Ecco gli errori delle élite globali, di Ernesto Galli della Loggia

La bussola per le scelte strategiche che ha sostituito le antiche certezze non ha certamente migliorato le condizioni di vita dei popoli occidentali. Da Il correre della sera, 9 gennaio 2019


Se l’ondata nazionalista-identitaria si va tanto rafforzando in Europa (secondo me è molto più esatto chiamarla così che con il termine populismo. Il populismo infatti può avere contenuti e orientamenti anche assai diversi tra loro, e semmai è solo un esito tra i molti possibili dell’ondata suddetta), se ciò accade, dicevo, è in buona misura per una ragione ovvia quanto spesso ignorata: e cioè per il fallimento delle élite tradizionali del continente. Questo fallimento è stato un fallimento ideologico-culturale prima ancora che politico, ed è stato dovuto soprattutto all’identificazione con la globalizzazione e la sua ideologia, divenute a partire dagli anni ‘80-‘90 del secolo scorso il massimo e quasi unico punto di riferimento, la vera prospettiva pratica e ideale delle élite occidentali. Questa conversione alla globalizzazione è avvenuta per la presa d’atto della crisi, percepita come irrimediabile, dei tre pilastri sui quali l’Occidente aveva realizzato la sua ricostruzione politica postbellica: a) la crisi religiosa del cristianesimo in progressiva ritirata di fronte all’offensiva della secolarizzazione; b) la crisi del Welfare State, cioè della redistribuzione del reddito nazionale pietra angolare della mediazione sociale praticata da parte di tutte le forze di governo a cominciare da quelle socialdemocratiche; c) la crisi dello Stato nazionale messo nell’angolo dal multiforme internazionalismo egemone sulla scena mondiale.

Di fronte a tale crisi, che in sostanza era la crisi dell’intero universo politico che le aveva viste protagoniste per oltre mezzo secolo, le élite occidentali abbracciano una nuova prospettiva: la globalizzazione. E con essa fanno propri i suoi presupposti ideologici: a) il liberismo e una piena fiducia nei meccanismi del mercato, b) un individualismo di fondo, c) la presunta insignificanza storico-culturale dei confini nazionali e la necessità del loro superamento. Ma naturalmente per mantenere il consenso su cui si reggono esse non possono sottrarsi dal promettere alle rispettive opinioni pubbliche che comunque la svolta alle porte non solo vedrà la continuazione dello sviluppo economico e dell’aumento dei redditi precedenti, ma significherà anche un’espansione mondiale della libertà e della democrazia (la disintegrazione del blocco comunista appena avvenuta, la prima guerra del Golfo, la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino non stanno forse lì a dimostrarlo?).

La storia degli ultimi dieci anni è la storia del fallimento di tali promesse. Ed è per questo se in quasi tutti i Paesi occidentali le élite tradizionali stanno subendo un generale processo di delegittimazione che mette in crisi i rispettivi sistemi politici. È per questo che si assiste dovunque ai successi dell’attacco nazionalista-identitario contro di esse e contro i loro partiti.

Infatti sono fallite innanzi tutto le aspettative economiche. Com’era forse inevitabile (ma comunque non previsto in tale misura), dal punto di vista produttivo e dell’ incremento relativo del Pil la globalizzazione ha favorito assai più le aree extraeuropee che il nostro continente dove ha dato il via a massicci fenomeni di delocalizzazione e di smantellamento industriale (quindi di perdita di occupazione). Dal canto suo l’assoluta libertà di circolazione dei capitali ha prodotto una patologica finanziarizzazione dell’economia, causa non ultima di crisi bancarie importanti che hanno avuto forti conseguenze recessive.

Su questo panorama già di per sé piuttosto grigio si è poi abbattuta l’onda lunga di due mutamenti epocali, entrambi indipendenti come origine dalla globalizzazione ma che da essa hanno tratto forza e hanno finito per confondersi simbolicamente con essa.

Il primo mutamento è stato la rivoluzione elettronico-telematica, l’introduzione dovunque del computer. Specialmente questo fatto ha avuto conseguenze dirompenti sul mercato del lavoro. Moltissimi settori, in specie impiegatizi, sono stati letteralmente falcidiati, il commercio al minuto sconvolto dall’e-commerce, e un po’ tutti i lavori hanno subito modifiche sostanziali che hanno costretto i loro addetti a una riqualificazione o a essere espulsi. Le maggiori vittime sono stati alcuni strati del ceto medio e gli individui in età matura: in complesso una parte non proprio irrilevante della popolazione.

La seconda frattura è stata rappresentata dal combinato disposto che ha fatto irruzione a partire dagli attentati a dell’11 settembre consistenti nella diffusione del fondamentalismo islamico dall’Asia all’Africa alle metropoli d’Europa, nell’esplosione del Medio Oriente, e nelle migrazioni transmediterranee.

È per l’effetto congiunto di questo insieme di fenomeni che l’investimento ideologico effettuato negli ultimi trent’anni dalle élite occidentali sulla globalizzazione, cioè la scommessa mirante a fare di questa la bussola per le proprie scelte strategiche e insieme la base duratura per il consenso ai regimi dei propri Paesi, e dunque per la continuazione della propria egemonia politica nel nuovo secolo, è stata perduta. Si è dimostrata vana, insomma, la speranza di sostituire con nuovi ingredienti ideologici le antiche certezze che avevano presieduto allo sviluppo delle democrazie europee dopo il ’45.

In conclusione l’età della globalizzazione rappresenterà pure il nostro definitivo destino, come ci viene ripetuto da anni, ma sta di fatto che finora essa non ha visto migliorare significativamente le condizioni di vita delle popolazioni occidentali. Tanto meno ha assicurato l’esistenza di un mondo più cordialmente «vicino» e pacifico, una convergenza delle culture, una diffusione dei valori della libertà e dei suoi istituti: anzi. Mentre per mille segni vacillano organizzazioni internazionali o multinazionali come l’Unione europea che della globalizzazione dovevano essere in qualche modo l’interfaccia privilegiata, e le classi dirigenti del continente balbettano o non sanno fare altro che riproporre vecchie ricette.

A questo fallimento, beninteso, la protesta nazionalista-identitaria contro le élite non è in grado di offrirsi neppure lontanamente come un’alternativa credibile. È solo pura protesta e basta. Non è la medicina, bensì in qualche modo è essa stessa la malattia. Ma il terreno di coltura del virus non sta in questa protesta che nasce dal basso: sta in alto.

 

Il corriere della sera, 9 gennaio 2019

 

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