tariffato del mercato che pretende una diversificazione dei prodotti capace di rispondere ai gusti e alle mode dei consumatori e addirittura di orientare le stesse preferenze. Come molti sanno fare in campi diversi.

Ma anche nella prospettiva industriale occorre caratterizzare il prodotto come “Sardegna” e cioè attribuirgli quelle specificità ambientali, culturali, identitarie che rimandano alla qualità della terra, dell’aria, del sole, del vento e del patrimonio antropologico e artistico. Oggi, conta la narrazione, una epifania che rivela e comunica un’identità singolare e inimitabile. Almeno in parte, un esempio può essere quello del vino che tenta una propria identità internazionale.

Risulta del tutto evidente la necessità di una formazione professionale dei pastori perché non si tratta di fare formaggio secondo un modello tradizionale ma di inventare un prodotto come oggetto-segno e come merce-messaggio, dentro una nuova comunicazione mediatica. Produrre, oggi, significa mettere in atto una teoria e una pratica di comunicazione tra un emittente e un destinatario attraverso mezzi e messaggi capaci di attrarre e sedurre. Fare formaggio come prodotto materiale e simbolico destinato a un cliente da affiliare. Direi: da ospitare, secondo una tradizione sarda.

Bachisio Bandinu

 

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