I Cinque Stelle, la Massoneria fra Sardegna e Mondo, con disturbo di Pessoa, di Gianfranco Murtas

 

E’ la posta arrivata pochi giorni fa, in unico plico, all’indirizzo del mio Archivio storico generale della Massoneria sarda. Merita scartabellarla, ordinarla, leggerla con qualche giusta attenzione e rifletterci sopra. Prendere la tastiera del pc e buttare giù qualche riga di commento. Socializzo l’esperienza anche e soprattutto perché l’abbrivio me lo offre l’attualità, quel tanto di fatti che rimbalzano nei notiziari pubblici ed entrano nella conoscenza diffusa della gente.

Eccola infatti, in esordio, la conferma della cronaca corrente: il primo dei fascicoli in busta è il… solenne stampato con il logo del Senato della Repubblica, in nove pagine, del disegno di legge presentato lo scorso 24 aprile a Palazzo Madama ad iniziativa dei senatori Lannutti, Lezzi, Silleri, Castellone, Fattori, Morra e Di Nicola. Tutti Cinque Stelle – scienza pura –, frazionati e distribuiti per la buona semina patriottica e civica lungo lo stivale, dalla capitale e dintorni alla Puglia, dalla Campania alla Liguria… Reca il seguente titolo: “Disposizioni in materia di incompatibilità con la partecipazione ad associazioni che comportano vincolo di obbedienza come richiesto da logge massoniche o ad associazioni fondate su giuramenti o vincoli di appartenenza”. Tornerò sul punto.

Seguono i numeri di giugno e luglio di Erasmo, periodico mensile del Grande Oriente d’Italia. Trovo buona Sardegna in entrambi. In quello di giugno, su due pagine, titolo “Nel segno dei valori della Repubblica”, con sommario: “Il Grande Oriente ha celebrato il 2 giugno premiando i tre ragazzi sardi che a Guspini hanno salvato la vita ad un’anziana signora. Un grande esempio per tutti di coscienza civile ed etica”. I ragazzi si chiamano Renato Saba, Rodolfo Fanni e Lorenzo Fanari. Belle le fotografie a corredo dell’articolo. Giusto il riconoscimento che ha valore pedagogico. Chissà se il Gran Maestro, o gli altri dignitari intervenuti alla cerimonia, avranno colto l’occasione per ricordare le benemerenze liberomuratorie di Guspini, paese proletario che ebbe un sindaco repubblicano e massone – il medico Luigi Murgia Lampis – all’inizio del Novecento ed un Tempio simbolico e rituale (intitolato alla neoferana loggia Pitagora da Samo) ancora negli anni ’70 e ’80, officiato nella permanente fedeltà ai valori paterni dal Venerabile, il dottor Bruno, figlio appunto del sindaco e medico di prolungato esercizio anche lui, e anche lui mazziniano e tenacemente antifascista negli anni bui.

E a dir di Guspini. Si potrebbe accennare, data l’economia mineraria della zona, a Montevecchio e al suo azionista storico, a Giovanni Antonio Sanna cioè, parlamentare della sinistra e intimo di Giorgio Asproni per diverse legislature fra Torino e Firenze. Massone iniziato a Marsiglia – lodge de St. Jean, affiliata al Grande Oriente di Francia – nel 1844. (Prezioso il reperto documentale offertoci in foto da Paolo Fadda nel suo L’uomo di Montevecchio, Sassari, Carlo Delfino editore, 2010).

La Sardegna del 2018 nella Libera Muratoria

Ancora Sardegna nel fascicolo: “Cagliari. Armonie a logge riunite”, resoconto dell’incontro interloggia per ascoltare i brani di Joe Schittino (della catanese La Fenice) eseguiti da sei liberi muratori musicisti, uno alla tromba, un altro alla chitarra basso, gli altri ancora al violino, al violoncello, al pianoforte ed alla console. Note di commento all’apertura e chiusura del libro sacro, all’entrata e all’uscita del Gran Maestro nel Tempio.

Sardegna anche nel fascicolo n. 7. Ecco i titoli: “Nuoro. Le ‘sette lacrime del maestro’ diventano un’opera d’arte” . Il riferimento è ad una scultura di legno realizzata da Giovanni Cucca lavorando un pezzo di ginepro di quattro secoli, trovato fra i resti di un malaugurato incendio scoppiato nell’Isola: omaggio di Antonio Fancello, già Venerabile della Giuseppe Garibaldi nuorese e console onorario del Kingdom of Lesotho, l’opera si trova esposta adesso a Palazzo Sanjust a Cagliari. (A proposito del Lesotho, enclave del Sudafrica di poco più grande, per estensione e per popolazione, della Sardegna, con una capitale pari, per dimensioni, a Cagliari: sarebbe interessante indugiare – e mi riprometto di farlo quanto prima – sugli scambi ormai consolidati con la Barbagia agro-pastorale promossi proprio dal Fratello-Console… magari anche per spiegare chi sono e cosa fanno i massoni nostrani, quelli più impegnati naturalmente).

Sardegna ancora per ricordare un originale evento organizzato dalla loggia sassarese San Giovanni Battista: un’escursione serale su una motonave nella notte di San Lorenzo (“per la visione delle Perseidi” nel golfo dell’Asinara), aperta a tutti i liberi muratori residenti nell’Isola o qui vacanzieri agostani…

Sardegna per gli impliciti rimandi anche in a porte Aperte, il notiziario (incluso anch’esso nel plico postale) degli Asili Notturni e del Piccolo Cosmo di Torino, le associazioni solidaristiche che fanno capo allo staff del Gran Maestro aggiunto Sergio Rosso (poliambulatori medici e studi odontoiatrici, sistema farmacia e mensa, screening turbercolinico e dormitorio, assistenza sociale e legale e servizi alla persona, dal guardaroba al parrucchiere al podologo). Dico Sardegna per i collegamenti di rete della Casa della Fraterna Solidarietà, allestita ormai da un decennio e più a Sassari, con le misure nostre (ma comunque con almeno 400-500 buste alimentari distribuite ogni giorno e quasi mille protesi dentarie donate in questi ultimi anni ai bisognosi, con in più il diurno per gli afasici, la sede-riferimento ALICe anti-ictus e i magazzini del charity shop): promossa dall’ex Venerabile della loggia algherese e oggi Maestro della Goffredo Mameli sassarese, nonché magna pars del cuore liberomuratorio nel secondo capoluogo sardo; con ed attorno ad Aldo Meloni numerosi volontari di valore, massoni e no, tutti compagni nella buona opera.

C’è anche, nel plico giunto all’Archivio, un numero, quello di maggio-agosto 2018, di Massonica-mente, “laboratorio di storia del Grande Oriente d’Italia”. Diretto da Giovanni Greco, professore d’Università a Bologna, la rivista non pubblica, questa volta, alcun articolo d’argomento sardo: ne vedo uno su Pessoa (“La lotta per la libertà in Portogallo”), un altro su Ettore Loris (“Io me ne fregio. Ettore Petrolini, comico e massone”), un altro ancora su “Il documento della Masonic Service Association. Istituzioni e Massoneria tra Stati Uniti d’America ed Europa nel 1945”, in ultimo uno su Carlo Avolio, già nell’organico della romana loggia Archimede (“Avolio, l’aretuseo delle Fosse Ardeatine”). Soggetto, quest’ultimo, che mi riporta alla memoria la figura di Salvatore (Rino) Canalis, nostro sardo di Tula classe 1908, professore di latino e greco alla scuola militare di Roma, mazziniano e azionista iniziato nella Comunione massonica di Piazza del Gesù e finito anch’egli, 36enne, nell’inferno burgundo delle Fosse Ardeatine in quel marzo 1944…

In uno dei primi numeri di questo bel trimestrale pubblicò anche la nostra compianta Marina Valdès: si trattò di un profilo biografico di Ovidio Addis, intellettuale originale e multianime – per essere insieme storico ed archeologo e demologo, bibliofilo ed archivista – ed esponente politico della democrazia sardista nella fraternità ideale con l’azionismo repubblicano, oltre che libero muratore e perfetto “collante” della Fratellanza oristanese. Partecipa poi al comitato di redazione Idimo Corte, promotore e leader dell’associazione Giorgio Asproni che tante strette parentele ha intessuto ed intesse ancora, valorizzando il risorgimentalismo democratico, con le logge cagliaritane Giorgio Asproni e Quatuor Coronati.

Aggiungo, per restare in argomento, che, promossa proprio dal direttore della rivista, ho potuto di recente partecipare ad una ricerca tutta sarda sui sindaci che, fino ad oggi ma partendo dai primi anni dell’unità d’Italia (unità territoriale politica per me sempre benedetta, dono di Provvidenza e conquista di storia perfino eroica di innumerevoli patrioti), han portato nell’esercizio della loro magistratura le idealità della propria iniziazione massonica. Ne ho schedato una sessantina, in comuni grandi e in comuni piccoli, nel capo nord e in quello sud così come nei territori centrali, costieri e interni. Bisognerà aggiungere anche questa pagina alla storia civile della nostra Isola.

Ecco i contenuti del plico, niente di straordinario ma tutto bello e istruttivo: le cronache d’ieri e quelle d’un passato relativamente remoto, le pagine di Pessoa e quelle… gioiello dei senatori d’alta ispirazione grillina. Nel mezzo noi sardi, massoni e non massoni, o non militanti formali, chiamati ad informarci, ad aggiornarci, ad istruirci sulle cose dell’universo mondo e della piccola patria.

Il fascismo che grugna di nuovo

In Portogallo la soppressione della Massoneria introdusse all’affermazione dell’Estado novo, come già era successo con il regime fascista in Italia giusto dieci anni prima. Salazar là, in faccia all’oceano e di spalle alla Spagna che si preparava a passare dalla Repubblica al franchismo falangista, enorme affogatoio di democratici e massoni (migliaia e migliaia garrotati e fucilati), imitava Mussolini. Da noi il “duce” e i suoi gerarchi di comando, fattisi padroni delle istituzioni per la miopia della casa regnante e, in larga misura, dei partiti politici sia moderati che progressisti presenti in parlamento, avevano impegnato l’anno 1925 – che era anche anno santo, come giusto un secolo prima era stato anno santo, tanto santo quanto santificato dalla ghigliottina papalina sul collo dei carbonari Targhini e Montanari, 25enni vittime di Leone XII – a dar la caccia alle logge, e con le logge ai partiti e ai sindacati, e ai giornali.

(Sto riscorrendo in questo periodo, giorno per giorno, le collezioni del 1924, 1925 e 1926 de L’Unione Sarda – nel suo passaggio dal fascismo della prima ora, sorcinelliano e filosquadrista, a quello trionfante della seconda ora (propriamente fasciomoro) – e de La Nuova Sardegna, più prossima agli amendoliani sotto la direzione di Arnaldo Satta Branca e soppressa dopo una serie infinita di sequestri… Singolari, in questa fase della storia politica sarda (assolutamente omologa a quella nazionale! il conformismo è conformismo ovunque), gli attacchi registrati dai graduati anche di infimo livello all’idea massonica e più ancora agli esponenti, in carne ed ossa, delle logge. Dalle quali – sia bene dirlo subito – non pochi migrarono, deboli nei loro fondamentali, verso le sponde avversarie. E d’altronde, quante conversioni di fascisti abbiamo registrato nel 1945, tanto nella penisola quanto nell’Isola nostra, verso la Democrazia Cristiana, e anche verso il PCI, così come nel 1994 verso il potente nulla ideale dei berlusconiani! Restarono testimoni di fede quelli che ci credevano davvero, e avrebbero ripreso la loro storia, dopo due decenni, nel 1944 e nel 1945, a Cagliari e a Sassari, a Bosa e a La Maddalena…).

Mentre il grosso dello schieramento democratico ancora viveva la lunga stagione della sua protesta aventiniana (in esso Lussu e Delitala il popolare, e i massoni Pietro Mastino e Mario Berlinguer), a Montecitorio ci fu, nella tarda primavera del 1925, la discussione parlamentare circa la legge soppressiva delle società cosiddette segrete. Gramsci, che veniva da quella Ghilarza in cui il latomismo aveva avuto qualche rilievo pubblico col suo Circolo di lettura e che da studente dettorino, a Cagliari, aveva frequentato i bruniani dell’associazione del Libero Pensiero, s’era espresso, in un celebre discorso (del 16 maggio), per le guarentigie della Libera Muratoria da lui avvertita come il “partito della borghesia” midollo dello Stato liberale unitario.

Da comunista, certamente, egli se ne distingueva, sostenendo la primazia storica della classe operaia (si sarebbe detto poi del blocco storico fra il proletariato delle fabbriche e quello rurale), in chiave antiborghese e postulando che al fascismo interessasse “sostituire” con sé, o il suo finalismo, la burocrazia liberal-massonica, da cui sarebbe dipeso il futuro dell’Italia. Rovinando l’impianto delle logge, ossatura amministrativa dello Stato liberale, il fascismo avrebbe potuto rimpiazzarlo con le sue forze “rivoluzionarie” ed allearsi poi con il rimanente indebolito e costretto alla trattativa: ecco il ragionamento gramsciano. Ciò non di meno il parlamentare comunista denunciava in quell’aggressione normativa (giusto complemento ai saccheggi ed ai falò delle biblioteche di loggia, e alle violenze fisiche, perfino agli assassini) la modalità di un più saldo radicamento della dittatura: via le logge, via il libero associazionismo, via i liberi partiti e i liberi sindacati, via i giornali d’opposizione…

Dalle logge, anche da quelle sarde – ne ho già accennato e merita insistervi (la storia insegna o dovrebbe insegnare) – non furono pochi gli abbandoni per i più comodi lidi offerti dai nuovi padroni. L’opportunismo s’impose alla intelligenza e alla coscienza critica di diversi massoni anche di riconosciuto talento, corrompendo militanti di estrazione politica sardista (involutisi nei codici fasciomori) e militanti di estrazione liberal-conservatrice e monarchica, senza lasciare immune neppure qualche settore progressista, in cui non mancarono ripensamenti e riposizionamenti camaleontici… Sarebbe interessante esplorare e approfondire le singole storie, nel rispetto anche, quando meritato, dei personali percorsi ideali.

I libri-matricola delle logge segnalano il fenomeno. L’internazionalismo, l’umanitarismo e il pacifismo propri della Libera Muratoria nei diversi continenti, furono intesi come finalismi e come pratiche del tutto incompatibili con la dottrina e l’utile di un fascismo nazionalista e imperialista; la legge venne e molti si allinearono alle nuove convenienze in seconda battuta, seguendo l’esempio di quelli che s’erano fatti avanti, precipitosi, da subito per il cambio del distintivo nella giacca.

Dieci anni dopo, quando Hitler ha ormai preso anche lui i pieni poteri, e la guerra civile fa le prove generali in Spagna, prossimo alla morte, ancora giovane con i suoi 47 anni, Pessoa scrive nella sua Lisbona il proprio testamento morale, rivelando d’esser stato iniziato e offrendo le coordinate delle sue credenze più intime (il cristianesimo gnostico in relazione con la santa cabbala ebraica e una certa dottrina templare-massonica). Ma va oltre: porta il suo ufficio intellettuale e morale, chiamalo pure iniziatico, nell’osservatorio storico e politico e comprende bene come l’ostracismo alle logge portoghesi anticipi od accompagni senza meno quello alle libertà individuali e civili dei suoi connazionali. Sarà così, per davvero, lungo quasi mezzo secolo, e tutto il meglio che era stato favorito nei secoli dalla Massoneria lusitana – dall’alfabetizzazione popolare al liberalismo economico, dalla emancipazione delle masse rurali alla repubblica liberale – sarà espunto dalle conquiste di civiltà.

D’altra parte anche oggi – questa è la mia opinione – un abbassamento valoriale nello scambio dialettico, chiamiamolo così, è dato coglierlo qua e là in molte logge, ed è sconsolante. Capisco bene, e anch’io difendo tenacemente, la trasversalità o ecumenicità come carattere costitutivo della Libera Muratoria da intendersi, oggi come ieri, quale società umanistica che sa arrivare alla profezia (la fratellanza universale) grazie allo spirito critico, anticonvenzionale, che ne nutre i fondamentali, le idealità, sempre se i fondamentali e le idealità siano acquisiti per davvero e carburino le volontà messe alla prova. Lo spirito dei tempi non sembra purtroppo né critico né anticonvenzionale, è semmai uno spirito che pare andare in un crescendo di semplicismo ed utilitarismo pagano. La Massoneria (almeno quella italiana e anche sarda, che meglio conosco), pur con le sue infinite virtù, non ne è immune e non se ne ripara.

La decozione (e la caduta) della cosiddetta prima Repubblica e il disastro della cosiddetta seconda Repubblica hanno allontanato dallo spirito pubblico, dal sentire diffuso della gente il valore dei riferimenti ideali: le scuole di pensiero che, pur giustamente destrutturate sotto il profilo della rigida dottrina, ben potevano conservare il tratto ispirativo loro proprio sono affogate anch’esse in un grigio pragmatismo. Come ne sono colpiti i partiti politici (si veda l’arlecchinata perfino dei grandi gruppi partitici europei! e si veda la prevalenza ormai degli interessi di territorio sui principi propriamente politici e dunque universali, nella afflittiva soccombenza alle dinamiche della economia e della tecnologia) ne è colpita anche la Massoneria che pur dovrebbe coltivare e socializzare la tradizione. S’intenda, la tradizione non museale e ingessata, la tradizione invece intesa come flusso (ricezione e trasferimento) dei lasciti storici, tutti d’ordine morale, nel passaggio delle generazioni, nel susseguirsi temporale delle fasi elaborative, creative, del genio umano, per i nuovi interventi modernisti e gli arricchimenti che i tempi nuovi sollecitano (oggi diremmo, ad esempio, dagli inediti codici familiare alle questioni bioetiche del fine vita, ecc.).

Una riflessione autocritica della Libera Muratoria nelle sue articolazioni ne onorerebbe gli interpreti e assicurerebbe, accrescendone anche la pubblica credibilità corporativa, lunga vita nella realizzazione della sua missione ad intra e ad extra.

Gli obiettivi spenti dei grillini

Mi colpisce, dell’articolato depositato dai senatori delle Cinque stelle, il riferimento ai “giuramenti” come fondativi della appartenenza alle associazioni ritenute segrete.

Passati dagli streaming d’un tempo al chiuso claustrale di epoche più ravvicinate, i dirigenti delle Cinque stelle conoscono essi le segretezze invece ignote a molti massoni e non conoscono al contrario, ritengo, in cosa consista il giuramento massonico che pur condannano, né sanno forse che da trenta e passa anni – mi riferisco al Grande Oriente d’Italia – esso è qualificato come “promessa solenne”.

Non ci sarebbe da fare neppure grandi ricerche perché il testo della “promessa solenne” si trova in decine e decine di siti internet. Questo:

«Io … liberamente e spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell’animo, con assoluta e irremovibile volontà, al cospetto del Grande Architetto dell’Universo, sul mio onore, solennemente prometto:
di percorrere incessantemente la via iniziatica tradizionale per il mio perfezionamento interiore;
di avere sacri la vita, la libertà, l’onore e la dignità di tutti;
di soccorrere e confortare i miei Fratelli;
di difendere chiunque dalle ingiustizie;
di non professare princìpi contrari a quelli della Libera Muratoria Universale;
di rispettare scrupolosamente la Carta Costituzionale della Repubblica e le leggi che alla stessa si conformino;
di adempiere fedelmente i doveri ed i compiti relativi alla mia posizione e qualifica nella vita civile».

Non vedrei in un tale “giuramento” nulla che possa ammorbare lo spirito civile, l’ordine pubblico, le istituzioni della Repubblica, la cui bandiera è onorata nel Tempio rituale (mentre era vilipesa – ci si ricorda con quanta volgarità – dal leader del partito alleato di governo delle Cinque stelle ed un tempo addirittura ministro in forza ad un esecutivo, di quelli più scombinati, presieduto da Silvio Berlusconi, a sua volta irridente l’inno nazionale!).

Ma qui mi sentirei io di formulare una proposta alla Massoneria, alle varie Obbedienze liberomuratorie che hanno presenza in Sardegna. Non mi illudo naturalmente né che essa sia accolta ma neppure che sia presa in considerazione, e ciò nonostante, ripensando alla storia della Corporazione massonica italiana, che ha mille specificità nazionali all’interno dell’universalismo codificato negli “antichi doveri” e nei cosiddetti “landmarks”, oso l’inosabile. Anche perché mi viene riferito di numerosi Artieri, anche sardi e anche cagliaritani, che si sarebbero dichiarati elettori delle Cinque stelle, così come della Lega e di Forza Italia, e perfino – obbrobrio totale – di Fratelli d’Italia (povero Goffredo nostro! sacrificato ventenne per la difesa della Repubblica Romana e della sua costituzione che nel 1849 aboliva la pena capitale!).

La mia proposta è la seguente: che l’alinea «di rispettare scrupolosamente la Carta Costituzionale della Repubblica e le leggi che alla stessa si conformino» si riformuli così:

«di rispettare scrupolosamente la Carta Costituzionale della Repubblica, nata dalle sofferenze e dal coraggio patriottico della resistenza antifascista e antinazista, e le leggi che alla stessa si conformino».

Un precedente (anomalo) nella storia della loggia sassarese

Nel 1945, ricostituendosi come loggia Gio.Maria Angioy i massoni della Valle del Bunnari e del Turritano – così si definivano e si definiscono – deliberarono di ammettere fra le loro fila cittadini fedeli esclusivamente al credo repubblicano. Eravamo ancora in tempo di monarchia, di regime luogotenenziale precisamente, ed era proprio di quei giorni il combattuto successo del 25 aprile.

Venivano da storie onorate tutti quanti gli artieri della Gio.Maria Angioy – per il più erano politicamente iscritti o vicini al Partito Repubblicano Italiano ed al Partito Sardo d’Azione, al Partito Socialista, a quello Liberale ed alla Democrazia del Lavoro – e la memoria della loro loggia, costituitasi nel 1893 ad iniziativa di un medico al quale un giorno sarebbe stato intitolato l’ospedale di La Maddalena, era rimasta orgogliosamente intatta dopo il lungo ventennio di sonno imposto dalla dittatura. Gli ultimi episodi rimasti nel ricordo e nel sentimento erano gli insulti e le irrisioni dei fascisti al Venerabile Annibale Rovasio, medico psichiatra di osservanza lussiana, riferimento certo de La Voce Repubblicana (anch’essa sequestrata dai prefetti un numero sì e l’altro forse no). Si voleva girare pagina, evitare il recupero dei voltagabbana. Per questo si era posto il divieto di ammissione ai monarchici perché complici, per troppo lungo tempo, delle gerarchie di regime e della loro cattiva, malvagia politica.

Fu un’istanza severa e insieme generosa che non poté essere avallata dai maggiori dignitari dell’Obbedienza a Roma (quelli espropriati di Palazzo Giustiniani appunto dalle prepotenze, negli anni dell’onnipotenza, del fascismo). La vocazione ecumenica dell’Istituzione liberomuratoria e l’interesse anche ad ottenere il formale riconoscimento di regolarità (oltre che di legittimità) dalla Gran Loggia Madre di Londra – da parte di dignitari cioè nati monarchici e fedeli a Sua Maestà Britannica e alla sua dinastia – impedivano quella forzatura. Dovettero rassegnarsi i Fratelli sassaresi, facendosi una ragione delle superiori valutazioni subito loro notificate. Ma il proselitismo procedette comunque guardingo, selettivo, attento ai valori di riferimento, coerenti agli ideali di patria e a quelli della Repubblica intanto affermatasi per volontà di popolo.

Potrebbe esserci oggi una ragione per negare quella stretta associazione dell’idea magna di Repubblica – della Repubblica conquistata appunto col referendum popolare del 2 giugno 1946 – alle fatiche che la resero possibile, attraversando con la testimonianza dei migliori, e l’appoggio fondamentale delle armate alleate, il greve triennio di sacrificio dopo l’8 settembre?

Tutto il discorso io lo ridurrei a questo fondamentale: la Massoneria italiana come società umanistica di incontro e discussione ha vissuto storicamente sempre dalla parte di chi ha saputo creare avanzamenti civili: nel risorgimento unitario e liberale secondo una linea di separazione fra Stato e Chiesa – si pensi allo stesso Cavour ed al ministro dell’istruzione Michele Coppino –, nel postrisorgimento per il consolidamento anche sociale oltre che degli ordinamenti – si pensi al guardasigilli e poi presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli e al suo codice penale –, nell’antifascismo e nella resistenza antiburgunda – si pensi a Giovanni Amendola ed alle vittime delle Fosse Ardeatine, e prima agli incarcerati ed ai ridotti al confino (compreso il Gran Maestro Domizio Torrigiani) –, nell’affermazione e radicamento della Repubblica – si pensi a Meuccio Ruini e a Giovanni Conti, rispettivamente presidente della Commissione dei 75 e vicepresidente della Costituente così come agli altri costituenti dei diversi gruppi politici, tutti amanti la religiosità mazziniana e portatori di amor di patria.

Muovendo a queste esperienze i massoni italiani dell’ultimo settantennio sono stati impegnati in una coerente militanza costituzionale e repubblicana, quand’anche abbiano avuto, nel segreto della cabina elettorale, e per eccezione, indulgenze verso formazioni come la DC o il PCI o il MSI, tutte dichiaratamente avversarie della Libera Muratoria. Nella società dei radicamenti il patriottismo, il sano sentimento di italianità – mai disgiunto da un ideale liberale e tollerante – riportava a coerenza sostanziale anche i pochi che sfuggivano all’appeal dei partiti neorisorgimentali. Diverso è oggi, tempo liquido di società liquida, perché la Massoneria non può essa stessa farsi liquida…

A dir di magistrati, in conclusione

Può anche essere, in tale condizione generale, che motivi di rilevante opportunità sconsiglino militanze massoniche ai magistrati (impedite rigorosamente dall’articolato delle Cinque stelle). Sebbene mia opinione sia che a far bene il massone (il “cittadino massone”) e a far bene il magistrato (il “cittadino magistrato”, inquirente o giudicante) nessuna incompatibilità dovrebbe emergere, perché nello statuto dell’una come dell’altra responsabilità, insieme morale e giuridica, ogni inframmettenza o invasione dell’altrui campo sarebbe inammissibile, potrebbe convenirsi su uno statuto di incompatibilità (non d’ordine costituzionale però), alla stregua di quelle riferite alle militanze di partito o di sindacato.

Tutto ciò mi riporta, un’altra volta ancora, alle tavole di matricola dei massoni d’un tempo, in Sardegna stessa. Erano una ventina, forse più, i magistrati di varia classe operativi nelle logge liberomuratorie del Cagliaritano, del Sassarese e delle altre maggiori sedi giudiziarie isolane, nel passaggio fra Ottocento e Novecento. Così nell’Obbedienza di Palazzo Giustianiani come in quella di Piazza del Gesù.

A quest’ultima apparteneva – regolarizzato Maestro nel 1919 – Giovanni Antonio Donadu, originario del Sassarese, fatto grand’ufficiale al merito della Repubblica dal presidente Gronchi nel 1957. Stavolta non faccio ricerche speciali, mi affido alle righe di un articolo mio recente uscito proprio sul sito di Fondazione Sardinia e celebrativo di Lello Puddu all’indomani della dolorosa morte – di Puddu anch’egli massone, e onorato di esserlo, associando quella sua qualifica (assunta da giovanissimo al tempo degli studi universitari in Liguria) al mazzinianesimo militante che fu la divisa della sua vita.

Ecco il passaggio che, a chi ha letto Bertold Brecht e la sua “Lode del dubbio” ed ha occhi per leggere e orecchie per ascoltare, potrebbe essere istruttivo. Si tratta della ripresa di un intervento di Lello Puddu alla presentazione di un mio libro sul sardoAzionismo antifascista rimontante già ad un quarto di secolo, in quel di Nuoro:

«Un’ultima cosa, perché ripeto qua si farebbe notte a ricordare. Giustamente Gianfranco ha detto che Fancello è un uomo da ricordare perché non lo ricorda nessuno […]. È giusto. Io ho trovato un giorno al Lavoro nuovo di Genova Fancello. Mentre ricordavano Turati, lì c’era anche il dottor Giovannantonio Donadu che era ex-presidente della Corte d’Appello, uno di 1,35 di statura nato a Nulvi, che fece parte di un circolo repubblicano insieme a Michele Saba a Sassari, il quale era stato colui che aveva steso la sentenza al processo di Savona che è stata considerata un attacco a Mussolini, che “condannò” Rosselli, Pertini e Parri per la fuga da Savona di Turati. E mi raccontava Donadu che tra il presidente agnostico e l’altro magistrato fascista lui ha steso materialmente la sentenza e mi ha fatto vedere la minuta. Io sono tornato da Fancello e gli ho detto: «Hai ricordato la fuga di Savona, il valore di Parri, il valore di Pertini, ecc., ma questo magistrato alto 1,35, un sardo classico, che ha avuto il coraggio di scrivere la sentenza, eccola qua, in minuta, la sentenza del processo di Savona, lo vogliamo ricordare?». Mi ha dato ragione: «allora mi fai una lettera», io mando una lettera che lui pubblica sul Lavoro e allora io sono andato da… Donadu, era piuttosto anziano, e gli ho detto: «Dottor Donadu, ha letto il giornale di oggi?». «Cosa c’è?». «Eh, c’è una lettera in suo ricordo». «Ah!» dice, poi addirittura è diventato talmente conosciuto che fu fatto un originale televisivo in cui c’era finalmente il magistrato che non aveva portato Turati in Corsica, ma tuttavia aveva avuto il coraggio di fare una sentenza contro il fascismo…».

 

 

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