L’Associazione Mazziniana Italiana a Cagliari. Conversazione con il presidente Antonello Mascia, di Gianfranco Murtas

«L’ Associazione Mazziniana Italiana è stata fondata nell’ agosto del 1943, con l’obiettivo primario di diffondere il pensiero e l’opera di Giuseppe Mazzini. Ciò, peraltro, senza volersi limitare a una semplice rievocazione in termini meramente celebrativi della figura del grande Genovese, ma agendo per rendere effettivi i principi di democrazia laica.

«Se tale programma significa indubbiamente un impegno politico nel senso più ampio, e direi più alto, del termine va altresì chiarito che l’AMI ha sempre respinto qualsiasi forma di fiancheggiamento di partiti, compreso quello che potrebbe essere considerato il più vicino (vale a dire il Partito Repubblicano Italiano). Compito dell’Associazione è anche quello della difesa dell’eredità risorgimentale, contestata dalla destra più retriva, che non si è ancora accorta della caduta di Gaeta e della presa di Porta Pia, e da una certa pseudo sinistra piuttosto confusionaria. In questo quadro opera, ovviamente, anche la sezione cagliaritana».

Reduce da qualche (serio) malanno di salute, ma finalmente tornato in efficienza e soprattutto desideroso di recuperare il tempo involontariamente perduto, Antonello Mascia (nella  FOTO) , da due anni presidente della sezione “Salvatore Ghirra” dell’Associazione Mazziniana Italiana annuncia i programmi futuri del sodalizio, che per il più saranno attuati in sinergia con altre associazioni di volontariato civile e culturale (fra esse in primo piano la benemerita Cesare Pintus) e con istituti di accredito nazionale e natura semipubblica (come quello per la storia del Risorgimento).

«Con apposite manifestazioni di respiro regionale intendiamo anche ricordare – aggiunge Mascia – gli amici che ci hanno lasciato nel corso dell’anno: Lello Puddu e Giangiorgio Saba, esempi di dedizione agli ideali mazziniani e sprone a continuare nell’impegno. Sono stati entrambi, in frequente reciproco avvicendamento, alla testa della nostra sezione, lungo gli anni ’60 e ’70 e sino all’inizio di questo nuovo secolo. Poi è toccato a Roberto Pianta, l’attuale preside del Dettori, e più di recente a me raccogliere il testimone pur fra tante difficoltà…».

Uomo di studi giuridici – da giovanissimo è stato anche assistente universitario di diritto pubblico e costituzionale – e per lunghi anni funzionario dell’Intersind, l’organizzazione di rappresentanza delle aziende della mano pubblica nelle trattative contrattuali con i sindacati, Mascia è attualmente anche consigliere del direttivo degli Amici del libro, storico sodalizio culturale cagliaritano che rimanda a personalità come Nicola Valle, Francesco Alziator , Antonio Romagnino , Giuseppina Cossu Pinna ed è attualmente presieduto da Maria Grazia Vescuso. Nella sua esperienza politica, informatasi alla scuola del “Mondo” di Pannunzio, nella quale il pensiero di Croce e di Einaudi veniva arricchito con le esperienze di Giovanni Amendola, di Salvemini e di Gobetti – cioè a quel liberalismo riformatore a forte impronta laica, aperto al dialogo con la sinistra (purché la stessa abbandonasse il suo dottrinarismo e accogliesse in pieno l’europeismo e l’atlantismo) – la militanza politica lo ha sovente portato a ricoprire ruoli di responsabilità nell’associazione goliardica d’ispirazione liberale e nelle dirigenze del PLI prima e del PRI successivamente tanto a livello cittadino e provinciale quanto regionale. Negli anni della cosiddetta “prima Repubblica”, quelli della sua diretta partecipazione alla vita politica, era riconoscibile nella sua cifra il giusto mix fra lo stretto impegno di partito, disciplinato e regolare, e gli ampi orizzonti della cultura storica, economica e istituzionale da lui frequentati e portati, con eloquio sempre sicuro e accattivante, nel dibattito pubblico.

Queste stesse coordinate valoriali sono ritornate in pieno nella sua efficace presidenza della sezione mazziniana cagliaritana, tessera forse minore o minima della democrazia cittadina ma, insieme con l’associazione Cesare Pintus, testimone di una tradizione di pensiero che, in tempo di demagogie, semplicismi e volgari populismi, rivendica la dignità e originalità di postulati sempre attuali.

«Il nostro sforzo deve essere, io credo, quello di valorizzare i nessi fra la storia, la storia migliore, dalla quale veniamo – intendo il Risorgimento, il post-Risorgimento unitario, il giolittismo identificabile in Sardegna con Francesco con Francesco Cocco Ortu senior e naturalmente l’antifascismo e la lotta partigiana, la fatica della ricostruzione, la politica realizzativa dei primi governi, sia quelli di CLN sia quelli presieduti da De Gasperi in tempo già di repubblica, con tutti limiti che gli stessi avevano – e il nostro presente, così complesso e contraddittorio. Questo nostro tempo presenta, con lo sviluppo scientifico e tecnologico, un balzo in avanti enorme e indiscutibile rispetto a quello in cui la mia generazione si è formata, ma anche molti punti di debolezza: e sul piano etico-civile io scorgo una di queste debolezze, forse la maggiore, in un certo disinteresse, tanto più dei giovani… debolmente guidati dalla scuola, alla considerazione del cammino storico che la nostra patria, con tutto il continente – e la Sardegna è in questo contesto – ha compiuto, passo dopo passo, per radicare i suoi istituti di democrazia rappresentativa, per assicurare alla sua popolazione livelli ampi di scolarizzazione e standard relativamente alti di benessere, al netto ovviamente di zone di povertà che vanno curate con politiche naturalmente più di sviluppo che di assistenza…

«Nelle manifestazioni che come AMI abbiamo promosso lungo gli anni di questo abbiamo tenuto conto sempre, anche in quelle che pur recavano un tema storico più specifico. La storia è sempre storia contemporanea, diceva Croce… Le posso ricordare alcune di queste manifestazioni, almeno quelle per le quali di più mi sono impegnato anche personalmente: “L’interventismo democratico nella grande guerra” (è stato relatore il professor Marco Pignotti, l’11 marzo 2016 alla Mediateca del Mediterraneo); la presentazione del libro di Adolfo Battaglia “Né un soldo, né un voto” (ha svolto la relazione introduttiva l’indimenticato amico Lello Puddu); ”La Costituzione della Repubblica Romana” (hanno parlato Gianluca Scroccu e Marcello Tuveri, il 15 marzo 2017 al Convitto “Vittorio Emanuele II”); “Giuseppe Mazzini e gli Usa. Incontri e scontri” (relazioni di Giuseppe Monsagrati, autorità riconosciuta della materia, e Francesca Pau, una nostra ricercatrice universitaria di grandissimo valore, il 19 maggio, egualmente al Convitto di via Manno). A cavallo fra il 2016 e il 2017 abbiamo avuto “Azionismo e Sardismo alla ripresa democratica dell’Italia” (s’è trattato di una conversazione tra Salvatore Cubeddu e Gianfranco Murtas, con testimonianze di Lello Puddu e Marcello Tuveri, il 14 dicembre 2016, nella sala conferenze della Società degli Operai: l’argomento, in tempi in cui si discetta molto di indipendentismo o di sovranismo, mi è sembrato attualissimo, perché riflette la combinazione fra le ragioni delle autonomie territoriali e quelle dello Stato centrale e presenta un “caso di storia”, quello nostro sardo); “21 donne alla Costituente: battesimo delle donne in politica” (la relazione storica è stata svolta da Cecilia Tasca, il 13 gennaio 2017 anch’essa nella sede della Società degli Operai di via XX Settembre); “Randolfo Pacciardi: una vita per la Repubblica” (relazione di Mario di Napoli, il 18 settembre 2017: un ricordo su una figura centrale della rinascita democratica dell’Italia, il Pacciardi eroico combattente della guerra di Spagna, il Pacciardi ministro della Difesa nei primi anni della Repubblica, il Pacciardi non sufficientemente cauto rispetto alle strumentalizzazioni che del suo nome e delle sue posizioni fecero, negli anni ’60  ’70, taluni ambienti della destra reazionaria); “Fratelli Rosselli: una vita per la Repubblica” (relazione di Marcello Tuveri, il 14 novembre 2017: è ritornato qui il grande tema delle idealità democratiche, socialiste liberali e liberalsocialiste, quel tanto insomma che costituì il patrimonio culturale-politico sia di Giustizia e Libertà che, poi, del Partito d’Azione). Entrambi questi ultimi convegni sono stati ospitati dalla Fondazione Sardegna (ex Banco di Sardegna) e ci hanno gratificato di una discreta attenzione da parte della cittadinanza più sensibile alla riflessione storica e politica… e così direi anche da parte della stampa locale».

Testimoni del tempo, e idealisti

Una minoranza – estrema minoranza – i mazziniani lo sono stati sempre, in Italia e più ancora in Sardegna. Eppure essi hanno dato al mondo culturale e politico nazionale personalità di grande rilievo, benché molti forse non le abbiano ricondotte, queste personalità incontrate magari sui manuali universitari o nelle grandi cronache di vita delle maggiori istituzioni, alla matrice ideale di provenienza. Così, per fare qualche nome, potrebbe dirsi di Lorenzo Mossa, giurista sassarese discendente nientemeno che da Gio.Maria Angioy, giovane repubblicano redattore de L’Edera (1904) nella città che era quella stessa già di Efisio Tola fucilato a Chambery perché socio della Giovine Italia, ed era anche la città de La Nuova Sardegna, nata nel 1891 proprio per rivendicare e sostenere l’istanza intransigente dei giovani mazziniani contro il conciliatorismo amministrativo di un maestro pur venerato quale senz’altro fu per tutti Gavino Soro Pirino (lo si ricordi: quando venne imputato di vilipendio regio e portato davanti al tribunale, nel 1883, l’ex sindaco di Sassari e amico di Mazzini venne difeso, tale era il suo prestigio personale, politico e professionale, da tutti gli avvocati del foro locale, ben 59, inclusi dunque i liberal-monarchici e i guelfi delle unioni cattoliche!). Giurista e professore, padre della dottrina cambiaria e del diritto bancario. Così potrebbe dirsi anche di Giuseppe Lampis, giurista anch’egli, giudice costituzionale all’esordio della Consulta nel 1955 (qui eletto dalle alte magistrature): nativo di Sanluri, militante della gioventù repubblicana negli anni di studio universitario a Cagliari, fu addirittura una delle vittime dei moti contro il carovita del 1906, venendo arrestato ventunenne (con altri repubblicani, radicali e socialisti) e per dieci mesi segregato in una cella di Buoncammino…

Se ne potrebbero citare altri, del Nuorese anche, di personaggi di forte fede, lucida cultura, generosa partecipazione sociale. I Saba – dall’avvocato Michele per tre volte rinchiuso anche lui in un carcere in quanto oppositore del fascismo – e, fortunatamente in epoca meno travagliata, i suoi figli appartengono alla schiera. Alberto Mario, il primogenito, avvocato di nome e più volte consigliere comunale nella sua Sassari, scomparso nel 1993, fu degno del padre (e pareggiò con lui il conto quando fu fatto prigioniero per molte settimane dai banditi che lo barattarono per volgarissima moneta). Anche di lui, come del genitore, come del mitico Soro Pirino, il rigore nella sequela ideale di un padre della patria quale era stato Giuseppe Mazzini, non ne fece un isolato ma un cittadino rispettato e stimato, e anzi amato, dai più, avversari politici compresi.

Della stessa sua razza si rivelarono, nelle particolari vicende di vita e professionali loro proprie, i fratelli minori vissuti per il più a Cagliari: Giuseppe (Peppinello) e Giangiorgio, il primo medico primario anestesista e docente universitario prima a Cagliari quindi alla Sapienza di Roma, il secondo dirigente regionale dell’INPS. Militanti repubblicani cresciuti (e meglio sarebbe dire educati) anch’essi con Mazzini a pranzo e a cena, sono scomparsi a distanza di poche settimane l’uno dall’altro in questa scorsa estate: il 2 luglio Peppinello, il 27 dello stesso mese Giangiorgio.

«Il Natale del 1930 fu uno dei più felici della mia vita. Mio padre era in carcere a Regina Coeli, nella lontana Roma; ma sebbene in casa qualcuno non riuscisse talvolta a nascondere le lacrime, sembrava che intorno a me ed ai miei due fratelli le attenzioni di tutti i familiari si fossero moltiplicate. E, come se non bastasse, con l’arrivo delle feste sembrò che gli amici di mio padre si fossero passata la voce, e da tutta la Sardegna incominciarono ad arrivare i giocattoli più belli apparsi nelle vetrine natalizie. La casa ne fu invasa. E questo tributo di affetto e di solidarietà, che rappresentava la prima spontanea reazione ad un avvenimento che aveva visivamente turbato l’opinione pubblica isolana, fu per me sufficiente a far dimenticare l’incubo e l’angoscia di quanto si era verificato un mese prima…». Così Alberto Mario Saba ricordava, in una sua bellissima testimonianza letta al convegno in onore di suo padre che tenemmo nel marzo 1985 all’università di Sassari (fra i relatori anche Manlio Brigaglia, Tito Orrù e Lorenzo Del Piano), la figura del democratico Michele Saba arrestato con altri sardi di Giustizia e Libertà, la formazione delle sintesi ideali dell’antifascismo progressista non dottrinario o di classe che non sostituiva ma accompagnava i partiti costretti al silenzio in patria, così i sardisti, così i repubblicani (soltanto in parte riusciti, nei vertici superstiti, all’espatrio al pari Lussu).

La politica come missione di vita nella dimensione della cittadinanza e della partecipazione sociale. Così la lezione mazziniana fu impartita da Michele Saba ai suoi figli, vivendone egli in prima persona i risvolti anche più sacrificanti. Già collaboratore, fin da giovanissimo, de La Nuova Sardegna e direttamente impegnato nelle opere federate negli anni della grande guerra, egli fu tra i rifondatori del quotidiano tornato a vita nuova nel 1947, e prima si segnalò fra i columnist di Riscossa oltreché, ovviamente, fra gli esponenti dell’antifascismo e della sua concentrazione interpartitica provinciale in quel di Sassari.

Ecco qui di nuovo: la politica come missione di vita, come sentimento partecipativo e di responsabilità; quando se ne determinassero le condizioni, anche la militanza di partito, come ebbero infatti i suoi figli, Alberto Mario in primo luogo, a Sassari, e Giangiorgio, a Cagliari, iscritto alla sezione repubblicana e rappresentante del PRI in qualche organo municipale o di comprensorio, come il consorzio intercomunale dei trasporti, negli anni ’70. Più defilato, tale impegno, fu in Peppinello stretto fra le sue incombenze ospedaliere oltre che universitarie. (Di lui si ricorda la gustosa polemica con la dirigenza degli Ospedali Riuniti di Cagliari, sarà stato alla fine degli anni ’60, quando chiese… da buon cionfraiolo sassarese, l’assunzione di un gatto per difendere il suo reparto dalle sgradite visite dei ratti, facendone poi un vincente caso giornalistico).

Rientrato dalla esperienza più che decennale alla Sapienza di Roma e andato in quiescenza, avviò – Peppinello, lui che era stato tra i fondatori, nel 1976, della Fraternità della Misericordia cagliaritana – una pratica di generoso volontariato itinerante per la somministrazione della terapia del dolore agli ammalati più in crisi ed accuditi dagli affetti più cari nei domicili familiari.

Fu anche protagonista di pubblici confronti in materia di accanimento terapeutico e di buona morte negli anni recenti. A tutta prova erano la sua professionalità medica e la sua pietà umana. E’ stato un onore per la medicina cagliaritana e per la città nella sua interezza averlo avuto presente e virtuoso protagonista sempre là dove il bisogno chiamava.

Anche Giangiorgio Saba ebbe – per la sua professione – una ribalta pubblica, quella di direttore regionale dell’INPS, impegnato sempre ad umanizzare la burocrazia, gradino per gradino, e ad affermare nell’efficienza un valore morale. Nell’Istituto aveva maturato tutta la sua carriera, ritirandosi nel 1997 dopo ben 47 anni di effettivo servizio.

Ringraziando tutti i collaboratori quando si collocò in quiescenza (per darsi interamente alle sue amate letture e alla militanza civile, in perfetto parallelo con le cure della famiglia), notificò un «memore saluto di commiato» richiamandosi all’Aspasia di Giacomo Leopardi, pur se volle temperare il sentimento, liberandolo della fatalistica malinconia del poeta di Recanati: «… Cadde l’incanto, / e spezzato con esso, a terra sparso / il giogo: onde m’allegro. E sebben pien / di tedio, alfin dopo il servire e dopo / un lungo vaneggiar contento abbraccio / senno con libertà…».

L’esempio di Giangiorgio Saba e i programmi dell’AMI cagliaritana

«L’Associazione – dice Antonello Mascia accennando al presente del sodalizio – ha un suo periodico quadrimestrale di importante contenuto culturale, in larga prevalenza storico, con le rubriche intitolate al “primo Risorgimento”, al “secondo Risorgimento” – cioè alla Resistenza antifascista combattuta dai repubblicani prevalentemente nelle brigate Mazzini e in quelle di Giustizia e Libertà – e “Tempi moderni” e “Cultura e società” – sezioni aperte al dibattito ed approfondimento di tematiche civili, culturali e sociali di maggior attualità nazionale ed internazionale; piuttosto ampie anche le recensioni librarie che in ogni numero si diffondono su questioni le più varie, dalla scuola alle istituzioni della democrazia, dalle relazioni est-ovest e fra il mondo povero e quello del benessere (fatichiamo oggi a chiamarlo dell’opulenza…) all’europeismo – tema forte del mazzinianesimo, si pensi alla Giovine Europa del 1834 ed al suo simbolo dell’edera federativa della Giovine Italia, Giovine Germania e Giovine Polonia…

«Questa nostra rivista, cui partecipano con contributi originali intellettuali, accademici, uomini di scienza ecc. fra i più noti d’Italia, ha avuto nel tempo una sua bella evoluzione, fin dai tempi in cui presidente dell’AMI era nientemeno che Luigi Salvatorelli – uno dei maggiori storici dello scorso secolo –, ed a scorrer e le annate si vedrebbe anche la partecipazione degli amici sardi, del Sassarese soprattutto, ma anche di Nuoro, Carbonia, Cagliari ecc., tanto alla vita associativa quanto a quella della stampa mazziniana, come abbonati sostenitori. Ebbene, Giangiorgio Saba fu forse, con pochi altri, il più assiduo e il più generoso…».

La penso così anch’io. E mi pare significativo che dalle “isole” repubblicane dell’Isola magna siano venute, nel tempo, queste prove di fedeltà. Perché quella fu la costante di lunghi anni, quando i contatti personali erano meno facili di oggi e la stampa funzionava da collegamento informativo… Così si presentò fino agli anni ’70 del secolo scorso, l’organizzazione-non organizzazione repubblicana o repubblicana/mazziniana della Sardegna: a Sassari e un po’ a Porto Torres, un po’ ad Alghero (degli Oliva) e Olbia (dei Bardanzellu), un po’ a La Maddalena (dei Giagoni e degli Scotto), Nuoro (dei Ciusa Romagna o dei Burrai), Oristano (dei Senes), Guspini (dei Murgia padre e figlio), Carbonia (dei Galardi anche qui padre e figlio) e Cagliari…

Mario Pannunzio e Garibaldi, Cagliari ricorda…

Tutto questo entra nella conversazione con il presidente dell’AMI cagliaritana, che vorrebbe – non lo nasconde – riallacciare i fili, nel tempo indebolitisi, con quei tanti (o pochi, non importa) che nel capo di sopra come in Barbagia o in Ogliastra o nel Campidano hanno condiviso le medesime resistenti idealità della democrazia mazziniana, riformatrice e sociale, laica e progressista. «Nonostante le difficoltà derivanti dall’ ancora troppo basso numero di iscritti in città – pur se un certo consolante incremento lo abbiamo verificato nell’ultimissimo periodo –, e nonostante la nostra cronica carenza di mezzi finanziari siamo riusciti, anche con la collaborazione della Cesare Pintus e dell’Istituto per la storia del Risorgimento, come dicevo prima, a svolgere, in questi ultimi tre anni, una attività più che soddisfacente – sostiene Mascia –. La soddisfazione per aver rivitalizzato una associazione che sembrava destinata a una dignitosa ma comunque ingiusta morte non deve però significare che ci dobbiamo accontentare di quanto realizzato finora, perché se non si riesce ad aprire ai giovani si rischia di sparire per il susseguirsi di naturali eventi. E il problema non è, naturalmente, la nostra sparizione, ma quella delle idealità alte che hanno anticipato e preparato la nostra storia d’oggi, partendo da lontano: combattendo nel Risorgimento unitario e liberale appunto per le idealità che hanno attraversato quelle vicende più che secolari, identificandosi con l’idea stessa di Italia: l’Italia nell’Europa federale, la Sardegna nell’Italia delle autonomie, ma una e indivisibile, come recita l’art. 5 della costituzione che fa riferimento anche alle autonomie territoriali garantite dalla Repubblica».

Quali i prossimi appuntamenti?

«Proprio pensando ai giovani speriamo di poter celebrare a novembre la giornata mazziniana della scuola. Non si dimentichi che nello scorso febbraio abbiamo organizzato, presso il liceo Dettori, la mostra “La conquista della libertà”, con riferimento alla nascita delle costituzioni, così in America come in Europa, dal XVIII secolo ai tempi più recenti, con uno spazio tutto suo riconosciuto alla Repubblica Romana di Mazzini Saffi e Armellini e anche del nostro Goffredo Mameli, che per difenderla da francesi e papalini morì ventenne dopo lunga agonia, assistito fino all’ultimo proprio da Mazzini e da Garibaldi…

«A Garibaldi speriamo, d’intesa con l’Istituto per la storia del Risorgimento, di poter dedicare una giornata, magari nello stesso municipio, per valorizzare quella cittadinanza onoraria che al Generale il Comune di Cagliari volle offrire, al pari di Sassari, dopo l’impresa dei Mille. Sarebbe una sorta di ripasso della storia cittadina sul filo degli entusiasmi garibaldini che a Cagliari resistettero a lungo anche dopo la morte dell’Eroe, direi fino alla grande guerra, e prima dello strumentale “sequestro” da parte della dittatura fascista…

«Ma c’è anche un’altra manifestazione in programma e cui tengo molto: il ricordo, nel cinquantenario della morte, di Mario Pannunzio che dal 1949 al 1966 tenne alta la bandiera della democrazia laica con quell’ insuperabile modello di giornalismo che è stato Il Mondo. Diversi scrittori e giornalisti sardi ne condivisero a suo tempo l’indirizzo culturale e politico e pubblicarono diversi articoli a loro firma sulla realtà isolana, né va dimenticato lo stretto rapporto esistente tra Pannunzio e un grande liberale sardo che, purtroppo, ci ha lasciato troppo presto, Francesco Cocco Ortu jr. Insieme combatterono molte battaglie all’interno del PLI e Cocco Ortu fu il candidato del gruppo alla segreteria nazionale del partito nel 1954. Successivamente le loro strade si divisero, non avendo Cocco Ortu voluto aderire, probabilmente con ragione, alla scissione del 1955, che avrebbe portato alla creazione dell’effimero partito radicale».

 

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