IL SARDISMO DEI SARDI (terza parte, fine). Il sardismo nuovamente “di fronte all’Italia” e i Sardi di fronte a se stessi, di Salvatore Cubeddu

 

Il Presidente della Sardegna Christian Solinas ed il Vicepresidente del Governo italiano Matteo Salvini. Le fotografie dei giornali e, ancora di più, i servizi dei media ci rimandano, tra ‘Christian e Matteo’, prima di tutto l’immagine di un rapporto tra amici. I Sardi non hanno mai dato la maggioranza dei voti al Partito sardo e questi ha dovuto sempre fare alleanze con le sezioni locali di partiti ‘italiani’  anche per andare al governo della Sardegna, oltre che al Parlamento di Roma. E’ stato un fortunato intreccio di ‘casi’ e di volontà a portare il segretario sardista  a venire candidato alla guida della propria terra e questo appare dovuto anche alla loro reciproca stima.

Salvini ha scelto la Sardegna nella divisione regionale del centro destra, e poi ha rinunciato ad un uomo con la propria targa per affidarsi a Solinas. Il vantaggio è risultato reciproco: la Lega si è impiantata in Sardegna con l’accogliente lasciapassare del più antico partito attivo in Italia. Il Partito sardo, con il Presidente indicato attraverso la forza montante della Lega, ha reso finalmente credibile un successo di per sé insperato. Non il movimento ma la diplomazia ed il rapporto tra i leader hanno reso possibile il tutto. Tenendo conto, però, che il rapporto tra leghisti e sardisti è di antica data, come dimostravo nel primo dei nostri articoli.

Richiamando il titolo di uno dei più importanti e famosi saggi del sardismo (“I Sardi di fronte all’Italia”, di Camillo Bellienei, 1) non possiamo non rilevare che, insieme a tematiche importanti ma  consuete in simili circostanze (il rinnovamento della politica in Sardegna, un insieme di interventi da specificare e un diverso rapporto tra lo Stato e la Regione), si pongono altri approfondimenti decisivi. Si tratta dei nodi più antichi, duraturi e sempre irrisolti che hanno dato origine e forma alla ‘questione sarda’. Certo, anche quei tre temi fanno parte della ‘questione sarda’, ma lo specifico di essa ha un versante ‘esterno’ (non sono più accettabili le servitù tradizionalmente imposteci e continuamente rinnovantesi) ed uno interno, che è il recupero di intelligenza, di dignità, di responsabilità e di capacità da parte nostra.

Non fosse così non sarebbe mai nato e non esisterebbe ancora un partito sardo. Tra le vertenze in corso, il conflitto giudiziario sugli accantonamenti e sulle accise non sono che i primi punti dolenti. Tra poco riprenderemo a parlare dell’impossibilità istituzionale di una nostra rappresentanza a Bruxelles in compagnia dell’elettorato siciliano. Chissà se di questo se ne sia parlato tra il Presidente sardo ed il Vicepresidente italiano.

Tra qualche settimana Christian Solinas verrà inondato dalla massa dei problemi sardi mentre Salvini, impiantate le sue tende nel territorio isolano, muoverà le vele verso nuovi territori, visto che la missione della Lega resta quella di ‘Salvini presidente’ che va alla conquista dell’elettorato da Roma in giù. I messaggi del leader leghista sul futuro dell’Italia non sono chiari, ma appare evidente il punto d’arrivo, vuole l’Italia per/con sé.

Come continuerà il suo rapporto con la Sardegna, come si svilupperà quello con i Sardi da parte della sua Lega, e la messa in comune dei variegati interessi territoriali con la tanto variegata piattaforma politica italiana? Si tratta di un discorso in fieri, in cui l’esito delle elezioni europee costituisce un appuntamento importante sia per la politica estera italiana e sia nella politica interna, con effetti sulle prospettive della Sardegna.

Nel frattempo in Italia continua ad infuriare la guerra per il potere, i telegiornali rimandano quotidianamente le identiche accuse di PD e FI per dividere ed abbattere il governo giallo verde. Il getto continuo della retorica salviniana è benzina sul fuoco della battaglia politica. La vicenda della TAV rende incandescenti queste ore all’interno dello stesso governo.

Ma in questi giorni la partenza del reddito di cittadinanza e la vicina approvazione del salario minimo garantito ai lavoratori dipendenti ci rimandano delle scelte che non si vedevano da più decenni, quando in l’Italia venivano esibiti i sindacati più forti d’Europa ma con i salari dei lavoratori più bassi dell’Occidente. Ancora: la prospettiva dei costi del Quirinale definitivamente misurati con quelli delle Tuilleries di Macron e gli stipendi dei burocrati e dei giudici allineati a quelli medi di Europa e Stati  Uniti fanno dire a Berlusconi che queste scelte sono peggiori di quelle dei comunisti. Non credo di essere cieco, ma non vedo prepararsi una nuova ‘marcia su Roma’ né dei KKK italiani che chiedono una ‘shoah’ per i neri. Di una cosa, invece, c’è da essere sicuri: se resteranno in Sardegna, molto probabilmente sentirò di nuovo cantare in un congresso del Partito sardo d’Azione ‘i Neri per sempre’, insieme a Non potho reposare, anche il nostro inno nazionale: Procurad’e moderare. E lo canterò con loro.

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‘La questione sarda’ resterà nelle nostre mani e innanzitutto in quelle di Christian Solinas. Il segretario del partito sardo non si esimerà: è da metà Ottocento che il filo rosso della positiva risoluzione della ‘questione sarda’ ha impegnato i pensieri e le azioni dei nostri uomini migliori. E, differentemente nel tempo, e non senza contraddizioni, gli uomini del Partito Sardo d’Azione.

A questi, con i positivi rapporti di recente rinnovati, potranno ispirarsi e attingere anche i Sardi neoeletti nella Lega. Essi non hanno sconfessato di avere nel proprio DNA il federalismo di Carlo Cattaneo, come il Partito Sardo tramite Bellieni quello di Giovanni Battista Tuveri (2), coevo e sodale appunto del Cattaneo. E non potrebbero risultare utili al percorso dei Sardi, nel domani e per cinque anni, i cordiali ed amicali rapporti tra Christian Solinas e Matteo Salvini? Mi piacerebbe pensarlo. Purtroppo l’esperienza di centocinquanta anni di unità con l’Italia contraddirebbe la possibile durata e la continuità di un ‘governo italiano amico’ nei confronti dei Sardi (basti pensare alla contestazione del bilancio sardo formalizzato la scorsa settimana dagli uffici di Palazzo Chigi).

Ma penso con positività alla conoscenza dei reciproci interessi e problemi e all’utilità della correttezza dei rapporti. La concretezza, la laboriosità e la costanza dei Lombardi possono creare un positivo sodalizio con le non poche virtù dei Sardi. Anche perché per noi potrebbero arrivare  momenti ancora più difficili. Difatti, troppo a lungo è durato e troppo in basso è arrivato il processo di dipendenza della Sardegna da parte del Continente. Esso è stato caratterizzato da  sfruttamento e da abbandono, con dirigenze italiane prevalentemente disattente, se non ciniche, e dirigenze sarde spesso lamentose ma non di rado subalterne.

Una lettura della presente questione sarda (3) deve soffermarsi innanzitutto sulla condizione della nostra soggettività, a partire dal presente “morale depresso” della vita individuale e collettiva della nostra gente, dovuto a molteplici fattori: crisi demografica, esaurimento di tanti comuni dell’interno in progressiva riduzione dei servizi, disorientamento delle agenzie formative (famiglia, chiesa e scuola), precipizio economico che non siano le migliaia di assunzioni nell’impiego pubblico regionale.

La Sardegna è da ricostruire e i Sardi sono in grado di farlo. Una speranza ragionata e fondata è il primo compito che ritrova in se stesso il sardismo quando si rivolge ad una classe dirigente nuova nei suoi presupposti culturali, nella sensibilità istituzionale, nel fervore economico, nella coerenza politica.

I Sardi di oggi sono presenti nell’Isola e presso le terre di tutto l’Occidente. La facilità e la contemporaneità delle comunicazioni consente di chiamarli tutti all’impresa di un progetto nuovo della Sardegna. A ciascuno si chiede un contributo secondo le proprie competenze. A tutti si riconoscerà quanto avrà dato. La riunificazione del Popolo sardo disperso nel mondo va perseguita in forme nuove, istituzionalizzate, riconoscibili e operative.

La lunga guerra fatta da varie parti e da troppo tempo contro la nostra coscienza identitaria è stata persa dai nostri nemici, ma ci ha lasciato prostrati. Cancellando la nostra lingua e la nostra storia dai luoghi pubblici (uffici, scuole, istituzioni), fino alla sua svalutazione in famiglia,  ci hanno colpito nel cuore del nostro stesso esistere. La servitù culturale ha anticipato e consentito il saccheggio, prima dei prodotti agricoli e delle risorse minerarie, e poi del nostro territorio  attraverso le ciminiere petrolchimiche (servitù industriale). La presenza militare ha costituito una perenne servitù, come se fossimo noi a venire controllati e non invece fossimo altrettanto interessati ad una comune difesa. Bisogna arrivare a considerare la difesa militare anche un nostro compito, ma in un ruolo totalmente ribaltato rispetto a quello finora sperimentato.

Quando non è  sfruttamento, è abbandono: per non essere abbandonati siamo noi stessi a chiedere di venire sfruttati. Per questo alcuni dei Sardi volevano abbandonare le poche pianure irrigate per destinarle a coltivare canne e cardi. O finire di concedere il turismo pregiato ai forestieri.

“La Sardegna deve bastare a se stessa” è il tema che l’attiva, ma ancora fragile, borghesia industriale di più di cent’anni orsono lanciava nel dibattito isolano. Essa fu fatta propria dal sardismo della prima ora. Settore dopo settore, comparto dopo comparto, compito della politica dovrebbe essere quello di incoraggiare fattivamente i Sardi che impegnano se stessi per creare una prosperità capace di articolarsi e di diffondersi.

Dobbiamo aspirare a tornare ad essere un popolo di lavoratori autonomi e non una massa di dipendenti dalle risorse pubbliche. Non dovrebbe essere consentita l’assistenza senza reciprocità tra il ricevere dall’Ente pubblico e il restituire alla comunità. Non possiamo permetterci sprechi o privilegi sulle spalle della collettività.

Le istituzioni vanno rifondate e per questo da anni chiediamo un’Assemblea Costituente del Popolo Sardo. Dato che a breve suonerà la campanella delle riforme istituzionali a Bruxelles, e forse a Roma, è bene che si rimetta ordine nelle pur ricche proposte istituzionali presenti in Sardegna. I tempi della storia funzionano così: scegliere e decidere, o subire e sottomettersi.

Sì: oggi la soggettività dei Sardi è l’aspetto più importante della storica nostra questione. Occorre crederci con ottimismo e reciproca fiducia e solidarietà.

E poi …. c’è tanto ancora da dire. Bisognerà farlo. Il discorso continuerà oltre queste prime tre tappe. Siamo qui a posta. (Fine. I due precedenti articoli si leggono in questo sito alla data 3 e 5 marzo 2019).

 

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