FLOP POWER, di DANILO TAINO

Credevamo che il mondo fosse piatto: che il potere di fascinazione dell’Occidente potesse ricomporsi ovunque senza ostacoli. Ci sbagliavamo, e non di poco. L’America non ha perso del tutto la capacità «morbida» di piacere (l’Europa purtroppo sì) ma ora la competizione è tornata a essere «dura»: economia ed eserciti. La geopolitica, in altre parole. Un cambio di , passo imposto dall’ascesa al potere in Cina di Xi Jinping. Lo raccontiamo  in queste pagine: con le i parole di Joseph Nye, che per primo ha elaborato il concetto di «soft power», e con-quattro esempi di seduzione culturale che non funziona.

Per essere soft dev’essere anche flat. I due concetti hanno corso fianco a fianco per il paio di decenni seguito al crollo dell’impero sovietico. Dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, il soft power è avanzato in tutto il mondo: democrazia, valori liberali, istituzioni, mercato, buona diplomazia, jazz e musica rock, Hollywood, letteratura e arti visive attraevano e conquistavano decine di Paesi che a causa della guerra fredda e della povertà estrema fino a quel momento non avevano condiviso la cultura dell’Occidente. L’onda poteva correre perché si era in presenza di un mondo flat, piatto: i confini erano caduti, quelli fisici, quelli ideologici e quelli tecnologici; i valori potevano diffondersi senza ostacoli e con poche resistenze, come su una pianura ininterrotta. Sembrava che fossero finite sia la storia sia la geografia e dunque la geopolitica non aveva futuro, la globalizzazione accomunava tutti e l’hard power – gli eserciti e le guerre commerciali ed economiche – aveva poche ragioni di essere.

Ci cullavamo però in un’illusione. Soprattutto in Europa. Oggi scopriamo che la globalizzazione arranca, che il libero scambio è messo in discussione, che nuove frontiere si alzano, che la democrazia fa passi indietro, che il mondo non è affatto piatto, ma si alzano sempre più numerosi e alti ostacoli fisici, politici e ideologici. La geopolitica è tornata – non se ne parlava da anni e nel 2018 è stata citatissima – e con essa è tornato m. primo piano l’hard power. Quello che piace agli «uomini forti» che governano un buon numero delle maggiori nazioni del pianeta.

Ciò che per una ventina d’anni era stato l’ordine organizzato dall’egemonia americana – rimasta unica superpotenza e dunque globalizzatrice – ora è un dìsordìné pericoloso. Il pacifico soft power ha perso peso: fa fatica a superare i nuovi muri e soprattutto non è più condiviso, l’egemonia culturale dell’Occidente non conquista più, anzi è contrastata, soprattutto dopo la · crisi finanziaria del 2008 che ha messo in discussione la «superiorità» dei modelli americano ed europeo. Si tende a dire che il momento della svolta, quello che ha introdotto la nuova e caotica stagione delle relazioni internazionali, sia stato l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, all’inizio del 2017. Questo, in realtà, è stato probabilmente uno di quegli «incidenti» della storia che rivelano una realtà già esistente e accelerano dinamiche in essere.

La svolta vera sembra essere invece stata l’elezione di Xi Jinping a segretario del Partito comunista cinese nel novembre 2012 e a presidente della Repubblica popolare il marzo successivo. Da allora, Xi ha sviluppato e poi lanciato una strategia nuova per il suo Paese, in chiara rottura con la pratica seguita dai suoi predecessori durante gli anni della grande crescita economìca cinese. Deng Xiaoping, il leader che nel 1978 aprì le porta della Cina al mondo e la proiettò nel mercato intemazionale, aveva lasciato in eredità ai successori una dottrina semplice e precisa: «Nascondi la tua forza e aspetta il momento giusto», disse nel 1990. Invitava i leader di Pechino ad agire con calma in politica estera, ad assicurare la posizione solida del Paese, a dissimulare la propria potenza, a tenere un basso profilo. E a non pretendere mai un diritto alla leadership. Un approccio soft: si trattava di continuare nella riforma economica e nell’apertura al mondo.

Xi ha abbandonato questa raccomandazione e ribaltato la politica di Deng. Via via che la sua forza nel partito e nel Paese cresceva e la sua posizione diventava più solida, aumentava le ambizioni per il ruolo che la Cina deve avere nel mondo. Fino ad arrivare a sostenere, in diversi discorsi nei 12 mesi passati, che siamo entrati in una «nuova era». Lo scorso ottobre, il presidente cinese ha detto che «è arrivato per noi il tempo di prendere il centro del palcoscenico nel mondo e dare un maggiore contributo all’umanità». La Cina, ha aggiunto, «sta eretta alta e ferma a Est».

È un cambio di passo che fa una differenza enorme negli equilibri intemazionali. Mentre prima il gigante asiatico cresceva all’ombra del sistema disegnato e garantito dagli Stati Uniti, della «globalizzazione americana», con Xi si svincola da questa posizione e sfida un po’ tutti a immaginare un nuovo ordine intemazionale nel quale intende avere una posizione forte, se non centrale. Per molti versi era inevitabile che succedesse: la Cina è uscita da due secoli di declino e di umiliazione e ora, ritrovata forza, vuole recitare un ruolo di primo piano nella commedia. E si può discutere se Xi abbia valutato bene i tempi o se abbia fatto un passo troppo lungo mentre il Paese è ancora piuttosto debole. Fatto sta che questo passaggio storico, più di altri, stabilisce la fine del mondo piatto, nel quale tutti vivevano nell’ombra «benevola» di Washington.

Nel momento in cui la Cina lancia una sfida geopolitica, la geopolitica ritorna al centro· dei rapporti tra Stati: seguono non solo la reazione della Casa Bianca di Trump, con la sua guerra commerciale, ma si rimettono in moto molti altri attori, da Putin a Erdogan, dagli ayatollah iraniani agli arabi sauditi. E nel mondo in cui toma a prevalere il rapporto geopolitico tra le nazioni, il soft power mantiene un valore competitivo, ma diventa subordinato all’hard power. Anzi, in molti casi il soft power si trasforma in sharp power, in comunicazione essa stessa hard, che non cerca più di attrarre per fascinazione, ma punta a falsificare la realtà e a confondere coloro che sono ritenuti avversari (attraverso fake news e operazioni ingannevoli).

Xi Jinping sta facendo avanzare il suo progetto di «nuova era» con una miscela di strumenti che ricadono nella fattispecie dell’hard power: l’appropriazione di tecnologia anche in modo scorretto; la violazione di parecchie regole commerciali; la cosiddetta Nuova Via della Seta che ha un lato oscuro nei prestiti che Pechino avanza a Paesi finanziariamente deboli e con ciò li lega politicamente, la cosiddetta «trappola del debito»; l’espansione militare, soprattutto sui mari con l’apparente obiettivo di espellere gli Stati Uniti dalla regione indo-pacifica. Fino a poco tempo fa, avremmo tutti detto che però dal punto di vista del soft power Pechino non aveva speranze: a differenza dell’America e del suo sogno, la Cina possiede poche caratteristiche che possano fare pensare a un’egemonia culturale di tipo universale, capace di conquistare il mondo. Invece dobbiamo ricrederci. Non perché gli Istituti Confucio si stiano moltiplicando nel mondo (potrebbero arrivare a mille nel 2020). No, l’espansione della conoscenza-della lingua e della cultura cinesi sono importanti e belle ma non è grazie a esse che il XXI sarà il secolo cinese.

La forza di convinzione che emana da Pechino e attrae numerosi governi, soprattutto di Paesi in via di sviluppo ma non solo, sta nel modello stesso di capitalismo autoritario che la leadership del gigante asiatico propone come superiore all’inefficienza del capitalismo liberale e democratico, sia esso quello americano, quello europeo o quello indiano. Anche il soft power, dunque, nella versione cinese non ha la caratteristica di conquistare i cuori: punta a conquistare i governi, a convincerli che il modo migliore per fare funzionare le economie è seguire il modello .made in China. Più che conquistare consensi, vuole conquistare il potere. Da questo punto di vista non è affatto soft.

Numerosi Paesi stanno scivolando in questo nuovo mondo fatto di leader autoritari quando non sono veri dittatori. Il che pone un problema all’Occidente che ha dominato il mondo grazie al soft power. Per gli Stati Uniti la questione è seria ma il Paese ha sempre mantenuto un hard power portentoso al fìanco della sua capacità di attrarre come modello economico, di libertà, di creatività e innovazione. E l’intenzione di rispondere alla sfida cinese anche con la corsa agli armamenti e con la guerra commerciale sta diventando una priorità nazionale condivisa non solo nella Casa Bianca e non solo tra i repubblicani.

Ben diversa è la posizione nella quale si ritrova l’Europa. Da decenni l’Unione Europea ha rinunciato ad avere un serio hard power. Anzi, spesso ne ha addirittura negato l’importanza: un po’ per ragioni di comodo, tanto c’era l’ombrello militare americano, un po’ per ideologia. Nel Vecchio Continente, ciò ha creato la convinzione che per vivere fosse sufficiente avere un soft power di alta qualità, caratteristica che il modello europeo possiede in grande misura. Non solo: sulla convinzione che il proprio modello fosse il migliore tra tutti quelli in offerta nel mondo e che prima o poi il resto del pianeta l’avrebbe adottato, l’Europa ha costruito un’enorme illusione, in fondo figlia dell’eurocentrismo. Oggi scopriamo che il mondo non ha intenzione di adottare forme e contenuti di tipo europeo, che c’è un ritorno della geopolitica che davamo per fuori gioco, che rinascono i nazionalismi. Di fronte al riemergere di un mondo che noi europei avevamo dato per finito, il disorientamento e lo smarrimento sono totali. Se gli americani perdono qualcosa in termini di soft power soffrono, ma resta loro il più poderoso hard power che si sia mai visto. Se gli europei perdono il soft power, non rimane molto.

LA LETTURA, 30 DICEMBRE 2018

 

 

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