Un semplice prete vestito di rosso. Nel centenario della nascita di don Giovanni Canestri, cardinale, a Cagliari per mille giorni (1984-1987), di Gianfranco Murtas

 

Mancava un mese appena alla finale battaglia di Vittorio Veneto e un mese e qualche giorno appena alla firma dell’armistizio (nella padovana Villa Giusti) con l’impero cattolico e massacratore che era stato di Francesco Giuseppe: un accordo di pace finalmente che, dopo tanto macello, avrebbe consentito il riscatto degli italiani di Trento e Trieste, e delle loro province e terre limitrofe, dalla insopportabile, innaturale cittadinanza asburgica. Neppure troppo lontano, in Piemonte, a Castelspina (provincia di Alessandria) nasceva allora Giovanni Canestri, che sarebbe diventato, nel tempo futuro, presbitero e vescovo e che, appunto nel corso dei 74 anni della sua missione religiosa, mille giorni li avrebbe vissuti da cagliaritano. Ricordarlo nel centenario della nascita mi sembra giusto e questo mio ricordo si associa idealmente ad un libro biografico (e di testimonianze) in stampa a cura della famiglia e degli amici, che speriamo di leggere presto.

Quando ci raggiunse in Sardegna, venendo dall’ufficio di vicegerente a Roma (vice del vice del papa nella diocesi che aveva ed ha San Giovanni in Laterano per cattedrale), don Giovanni Canestri era prete già da 43 anni e vescovo da 23. E’ possibile che, come era avvenuto con il cardinale Sebastiano Baggio (a Cagliari dal 1969 al 1973) quella sarda fosse la tappa intermedia di un percorso già preparato per lui e con altra finale destinazione: nel caso, la prestigiosa sede di Genova; sta di fatto che egli venne da noi e ci stette bene (benché proprio il giorno dell’insediamento dovette ricoverarsi d’urgenza e subire un intervento chirurgico, mentre nella pompa, più affettuosa che solenne, fu dignitosamente sostituito dall’ausiliare don Pier Giuliano Tiddia).

Don Giovanni Canestri restò con noi dalla primavera del 1984 – succedendo a monsignor Giuseppe Bonfiglioli (ma, da mesi, la diocesi era governata di fatto dall’ausiliare e vicario generale) – all’estate 1987. Sarebbe spettato poi a monsignor Ottorino Pietro Alberti, preconizzato alla sede di Cagliari da quella umbra di Spoleto e Norcia, aprire una pagina nuova e tutta sarda, riallacciandosi così all’ultimo precedente del Serci Serra (deceduto nel settembre 1900): perché da allora Cagliari aveva avuto sempre pastori di origine continentale: liguri Balestra e Botto, veneti Rossi e Baggio, lombardo Piovella, emiliano Bonfiglioli. Toccava adesso ad un piemontese – e piemontese è anche l’attuale ordinario, don Miglio –, allora ultimo di una lunghissima serie che era stata particolarmente serrata nei secoli del governo sabaudo seguito a quello spagnolo…

Vescovi sardi in continente e del continente in Sardegna

Ho cercato, per gusto di statistico e curiosità di sardofilo, di indagare fra i tanti e stendere una specie di mappa storico-geografica degli stalli episcopali piemontesi a Cagliari, e anzi non soltanto a Cagliari ma nell’intera Isola nostra. Eccone di seguito qualche risultanza, non senza aver prima, però, almeno accennato ai nostri inviati alle Chiese del continente, come deve essere nel gran gioco degli scambi proprio di un sistema complesso e di larga geografia, quale è, evidentemente, quello ecclesiale.

Credo dovrebbero potersi trarre sempre, dalle circostanze più impensate, gli elementi di fraternità fra la gente i radicata, come querce di foresta, in questo e quel territorio, tanto più quando una qualche personalità dell’uno va ad espletare la sua missione di vita in un altro, con ciò stesso proponendosi quale ideale “ponte” di relazione. E’ avvenuto ed avviene nelle amministrazioni pubbliche civili e militari – era nei regolamenti, un tempo, la cadenza biennale delle permanenze nelle sedi provinciali –, è avvenuto un tempo (anche oggi?) nella scuola… Soprattutto in ambito di Chiesa, in cui gli animi dovrebbero essere meglio disposti, empatici per grazia, questa è stata la norma, continua ad essere la norma, con modulazioni varie a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi.

Proprio nei giorni stessi in cui Canestri venne fra noi, uno di noi fu mandato a guidare la comunità diocesana di Cassano allo Ionio, e sempre fu così, e se non sempre, magari dimenticando Eusebio vescovo di Vercelli – di Vercelli, Piemonte cioè! –, di certo fra Ottocento e Novecento, in quest’ultimo secolo soprattutto. I presbiteri sardi promossi all’episcopato a inviati nelle diverse regioni d’Italia furono davvero non pochi: Raffaele Piras da Quartucciu a Penne ed Atri in Abruzzo, Saturnino Peri da Tresnuraghes a Crotone in Calabria, Salvatore Scanu da Ozieri a San Marco Argentano e Bisignano pure in Calabria, Giovanni Maria Sanna da Oristano a Gravina Irsina in Lucania, Giorgio Maria Del Rio da Silanus a Locri-Gerace ancora in Calabria, Agostino Saba e Paolo Carta entrambi da Serdiana l’uno a Nicotera e Tropea in Calabria e l’altro a Foggia in Puglia, Antonio Angioni da Bortigali a Pisa e quindi a Pavia, Enea Selis da Bonorva (e Iglesias dov’era ausiliare) a Cosenza e già a Milano anche come assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, Salvatore Isgrò e Carlo Urru sardi seppure registrati altrove, rispettivamente a Gravina Irsina (in bis di Sanna) ed a Città di Castello in Umbria, Salvatore Delogu  a Valva e Sulmona in Abruzzo, appunto Giovanni Francesco Pala da Marrubiu (consacrato di fresco dal cardinale Baggio in supplemento sardo) a Cassano allo Ionio… Forse qualche altro e, come detto, già dal 1973 Ottorino Pietro Alberti a Spoleto e Norcia.

Una sana curiosità e il gusto dello speculare potrebbero portare – ecco dove intendevo arrivare – ad elencare i presuli di nascita piemontese (e per il più, un tempo, con sangue aristocratico: dei marchesi, dei conti…) mandati negli ultimi secoli a guidare le Chiese particolari della Sardegna: si supererebbero forse, alla conta conclusiva, i cinquanta. Tanto più il fenomeno andò a registrarsi, ovviamente, quando (e da quando) l’Isola passò al governo regio dei Savoia. Perché allora, già soltanto nel Settecento, ancora in pieno ancien régime prerivoluzionario, e concentrati in pochi decenni, i monsignori mitrati furono veramente una frotta e distribuiti pressoché in tutte le diocesi del capo di sopra e di quello di sotto.

I presuli piemontesi, una tradizione

A Cagliari, da dove bisognerebbe iniziare la conta, s’andò da Raulo Costanzo Falletti (torinese, che sarebbe divenuto anche viceré in singolare rimpiazzo del fratello deceduto) a Giulio Cesare Gandolfi (di giovanile formazione gesuitica), a Tommaso Ignazio Natta (domenicano), ad Giuseppe Agostino Delbecchi (scolopio), a Vittorio Filippo Melano (altro domenicano), presuli tutti meritevoli di una speciale segnalazione: Gandolfi per le dimensioni dell’interdiocesi affidatagli (Cagliari più Iglesias, Ogliastra e Galtellì, oltre che Dolia e Suelli); Natta perché ottenne dal pontefice e dal re l’invocata autonomia diocesana del Sulcis-Iglesiente (non quella di Barbagia e Baronia dove un prete matto era arrivato ad uccidere il suo vicario generale); Delbecchi per il rilancio universitario strappato a papa Clemente XIII e il restauro di numerose chiese e dello stesso episcopio castellano (fu lui anche a negoziare con il vescovo di Ales la permuta Villacidro-Villamar); Melano per la personale esposizione politica antifrancese nel 1793, ed il contributo mediatore – ma sposando la causa isolana – nelle trattative post-“die de sa Sardigna”, quando unico piemontese ebbe il pieno rispetto popolare e seppe poi meglio rappresentare le istanze sarde a Vittorio Amedeo III e al suo governo.

Analoga, in quando ad immissioni piemontesi, la situazione sassarese, con la cattedra episcopale affidata prima al cappuccino Bernardino Ignazio Roero di Costanze, quindi a Matteo Bertolini, a Giulio Cesare Viancini, a Giuseppe Maria Incisa Beccaria, a Giacinto Filippo Oliverio, a Giacinto della Torre (eremitano di Sant’Agostino, in sede giusto al tempo di… Robespierre).

Così nella terza metropolia di Oristano, con Vincenzo Giovanni Vico-Torrellas e, in sequenza, Nicola Maurizio Fontana, Ludovico Emanuele del Carretto, Antonio Romano Malingri, Giacomo Francesco Astesan (domenicano), Luigi Cusani…

Anche Alghero, allora, aveva avuto i suoi: Giovanni Battista Lomellino (domenicano), Dionigi Gioachino Belmont (servita), Matteo Bertolini, il Debecchi passato poi a Cagliari, il Beccaria passato invece a Sassari, Gioacchino Michele Radicati (ennesimo domenicano della serie)… Così Iglesias, che aveva accolto Giovanni Ignazio Gautier e Giacinto Rolfi (agostiniano)… E altresì Nuoro, o Galtellì-Nuoro, con Pietro Craveri (minore osservante) ed anche Ampurias e Civita (poi Ampurias e Tempio) con Vincenzo Giovanni Vico (inviato successivamente ad Oristano)…

L’Ottocento – il secolo della drammatica separazione ed opposizione fra la Chiesa e lo Stato (tanto più lo Stato liberale risorgimentale) – vide anch’esso un certo afflusso di presuli piemontesi in Sardegna, seppure le conquistate nuove dimensioni del regno, non più Sardo-Piemontese, o di Sardegna tout court, ma finalmente d’Italia consentirono un progressivo allargamento del ventaglio territoriale (in quanto alle regionalità di provenienza) alle possibili intese fra i concistori pontifici e gli exequatur regi di Torino, o di Firenze od infine di Roma.

Di natali piemontesi ecco così ancora a Cagliari Giovanni Antonio Balma (oblato di Maria Vergine) e Vincenzo Gregorio Berchialla (oblato pure lui), a Sassari Carlo Tommaso Arnosio, Giovanni Antonio Giannotti e Alessandro Domenico Varesini (per qualche tempo amministratore apostolico a Galtellì-Nuoro, grande avversario di Giorgio Asproni)…

E ancora nel Novecento, non tanto a Cagliari però quanto a Sassari e Nuoro con Maurilio Fossati (passato appunto dalla cattedra di Santa Maria della Neve a quella di San Nicola), e Nuoro ancora con Felice Beccaro negli anni della seconda guerra mondiale, e Ozieri con Francesco Maria Franco e Tempio con Albino Morera, Carlo Re (missionario della Consolata), Mario Ghiga (padre conciliare)… Ed altri ancora, forse, se ne rileverebbero, di nomi, a scorrere con maggior attenzione i repertori diocesani…

Ne sarebbero arrivati di ulteriori, di vescovi, dal Piemonte anche nei tempi più recenti come Arrigo Miglio ad Iglesias e oggi (dopo il toscano Mani) a Cagliari – ricordato prima –, o come Giacomo Lanzetti a Bosa… E dunque ecco, nel gran novero, illustre, colto e zelante, nel 1984, Giovanni Canestri.

Un cenno biografico

La biografia del nuovo arcivescovo ci fu raccontata da chi meglio lo conosceva e lo rappresentava nella sua “romanità”: nella capitale (d’Italia e della cristianità) era venuto dal suo Piemonte ancora giovanissimo, studente del pontificio Seminario romano e della Lateranense, poi era rimasto, prete ordinato nella cattedrale di San Giovanni e giovane viceparroco alla Garbatella e a Pietralata e dopo all’Alberone, fra i giovani di borgata quasi suoi coetanei, parroco alla borgata Ottavia – altra periferia – e infine a Casalbertone. Professore di religione ai licei di Roma, direttore spirituale al suo Seminario romano maggiore, vescovo finalmente, promosso da papa Giovanni XXIII all’ufficio di ausiliare della città-diocesi nell’anno di vigilia dei lavori del Concilio Vaticano II cui partecipò anche con due interventi orali in assemblea e quattro scritti, sottoscrivendone un altro collettivo (ne ha tracciato il resoconto Tonino Cabizzosu in I vescovi sardi al Concilio Vaticano II, voll. I-II, rispettivamente Fonti e Protagonisti). Romano monsignore lo sarebbe stato ancora per altre stagioni e altri incarichi: ancora per avviare nel 1965, al termine della quarta e ultima sessione conciliare, con il laicato dell’Azione Cattolica, un centro di formazione teologica orientato all’apostolato attivo; romano anche ed infine – dopo una relativamente breve esperienza di vescovo a Tortona (diocesi suffraganea di quella di Genova dove sarebbe andato a… fine carriera) – per il nuovo ufficio di vicegerente, coordinatore dei vescovi ausiliari nella diocesi del papa.

Egli stesso avrebbe raccontato di sé e delle sue esperienze umane ed ecclesiali, a diversi giornalisti, sia della stampa cattolica che di quella laica o generalista, all’indomani nella nomina, non soltanto per rispondere con cortesia alle sollecitazioni di qualche inviato, ma anche per presentarsi ai sardi e in specie ai cagliaritani che non lo conoscevano e con cui avrebbe dovuto condividere chissà quanto del comune tempo…

Nel suo primo messaggio ai suoi nuovi diocesani elencò i tanti cui intendeva indirizzare un saluto speciale ed anticipato, dopo il «carissimo fratello Vescovo» monsignor Tiddia e «il nostro buon padre spirituale» monsignor Bonfiglioli: «i giovani, i singoli e quelli riuniti in Associazioni, Movimenti e Gruppi, specialmente i seminaristi, gli ammalati, i lavoratori, i disoccupati, gli emigrati, i carcerati, i cristiani meno assidui che talvolta chiamiamo lontani, e i fratelli delle Chiese separate».

Venne, per uno o due giorni, a Cagliari in via strettamente privata e riservata, per farsi un’idea dell’ambiente, perché qui non aveva mai avuto occasione di venire. Ebbe qualche incontro, s’occupò di organizzare il trasloco delle sue poche cose, pressoché soltanto dei libri (e fra i libri della sua formazione giovanile e di quella… permanente, mi intrattenne una certa mattinata, a lungo, senza mai guardare l’orologio – l’ho raccontato più volte –, dopo che qualche nube s’era alzata fra noi, e che egli assorbì nella cordiale franchezza del dialogo e anche nella richiesta imprevista di una mirata collaborazione al suo piano pastorale e al sistema delle cosiddette “microrealizzazioni di carità” cui intendeva applicarsi).

La testimonianza di monsignor Tiddia

Può essere interessante riportare la testimonianza che di quei primi momenti cagliaritani e sardi del nuovo arcivescovo, e anche del dopo, dell’attività pastorale da lui sviluppata nell’arco dei circa tre anni di residenza da noi, mi rilasciò a suo tempo monsignor Pier Giuliano Tiddia (cf. il mio Il Vangelo, la Chiesa e la Sardegna: una esperienza di vita, Cagliari, 2009, pp. 125/134):

«Lo conoscevo di vista. Il suo arrivo me lo comunicò il cardinale Baggio in forma riservatissima, consigliandomi implicitamente di incontrarmi con lui. Questo incontro avvenne a Roma al principio di febbraio 1984. Dopo le dimissioni di monsignor Bonfiglioli, decaduto dunque dall’incarico di vicario generale, io ero stato eletto dai consultori amministratore diocesano. In pratica dovevo governare io la diocesi in attesa dell’arrivo del nuovo arcivescovo. Per questo credetti giusto di andare a salutare monsignor Canestri prima ancora che l’annuncio della sua venuta da noi fosse reso pubblico.

«Non so se fosse mai venuto nell’Isola prima. Ad ogni modo, per lui era un salto nell’ignoto. Fu cordialissimo e molto delicato, anticipandomi la sua fiducia, fiducia che avrebbe poi dovuto prolungare per quel malessere sopravvenuto all’arrivo a Cagliari e che lo tenne lontano…

«Intanto ricorderei che in occasione della Pasqua, che cadeva quell’anno il 22 aprile, diffusi un messaggio che seguiva immediatamente l’omelia tenuta il giovedì santo presiedendo la messa crismale con tutti i sacerdoti della diocesi. Fu anzi in quell’occasione che l’arcivescovo, mio tramite, prese possesso del governo diocesano. Concludevo il mio messaggio pasquale esortando tutti alla preghiera per il nuovo pastore ed alla riflessione sulla sua missione, raccomandando la partecipazione alla prima celebrazione eucaristica di monsignor Canestri “tra noi e per noi”, nella domenica in albis.

«Egli arrivò a Cagliari col primo aereo del mattino di sabato 28 aprile. Io andai ad accoglierlo e lo accompagnai a Bonaria, perché secondo la tradizione dei vescovi di Cagliari il ritiro spirituale avviene, prima del solenne ingresso, a Bonaria. Giunti al convento, quando mi congedò, mi confidò di sentirsi poco bene: “da stamattina quando sono partito da Roma…, ad ogni modo spero, con qualche pastiglia, di riprendermi…”. Lo salutai e partii per Nurri, dove avevamo fissato le cresime.

«Tornato in città, verso le 21 ricevetti una telefonata proprio da Bonaria con cui mi si comunicava che l’arcivescovo era stato ricoverato d’urgenza in ospedale. Naturalmente andai subito al San Giovanni di Dio. Era veramente tardi, doveva essere stanchissimo e però volle tranquillizzarmi: l’indomani avrebbe fatto l’ingresso secondo programma.

«L’indomani, domenica 29, io avevo fissato in mattinata tre turni di cresime; quindi andai da lui abbastanza presto – verso le 8 –, prima di partire per le varie destinazioni. Mi disse: “non sto ancora bene, ma speriamo”. Feci quel percorso di cresime, ricordo che le ultime erano a Selargius a mezzogiorno e mezza. Certo ero preoccupato prima di tutto per lui, per la sua salute, e poi anche per la cerimonia, per i tanti che erano in movimento, molti che dalla provincia venivano a Cagliari per assistere all’insediamento… Arrivai a casa nel primo pomeriggio. Telefonate una dopo l’altra, mi chiedevano: “ma è vero?”…. Cosa potevo rispondere: “non sappiamo…”.

«Verso le 15, andai in ospedale per informarmi della situazione e subito incontrai il professor Provenzale che mi disse: “lo convinca che non vada”. Entrai nella camera dell’arcivescovo e lui mi accolse con questa proposta: “lei vada, incominci la funzione, io semmai arrivo alla fine a dare un saluto”. Obiettai: “ma guardi, stia attento, lei non sa come va a finire questo malessere. Se le dovesse sopraggiungere uno svenimento, s’immagini cosa capiterebbe in chiesa…”. Rispose: ”ha ragione, vada e faccia tutto lei”.

«Come ho detto, sul piano del diritto canonico, lui era già pienamente arcivescovo di Cagliari, perché ne aveva preso possesso, mio tramite, il giovedì santo. Ed io non ero più amministratore diocesano ma ero tornato ad essere il vicario generale.

«Si doveva partire da Piazza Indipendenza, sennonché io, che arrivai con la mia 126 con la quale mi potevo muovere con facilità, potei dare un primo contrordine. Dissi: “tornate in chiesa, si fa tutto in cattedrale”. Senza altre spiegazioni. Arrivai nella sacrestia dei canonici dove i sacerdoti, già vestiti con gli abiti liturgici, stavano per andare alla piazza, e dissi: “guardate, c’è un cambiamento, la cerimonia la presiedo io”. Ci fu un parapiglia in quel momento.

«Erano presenti anche due vescovi – monsignor Bonfiglioli e monsignor Carta – e con loro e gli altri sacerdoti ho dato inizio alla messa. Si doveva partire con il saluto del sindaco, che era Paolo De Magistris, il quale comprensibilmente rimase un po’ impacciato, e ricordo che disse proprio: “io ho qui il testo delle parole che avrei rivolto a monsignor Canestri, che però non c’è. Ve lo leggo lo stesso, per dire i sentimenti con cui avremmo accolto nuovo arcivescovo”.

«Non ho tenuto una mia omelia. Ho letto il testo che l’arcivescovo aveva scritto e mi aveva consegnato proprio perché ne dessi lettura. Dissi soltanto: “io non devo parlare ricordando un assente, qui è lui stesso che parla perché mi ha dato il testo del suo discorso…”. Alla fin fine si svolse tutto regolarmente. Tante offerte che avevano portato come omaggio da varie parti io le mandai a casa sua: erano i frutti della terra, solo che lui certamente non ha potuto neanche assaggiarne. E così è finita la giornata.

«La sera, dopo la funzione, andai per la terza volta, nella giornata, in ospedale. E naturalmente gli riferii, gli portai i saluti, i segni dell’affetto, ecc.

«L’indomani – lunedì 30 che è l’apertura di tutto quello che il 1° maggio vuol dire a Cagliari –, mi telefonò personalmente alle 9 di sera il primario. Mi disse: “lei è il responsabile della diocesi, debbo avvisarla che fra poco entrerò in sala operatoria”. Era chiara l’urgenza: quel giorno, quell’ora… La cosa era seria.

«La sera stessa telefonai a Roma, forse alla segreteria di Stato – il cardinale Baggio doveva aver già lasciato il suo ufficio –, non ricordo con chi parlai. La notizia comunque fu subito risaputa. Tant’è che l’indomani mattina, col primo aereo, arrivò il cardinale Poletti, vicario generale del papa a Roma. Andai a prenderlo io all’aeroporto per accompagnarlo poi all’ospedale. Mi misi lo zucchetto in testa, e così riuscii a passare, perché dovevo attraversare il viale Fra Ignazio venendo dall’aeroporto, c’erano is traccas di Sant’Efisio… Comunque, anche senza troppe difficoltà arrivai al San Giovanni di Dio, dove mi pare di ricordare fossi già stato proprio di primissimo mattino.

«L’operazione era andata bene: un’ulcera perforante e rischiosa, niente di più, ma comunque era una situazione in sé grave. Naturalmente monsignor Canestri era sedato. Il cardinale Poletti si informò delle condizioni del malato con il personale medico, salutò l’arcivescovo, poi stemmo un po’ insieme e lo accompagnai infine in episcopio, dove si fermò. Io dovetti lasciarlo perché, contando che il 1° maggio in via Roma ci andasse monsignor Canestri, quando fissai l’agenda, mi ero preso un altro impegno di cresime.

«Le cresime si fissano più spesso dopo la Pasqua e fino a giugno, e le parrocchie della diocesi erano divenute circa centotrenta… Quindi mi rimisi in macchina e andai, non ricordo dove, ad amministrare cresime. E al ritorno nuovamente visita in ospedale… Questo avvenne per più giorni, come peraltro era giusto fare. Passata qualche settimana, ecco finalmente una prima ripresa… C’erano cose importanti da decidere, e non potevo né volevo fare nulla che non fosse autorizzato… Io potevo dire: “c’è questo di importante; io penserei di fare questo, cosa ne dice?”. Ma non me la sentivo di non coinvolgerlo, di non informarlo. Anche se, dall’altra parte, dovevo rispettare il suo bisogno di tranquillità. Ricordo che c’erano alcune nomine urgenti da fare. C’erano parrocchie vacanti e le nomine le poteva fare solo lui, o io ma a nome suo… Tutto fu poi fatto e ufficializzato a luglio, fu un movimento che interessò una ventina di sacerdoti.

«Mi pare che uscì dall’ospedale dopo un mese circa, ma era in condizioni ancora di grandissima debolezza… Chiesi conferme al primario che mi rassicurò: l’operazione era andata bene, non c’era nessun postumo particolare. Poté partire per la convalescenza. Andò in Svizzera, presso la casa delle suore che lo assistevano. Tornò a Cagliari alla fine di agosto, riprendendo pian piano, allenandosi all’attività, cercando di conoscere la nostra realtà.

Collaborando con lealtà

«L’armonia con monsignor Canestri fu totale come totale era stata quella con monsignor Bonfiglioli. Con il nuovo arcivescovo collaborai per un anno e mezzo, dal 29 aprile 1984 al 4 novembre dell’anno successivo, quando mi giunse la notizia del trasferimento a Oristano. Lui desiderava che io restassi, ma mi chiesero di andar fuori, e io al solito obbedii… Veramente per me non c’è stata alcuna difficoltà di collaborazione. Entrambi gli arcivescovi si erano rivelati persone amabili, delicate… Anche monsignor Canestri mi dette piena fiducia e con lui continuai nel metodo inaugurato con il predecessore: ci si vedeva tutti i giorni, la mattina alle 9 in punto per concordare alcuni impegni o alcune decisioni. Anche lui chiedeva, ascoltava, si faceva aiutare con grande disponibilità e, direi, umiltà. Naturalmente, essendo nuovo dell’ambiente, venendo in questo mondo che gli era ancora ignoto, non faceva passi avventati, era prudente.

«Forse la società era complessivamente più propositiva di prima. C’era una maggiore serenità nella prospettazione delle proprie tesi, senza una contestazione dell’esistente priva di argomenti o di una intenzione conciliativa. La mia idea era che la stessa Chiesa locale, nella complessità delle sue componenti, sapesse superare il tono puramente o prevalentemente esortativo di un tempo, indirizzando meglio il proprio messaggio con maggiore precisione verso le sedi portatrici di responsabilità politica. Ma poi anche sapesse meglio radicarsi in quegli ambiti nei quali maggiori erano le necessità e le urgenze: in sostanza dove maggiore era il deficit di fraternità vissuta. E aggiungo che già si cominciava a pensare a un aggiornamento del piano pastorale, che monsignor Canestri avrebbe successivamente lanciato all’insegna delle “microrealizzazioni di carità”».

Ottobre 1985, il papa a Cagliari

«La visita di Giovanni Paolo II, nell’autunno 1985, era programmata per tutta la Sardegna, toccando quasi tutte le diocesi. Quindi non c’è stata nessuna richiesta specifica alla diocesi, la visita era compresa nel programma pastorale del papa come primate d’Italia, che infatti nel corso dei lunghi anni del suo pontificato ha visitato larghissima parte delle diocesi della penisola e delle isole. Gli accordi furono presi dalla segreteria di Stato con monsignor Spanedda, che in quel tempo era presidente della Conferenza Episcopale Sarda oltreché arcivescovo di Oristano.

«Collaborando con monsignor Canestri, mi capitò di essere anch’io molto vicino al papa, perché anche stavolta, a differenza di quel che accadde per Paolo VI che fu ospite dei mercedari a Bonaria, lo si doveva ricevere nel palazzo arcivescovile. Qui Giovanni Paolo II soggiornò dalla sera dell’arrivo in città, di rientro da Sassari e dopo il saluto in municipio. E con il papa ci siamo quindi trovati a cena. Fu messo, per protocollo, alla sua destra monsignor Canestri e io alla sua sinistra. Alla nostra tavola partecipavano anche il sostituto della segreteria di Stato Martinez Somalo, poi cardinale, e altri due o tre accompagnatori, mi pare monsignor Monduzzi e il segretario particolare.

«I nostri vescovi intervennero invece al pranzo dell’indomani, dopo la messa a Bonaria. D’altra parte il papa li aveva già visti tutti nel giro delle varie diocesi metropolitane o a Nuoro. Dunque lui risalì dalla via Roma a Castello con monsignor Canestri, io lo aspettavo a casa. Nell’atrio dell’episcopio – era già tardi – ci fu la presentazione di tutti gli ufficiali della nostra curia, i saluti di benvenuto, e poi andammo quasi subito a cena, una cena sobria.

«Tutto secondo copione [al Brotzu, al Businco, ecc.]. Con molto entusiasmo da parte nostra e molta disponibilità e anche molto calore da parte del papa… Io avevo preceduto il papa e il suo seguito. Le guardie all’ingresso, mi dissero subito che, per regolamento carcerario, con il papa potevamo entrare soltanto l’arcivescovo Canestri ed io, in quanto vescovi del luogo; per gli altri si richiedeva la carta d’identità. Sennonché quelli del seguito di Giovanni Paolo II non erano pochi di certo…, nonché, fra i sardi, don Sergio Manunza che era il segretario di monsignor Canestri. Non potevo certamente tornare in episcopio e procurarmi i documenti, non c’era tempo… Mi accorsi poi che lasciarono passare tutti. Nel cortiletto c’era ressa. Fu molto bello il discorso di accoglienza del detenuto e poi, soprattutto, quello del santo padre…».

Proprio a Buoncammino, l’anno dopo, si suicidò un giovane, imprigionato e isolato ingiustamente per lunghi mesi. Ne accennerò, anche a proposito dell’addebito che io mossi allora alla Chiesa locale, e indirettamente all’arcivescovo Canestri, di non aver alzato la voce, di non aver pubblicamente denunciato i torti maledetti dei giudici (dagli stessi infine, ma troppo tardi, riconosciuti)…

Riprendo il discorso dell’episcopato Canestri e della visita del pontefice in Sardegna, recuperando dall’intervento del presule in occasione della messa papale celebrata nel gran piazzale di Bonaria, la confidenza che egli partecipò a tutti circa il primo impegno assunto da Giovanni Paolo II, giusto diciotto mesi prima, di venire a Cagliari: «verrò volentieri a Cagliari» assicurò al suo vicegerente ormai in partenza per l’Isola che era andato da lui per congedarsi.

Del Concilio Plenario Sardo

A don Giovanni Canestri rimonta l’iniziativa prima del Concilio Plenario Sardo. Gli atti preparatori lo documentano pienamente, e le testimonianze aggiungono. Riporto quella che ricevetti da monsignor Pier Giuliano Tiddia (cf. il già citato mio Il Vangelo, la Chiesa e la Sardegna: una esperienza di vita, pp. 179/180): «La proposta del Concilio venne avanzata in una riunione della Conferenza Episcopale Sarda che era stata convocata il 7 novembre 1986 a San Pietro di Sorres. Presiedeva monsignor Canestri, e infatti – a legge gli atti conciliari – si vedrà che la prima lettera della competente Congregazione vaticana sull’argomento è indirizzata a lui… Dunque, venne questa proposta e passò al vaglio della discussione e poi al voto di ciascuno dei membri della CES. E appunto perché ci fu il voto – che fu favorevole ed unanime – monsignor Canestri, in data 14 novembre 1986, scrisse alla Santa Sede e precisamente al cardinale Gantin, che era allora il prefetto della Congregazione per i Vescovi. Questo è stato il germe».

Il mio “Scaffale cattolico e dell’evangelismo in Sardegna (schede dell’Otto-Novecento)” raccoglie, fra le svariate centinaia di faldoni e cartelle (per un milione circa fra ritagli-stampa ed unità d’archivio) e una emeroteca piuttosto vasta e varia anch’essa, un comparto dedicato all’episcopato sardo: in esso, ovviamente, una sezione “ad nomen” è riferita all’arcivescovo (cardinale) Giovanni Canestri e penso sarebbe opera utile e indovinata, ma soprattutto giusta e doverosa, quella di sviluppare in diocesi, magari all’interno di una giornata di studi sulla Chiesa sarda del secondo Novecento – dal dopoguerra cioè al compimento del secolo XX – un approfondimento del servizio apostolico di don Giovanni Canestri. Se ne fece una sulla Chiesa sarda fra Concilio plenario (1924) e Concilio Plenario (1991-2001), orientarne un’altra sulla attività episcopale dei vertici diocesani in rapporto ai bisogni sociali nel tempo via via maturati sarebbe cosa buona.

Mille giorni da studiare

In tale contesto meriterebbero un approfondimento anche le sue relazioni ecumeniche con le minoranze religiose sarde quali si presentavano negli anni ’80 tanto più a Cagliari e sempre presenti in particolare negli appuntamenti dell’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani. Non dimenticando che il tema ecumenico (come quello sulla libertà religiosa) fu uno di quelli che più appassionarono l’allora giovane vescovo Canestri durante i lavori conciliari. Quando tenne la barra – andrebbe precisato – sul quadrante della prudenza dottrinaria, con ciò mediando o moderando il sentimento, lo slancio spontaneo all’abbraccio con «i fratelli separati», categoria che, ove sia possibile una riduzione a sintesi estrema, preferiva a quella di «comunità separate» (piuttosto ancora vissute, queste ultime, con un portato di oggettiva concorrenza alla Chiesa cattolica: «E’ necessario, dunque, che si dica – salvaguardando in maniera certa la giustizia e la carità insieme alla verità e alla sincerità – si dica quale sia questa Chiesa una e santa, l’unico ovile di Cristo, sotto Pietro unico Pastore», così il 25 novembre 1963).

Non ebbe modo di far grandi opere, don Giovanni, ha però lasciato uno stile di governo che può aver fatto scuola, chissà… Richiesto, ho reso questa testimonianza, cercando di interpretare la sua azione pastorale, di scorgere nel “mestiere” come lo espresse il senso della sua presenza religiosa nella vita sociale della città e della diocesi… La brevità delle omelie nelle liturgie cui era invitato presso le diverse comunità, nel capoluogo o nei paesi dell’entroterra, era un capolavoro. Non puntava mai ad esposizioni dottrinarie né ad affabulazioni di natura più o meno letteraria (di cui pur era capace ed anzi era professore!), davanti ad un “pubblico” che egli invece non dimenticava mai essere “assemblea”, con ciò percependo la necessità della “con-celebrazione”, della comune partecipazione e responsabilità, nella distinzione dei ruoli e dei carismi deposti tutti attorno all’altare. Voleva lasciare, in ognuna delle mille e più messe presiedute in diocesi – secondo uno stile collaudato e profondamente sentito – una traccia, un solco pronto sempre all’accoglienza del seme, e non confondere riempendo di “intellettualismi” (fossero anche biblici) la testa di chi lo ascoltava. Voleva tracciare il solco e metterci un seme, un seme soltanto, perché fosse fecondato dalla riflessione personale, dai rinnovati impegni di coscienza, e perciò di vita, di ciascuno dei presenti e attivi in quella certa assemblea convocata per celebrare i misteri. Non era poco, era molto invece, anzi moltissimo. Ed egli, naturaliter pedagogo, sapeva. ”

Il clero e la società

Del suo servizio apostolico, in pieno assorbente la pastoralità offerta sempre con misura e discrezione, io ho colto come centrali diversi punti, alcuni forse datati, ma da comprendere nella loro ragione di fondo. Intanto la familiarità con il clero (è soprattutto qui, a mio avviso, un elemento di… datazione, perché il crollo delle vocazioni mi sembra delinei nuovi orizzonti anche organizzativi delle comunità credenti, con una più impegnata assunzione di responsabilità dei laici e in modo speciale delle donne, consacrate e no). Un laicato forse ancora, per larga misura, impreparato imponeva all’arcivescovo di contare, ancora e soprattutto, nella conduzione comunitaria sui sacerdoti (o, meglio, presbiteri, termine che meglio qualifica una funzione interna e relazionale, non separata e tanto meno supposta superiore).

«Il mio desiderio, la mia ambizione è di essere molto vicino ai preti… Il sacerdote è il primo collaboratore del Vescovo, il consigliere… Se dovrò rubare del tempo alle mie cose lo ruberò per i preti. Il mio desiderio è di diventare amico di ogni sacerdote». Ecco il primo proposito. Da qui sarebbero venute molte deleghe, e sarebbe venuto uno scrupoloso rispetto delle autonomie operative. Questo atteggiamento fiduciario avrebbe purtroppo determinato, nel concreto, cadute dolorose, come nel settore della stampa diocesana (divenuta, nella mia valutazione, autoreferenziale e “di gruppo”).

E’ stato un vescovo sempre rispettoso delle autonomie politico-amministrative, senza neppure la tentazione della invadenza e neppure della interferenza, don Giovanni Canestri. Ma pur lo avrei voluto, in alcune occasioni, di “mano pesante” quando l’autorità pubblica si mostrava inadeguata al compito ed a pagarne le conseguenze erano i deboli. Ricordo fra tutti – perché fu il punto di maggior tensione che ebbi con l’arcivescovo – l’episodio del suicidio per disperazione, nnel circondariale di Buoncammino, di un giovanissimo Aldo Scardella che, incarcerato senza prove e innocente, era stato tenuto in isolamento per sette mesi senza neppure poter conferire con il magistrato. A meno d’un chilometro dagli incensi del duomo, dalle burocrazie dell’episcopio.

Il caso Scardella e nella comunità di padre Morittu

Aveva celebrato la Pasqua, proprio nel 1986, al carcere di Buoncammino, come l’anno precedente l’aveva celebrata a Campu’e Luas, l’arcivescovo. Aveva anche amministrato due cresime. Ed aveva replicato recenti parole di Giovanni Paolo II, dicendo fra l’altro: «Gesù ha dichiarato di volersi identificare con voi, come con ogni uomo sofferente e con tutti coloro che nella comunità degli uomini subiscono privazioni e dolorose umiliazioni». Ma fra quelli che, in quel momento preciso, subivano «privazioni e dolorose umiliazioni», era un innocente, quel giovane di 24 anni soltanto, ambulante per campare con dignità. Accusato di omicidio, aveva protestato la sua estraneità, ma era stato dimenticato in una cella solitaria. Quando il presule visitò la casa circondariale quell’isolamento maturava già da più di cento giorni. Dopo altri cento una corda avrebbe appeso il corpo di un innocente che Cagliari oggi onora tristemente con la intitolazione di una piazza.

Sul piano del fare l’arcivescovo lanciò, come detto, un piano delle “microrealizzazioni di carità” – e io insistei per l’inserimento fra esse anche delle iniziative per la raccolta del sangue, il che fu proposta accolta –, e incontrando Madre Teresa incoraggiò la funzione sociale delle sue suore che da trent’anni abbiamo attivissime ancora con noi.

Don Giovanni Canestri sapeva ascoltare, e sapeva parlare: amava lo scambio, era accogliente. Lo ricordo incontrare i ragazzi pionieri di Campu’e Luas, la terza delle comunità allestite da padre Salvatore Morittu, in quel di Macchiareddu, nella primavera 1985: fu nella Pasqua di quell’anno, e i ragazzi stessi ne scrissero poi sul Giornale di Comunità

Così Maurizio D.: «La domenica ci siamo svegliati alle 8, abbiamo fatto colazione e siamo andati tutti a Campe Luas, sono rimasto sbalordito dal posto è veramente il “massimo”. Verso le 10,30 ci ha fatto la messa (l’arcivescovo Canestri), una persona veramente simpatica molto alla mano, ha fatto una predica che a noi della comunità ci toccava da vicino, dopo la messa siamo andati a pranzo, io ho servito a tavola, ero molto contento e molto affamato».

E Piero S.: «Domenica invece il giorno di Pasqua, è stata una giornata eccezionale. Siamo partiti tutti assieme per Campeluas per festeggiare la Pasqua lì, che presto sarà una nuova comunità, e quindi per noi era una cosa simbolica, e anche molto importante. C’è stata la messa del vescovo molto bella, devo dire anche molto sentita da tutti, a me mi ha colpito molto…».

E Giuseppe P.: «Anche l’andata a Campeluas è stata molto bella con tutta la cornice di festa che si respirava nell’aria; sono rimasto molto impressionato da tutta la festa, dalle parole dell’arcivescovo e dall’aria di serenità e gaiezza di tutti gli altri ragazzi».

Il grande rispetto e l’affetto per il presule (fatto cardinale nella successiva sede genovese) – rispetto ed affetto confermati sempre negli anni, anche in quelli del suo ritiro romano fra gli acciacchi crescenti dell’età (arrivata ai 97!) e qualche biglietto e qualche telefonata in andata e venuta – non possono tacitare anche questa mia testimonianza “critica”. E’ fin troppo chiaro che mai mi sono sognato di addebitare al vescovo colpe omertose davanti alla tragedia ingiusta ed evitabile; al contrario, ho voluto richiamare adesso l’episodio per spiegare perché quella voce di disapprovazione che pur s’alzò dai giornali non fu colta come ostile da monsignore, che ebbe la signorilità di comprenderne, intuitivamente, l’intenzione-motore, dando disposizioni che non si facesse polemica avversa, come per difendere l’istituzione per partito preso, per dovere d’ufficio.

E’ quanto di più caro io conservi oggi, nella memoria e nel cuore, di don Giovanni Canestri: la grazia della sua fiducia che superava le apparenze, le squarciava con serena delicatezza, trovando oltre la superficie banale anche del contrasto dialettico il dramma di una coscienza che cercava compagnia e solidarietà, nel nome della giustizia.

 

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